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giovedì 18 settembre 2025

Così scriveva sei anni fa il prof. Fr. Lamendola!




Sebirblu, 18 settembre 2025

In questi momenti di gravissima tensione che caratterizzano diversi paesi del Vecchio Continente, desidero esporre, a suo ricordo, un vibrante articolo del prof. Lamendola che, con pochi tratti di penna, è riuscito a delineare lo stato miserevole in cui sono stati fatti cadere i popoli europei scippando loro la propria sovranità e rendendoli così succubi del "Potere Occulto" o "Deep State" che governa il mondo.

(Faccio notare che, essendo quest'anno deceduto Bergoglio, menzionato al presente dall'autore, ho dovuto renderlo al passato usando il tempo imperfetto, tra parentesi).


Prof. Francesco Lamendola; ved. QUI

Manifesto della fierezza e dell'identità europea

Noi, figli dell'Europa, un mattino ci siamo svegliati e ci siamo accorti che l'Europa, la vera Europa, non c'era più. Ci era stata sottratta da una classe dirigente di traditori, al soldo d'interessi stranieri, soprattutto di carattere finanziario.

Ci siamo accorti che quasi tutti i politici e i governanti, gli intellettuali e gli uomini di cultura, i giornalisti e gli insegnanti, per non parlare dei banchieri e degli azionisti delle multinazionali, avevano stretto un patto malefico per espropriarci della cosa più preziosa, la nostra identità, allo scopo di ridurci allo stato di un gregge senza nome, senza coscienza, senza dignità, e quindi, inevitabilmente, senza diritti reali.

Per giungere a tanto, essi hanno creato una vera e propria fabbrica di diritti: diritti aberranti, folli, distruttivi, come quello di cambiare sesso e di farlo cambiare ai propri figli preadolescenti, il tutto a spese della sanità pubblica, cioè prelevando il denaro dalle tasche dei lavoratori e dei pensionati; e autorizzando una massiccia propaganda transgender nelle scuole e sui mass-media pubblici e privati.

Ma ciò non era ancora sufficiente: bisognava attaccare l'identità europea alla radice; dunque bisognava attaccare l'idea di patria, l'idea di famiglia e l'idea di Dio, i tre pilastri sui quali si è retta, per oltre mille anni, la nostra civiltà.

Bisognava far passare l'idea che credere nella Famiglia, nella Patria e in Dio è un male, è un comportamento antisociale e incivile: perché la famiglia "tradizionale" è omofoba, discrimina i diritti degli invertiti; la patria è razzista e fascista, in quanto difende i confini e quindi cerca di opporsi all'invasione; Dio, poi, è l'oppio dei popoli di marxiana memoria, e ormai possono credere in Lui solamente gli sciocchi o i delinquenti.

Così, un mattino, noi europei ci siamo svegliati e ci siamo accorti che la nostra identità ci era stata sottratta, che poggiavamo i piedi sul vuoto; che non avevamo più punti di riferimenti,  perché la tradizione era stata adulterata, stravolta e distrutta; che non avevamo più qualcuno che vigilasse su di noi, che ci proteggesse, che ci incoraggiasse, perché tutte le istituzioni, dalla famiglia alla scuola, dallo Stato alla Chiesa, erano state infiltrate e in gran parte occupate da forze estranee ed ostili, forze interessate alla loro distruzione e alla nostra totale sottomissione.

Tali forze avevano giocato d'astuzia: avevano lavorato con tenacia e pazienza, guadagnando una posizione alla volta, senza fretta, metodicamente, silenziosamente. Erano riuscite a far passare, in successione, il divorzio, l'aborto, le unioni omofile, presentandole come conquiste di civiltà; stanno facendo passare l'eutanasia, le fecondazione eterologa e l'utero in affitto; il passo successivo sarà la normalizzazione della pedofilia e la libertà di abusare dei bambini alla luce del sole.

Nello stesso tempo si è fatto credere che per amare l'umanità bisogna odiare il proprio Paese; che desiderare l'indipendenza della propria patria è una cosa brutta e malvagia; che rifiutarsi di subire l'invasione afro-asiatica di marca musulmana, fatta passare per emergenza umanitaria e per solidarietà cristiana, è segno di durezza d'animo, chiusura verso il prossimo, ottusità e meschinità, e incomprensione del Vangelo.




E così siamo arrivati al punto di tollerare un "papa" che non parla(va) mai di Dio; non s'inginocchia(va) davanti all'Altissimo; non indossa(va) volentieri il Crocifisso, ma, se appena può(poteva), manifesta(va) una diabolica contraffazione del Vangelo, specie quando deve(doveva) incontrarsi con gli esponenti delle altre religioni, in particolare la giudaica; un "papa" che fa(ceva) apertamente campagna elettorale, lui insieme ai suoi cardinali, vescovi e preti, contro un partito politico che ha(aveva) il torto di voler difendere la religione cattolica, la Patria e la famiglia, e il torto ancor più grande di mostrare il Crocifisso e invocare la benedizione della Vergine Maria sull'Italia.

Tutto questo è successo per gradi e solo negli ultimi anni le forze oscure che mirano alla nostra sottomissione, o, per dir meglio, alla nostra sostituzione, praticando il doppio binario dell'incoraggiamento all'omofilia, alla sterilità, all'aborto, alla libertà di drogarsi, e al tempo stesso dell'accoglienza indiscriminata di masse d'immigrati dagli alti tassi d'incremento demografico, hanno cominciato a mostrarsi apertamente.

Pure, molti europei non se ne sono nemmeno accorti e, imperterriti, come se nulla fosse accaduto e stesse accadendo, continuano ad accordare la loro fiducia a questi traditori, che in veste di statisti o di ecclesiastici hanno venduto la nostra identità, la nostra storia, il nostro futuro, e in cambio di vantaggi materiali, hanno creato le condizioni per la nostra scomparsa e la totale estinzione della nostra civiltà.

Le forze oscure interessate a realizzare questo diabolico piano sono all'opera da moltissimo tempo, da secoli, ma nel corso degli ultimi decenni hanno preso ardire e ormai agiscono quasi apertamente, senza preoccuparsi di salvare le apparenze, anche perché fanno conto, e non a torto, su un tale abbassamento del senso critico della gente, su un tale intorpidimento delle coscienze, su una tale ignorantizzazione delle masse e una tale deresponsabilizzazione dei cittadini e dei credenti, da non doversi preoccupare più di tanto di possibili reazioni.

Ebbene, noi che ci siamo resi conto di quel che sta succedendo, vogliamo disilluderli nelle loro aspettative e contrastare fieramente i loro piani.

Noi non ci lasceremo ingannare oltre, non permetteremo a nessuno di seguitare a trattarci come dei poveri idioti, come dei servi sciocchi, il cui destino è di servire e tacere, senza far domande e senza sollevare obiezioni all'operato del padrone.

Al contrario, noi intendiamo adoperarci per smascherare questo tradimento, per denunciare questo complotto, per indicare chiaramente la via del nostro riscatto, che passa necessariamente attraverso il pronto esautoramento di questa indegna classe di parassiti e traditori, che hanno ipotecato l'avvenire dei nostri figli in cambio di qualche poltrona, di qualche compenso economico e vantaggio materiale, facendosi complici di un inganno globale, quale mai si era visto nel corso della storia, e di una mistificazione così odiosa, così capillare, così pervasiva, che si stenta ormai a trovare un singolo ambito della vita pubblica e privata, dalla salute alla cultura, dallo sport alle arti, nel quale i registi di questa operazione non abbiano piazzato i loro uomini-chiave, non abbiano fatto passare le loro parole d'ordine, non abbiano imposto la loro visone del reale, anche servendosi di una spudorata e sistematica manipolazione del linguaggio.

L'inganno, infatti, è iniziato con l'adulterazione delle parole, e prosegue con uno stravolgimento sempre più accentuato del loro autentico significato. 



Da quando la sottomissione è stata fatta passare per dialogo;  il disprezzo e l'odio di sé sono stati fatti passare per apertura e solidarietà verso l'altro; da quando la distruzione della tradizione è stata dipinta come una marcia gioiosa verso il futuro, e l'oltraggio alle cose più sacre come una forma di liberazione da tabù e pregiudizi; da quando un traditore vestito da papa ha colpito al cuore la dottrina cattolica, e ha potuto farlo impunemente, e i capi di Stato e di governo delle nazioni europee si sono fatti zelanti promotori di una politica di distruzione dei valori tradizionali, all'interno, e di cooperazione all'auto-invasione dei rispettivi Paesi, all'esterno:

‒ da quel momento è divenuto chiaro che chi ama l'Europa non può accettare un minuto di più questa ignobile farsa; non può riconoscere come suoi rappresentanti i traditori che occupano le posizioni di potere; non può considerare come veri sacerdoti e ministri di Dio questi cardinali, vescovi e preti viziosi, invertiti, superbi, demagoghi, avidi, ambiziosi, mestatori e politicamente impegnati a sostegno delle forze della dissoluzione.

È necessario, pertanto, anche se ciò può risultare doloroso, rompere ogni remora e ogni senso di rispetto nei confronti di quelle autorità, civili e religiose, le quali non ne meritano alcuno, perché non sono legittime.

Un'autorità cessa di essere legittima  quando consuma un tradimento intenzionale nei confronti della propria ragione sociale: e questo è precisamente quel che sta accadendo, sotto i nostri occhi, a ritmo frenetico.

Sarebbe ingenuità, o peggio, perdere tempo a discutere con chi non è in buona fede, ma anzi ha già firmato un patto scellerato, nel quale è prevista la nostra cancellazione in tempi brevissimi. Stanno realizzando il Piano Kalergi (ved. QUI e QUI), sui tre versanti previsti dalla loro strategia: 

‒ quello biologico e razziale, mediante il meticciamento dei popoli europei e la scomparsa delle identità culturali;

‒ quello economico, mediante l'asservimento al capitale finanziario di tutte le risorse, di tutto il lavoro, di tutto il denaro, compreso il risparmio privato; 

‒ e infine su quello spirituale e religioso, mediante la sostituzione del cristianesimo, e particolarmente del cattolicesimo (il protestantesimo essendo quasi scomparso nel vortice della laicizzazione del Nord Europa) con una "religiosità" immanentista di tipo massonico, sincretico, gnostico, che infine dovrà sfociare nell'adorazione, in Europa come altrove, di una piccola minoranza di esseri umani, gli "illuminati": i padroni (per ora) occulti del mondo, i detentori del potere finanziario globale, già oggi padroni dei tre quarti delle risorse del pianeta.

[Ecco una lezione magistrale del prof. Lamendola, dedicata a quanti, nella confusione generalizzata di un mondo sottosopra, vanno cercando umilmente il Vero, il Buono e il Bello, per non essere ingannati. (Ndr)].




Ebbene: noi, cittadini d'Europa e noi cristiani, che abbiamo compreso il gioco, che ci siamo accorti della grande menzogna e del grande tradimento, abbiamo ora deciso di non restare inerti e rassegnati ad aspettare la nostra fine e la distruzione di ogni speranza per le prossime generazioni, quelle dei nostri figli e dei nostri nipoti. 

Abbiamo deciso di batterci: di denunciare la manovra in atto; di incalzare i servi, i bugiardi, i traditori; d'inchiodarli alle loro menzogne e alle loro responsabilità; di contrastare attivamente i loro piani, sia sul terreno teorico, combattendo le loro idee e mostrando che sono aberranti, distruttive e anti-umane, sia sul terreno pratico, opponendoci ad essi in ogni luogo e tempo possibile, resistendo alle loro quotidiane sopraffazioni, rifiutandoci di collaborare a tutti i livelli, cominciando dal primo, la mistificazione del linguaggio, fino a quelli superiori riguardanti la politica, l'economia e la finanza.

Qualunque possa essere il ruolo singolo che occupiamo nella società: da genitori, da risparmiatori, da lavoratori, da pensionati, da consumatori, da utenti dei pubblici servizi, da insegnanti, da medici o infermieri, da sacerdoti, da credenti, da cittadini, noi non piegheremo più la testa; non accetteremo passivamente la prosecuzione della manovra mirante alla nostra distruzione; non concederemo quartiere ai nostri nemici, chiamandoli sempre con il loro nome, anche se sappiamo che essi faranno di tutto per confonderci, intimidirci, fermarci, né lasceranno alcunché d'intentato per ridurci al silenzio e all'impotenza.

D'ora in poi, ogni volta che un professore, approfittando del suo ruolo istituzionale, invece di fare la sua lezione di latino o di matematica, si metterà a fare propaganda per l'immigrazione, porterà in classe dei sedicenti profughi e raccoglierà denaro per collette a sostegno dei clandestini, speriamo che i suoi alunni si alzino in piedi, e con fermezza, senza trascendere, gli dicano: "Professore, non le è permesso fare così".

Ed ogni qualvolta un prete, sfruttando la sua funzione, trasformerà la chiesa in una tribuna politica, per fare propaganda contro un certo partito e a favore di certi altri, speriamo che i suoi fedeli si alzino in piedi, e civilmente, ma fermamente, gli dicano: "Signor parroco, lei non ha il diritto di parlare in questo modo".

Parimenti, ogni volta che un giudice rimetterà a piede libero un delinquente, e magari comminerà una sanzione alle forze dell'ordine che lo hanno fermato, o a un capotreno che lo ha fatto scendere, o a un cittadino che si è difeso da una aggressione o da una minaccia, speriamo che centinaia, migliaia di cittadini si levino in piedi e facciano sentire la loro voce, via mail, o anche di persona, proclamando forte e chiaro: "Signor giudice, non le è consentito di agire in questo modo!"

Ed ogni volta che un giornalista, sulla stampa o alla televisione, specialmente se del settore pubblico, ci rifilerà l'ennesimo servizio tendenzioso, partigiano, sfacciato, smaccatamente favorevole a una certa parte, e altrettanto smaccatamente contrario ad un'altra, speriamo che migliaia, milioni di lettori o di telespettatori si rivolgano a quel giornale o a quella rete, inondando le rispettive direzioni coi loro messaggi di civile ma ferma contestazione: "Signor direttore, lei non può consentire ai suoi giornalisti di fare una così spudorata propaganda a certe idee o a certi partiti, in particolare con il denaro dei contribuenti!"


Ma il boicottaggio deve cominciare dal nostro stile di vita. Se il signor Fazio non avesse milioni di telespettatori, ecco che i suoi favolosi emolumenti comincerebbero a scemare. E se le multinazionali cominciassero a smerciare memo prodotti alimentari pieni di sostanze nocive alla salute, in seguito a un soprassalto di consapevolezza dei consumatori, ecco che la loro potenza comincerebbe a ridursi, e la nostra salute a migliorare.

E se le persone smettessero di affollare i cinema, le discoteche, gli stadi, le sale per conferenze, in cui viene venduta la pessima merce dei registi, dei cantanti, degli sportivi e degli intellettuali che non meritano alcun credito, tanto meno ammirazione e stima, ecco che l'arroganza di quei signori riceverebbe una batosta, i loro cattivi esempi subirebbero un rallentamento, e sarebbe tanto di guadagnato per le abitudini di vita di tanta gente, specialmente di tanti giovani.

E se cominciassimo a boicottare i telefonini, o almeno a farne un uso ragionevole e appropriato, e così pure cominciassimo a boicottare la televisione, la stampa, e tutte le "offerte" artistiche e culturali che provengono da quanti sono sul libro paga del potere che ci vuole sottomessi psicologicamente prima ancora che materialmente, sarebbe un significativo passo avanti sulla via dalla consapevolezza e perciò della nostra emancipazione.

Tutto questo è possibile e può, anzi deve, incominciare adesso. Fino a quando milioni di persone si lasceranno ingannare, dominare e sfruttare da poche decine?»

Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it


lunedì 14 luglio 2025

A chi protesta per il nuovo Ruolo di don Minutella...




«Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!» - disse Gamaliele, saggio dottore della Legge - (Atti 5, 38-39).

Sebirblu, 13 luglio 2025

Già avevo scritto QUI, della necessità urgente, per chiunque intenda considerarsi ancora Vero Cristiano, di "uscire da Babilonia", ed oggi più che mai lo è con Leone XIV, degno successore del suo mentore Bergoglio (cfr. QUI e QUI) nel proseguire subdolamente l'opera di demolizione della vera Chiesa Cattolica Apostolica Romana, voluta e fondata da Nostro Signore Gesù Cristo.

L'unico che per primo ha avuto il coraggio di farlo "gridando dai tetti" la Verità ‒ o meglio dall'ambone della sua parrocchia, senza remore né ripensamenti per la propria sorte, è stato don Alessandro Maria Minutella che per questo, e per tutte le conseguenze che ha dovuto subire, merita a pieno titolo il massimo rispetto e il riconoscimento ufficiale di Guida, o di Grande Prelato che dir si voglia, da parte di tutto il "Piccolo Resto" fedele.

D'altronde, la Missione a lui affidata dal Cielo (cfr. QUI, il segno da me ricevuto) è indispensabile per traghettare la Vera Chiesa Cattolica, costituita da credenti ancora connessi all'antica tradizione dogmatica e liturgica, basata su Pietro, alla tanto profetizzata Chiesa Mistica di Giovanni (ved. QUIQUI, QUI, QUI, QUI e QUI), come predetto anche da papa Ratzinger, QUI.

L'aspetto che assumerà la Chiesa dell'imminente domani non avrà barriere e spazierà nell'Infinito dove tutto è spirito, sottraendosi pertanto ad ogni speculazione umana legata alla materia, poiché sarà proprio «l'uomo nuovo» "risvegliato" ad animarla, in vibrante attesa di ritornare alla Casa del Padre. (Ved. QUI, QUI e QUI).

L'esortazione di abbandonare Babilonia, accennata all'inizio e pronunciata da Isaia (48, 20), è stata ben esposta dal prof. Francesco Lamendola, scomparso di recente, in un prezioso articolo che ora propongo. Eccolo nel video in tutta la sua schiettezza:




Disobbedire alla (falsa) chiesa per obbedire a Dio

«La legge è fatta per gli uomini e non gli uomini per la legge. È una delle novità più straordinarie dell'annuncio di Gesù Cristo all'umanità, e una delle principali ragioni dell'odio che i farisei e i membri del Sinedrio hanno concepito nei suoi confronti, perché tale annuncio andava ad intaccare proprio la struttura di potere di cui erano parte.

Quando Gesù, accusandoli di ipocrisia, ha ricordato loro che, se l'asino cade nel pozzo, il suo padrone lo tira fuori anche nel giorno del riposo sabbatico, e allo stesso modo Egli si prende la libertà di guarire gli infermi nel giorno di sabato, ha messo il dito proprio nella piaga: perché chi ama il potere, e vuol continuare a goderne i privilegi, cerca di assolutizzarne il concetto, di porlo al di sopra degli uomini, in modo che nulla e nessuno venga mai a turbare la sua posizione egemonica. 

Se passa, invece, il principio che la legge va rispettata, sì, ma fino a quando essa è al servizio degli uomini, e non un passo più in là, allora tutti i politicanti e tutti gli ambiziosi che adorano vivere sfruttando il loro potere e i loro privilegi, magari senza far nulla di utile per la società, come dei perfetti parassiti, ma campando di rendita sul monopolio della legge, che sia quella religiosa o quella civile, allora costoro si sentono gravemente minacciati in ciò che sentono come essenziale e irrinunciabile, e reagiscono con tutte le armi che hanno a disposizione.

Sappiamo come hanno reagito alla predicazione di Gesù Cristo: in un certo senso, essa li aveva fatti smontare dal piedistallo che si erano costruiti, e dall'alto del quale potevano sfruttare la massa del popolo. Ma Gesù è venuto a insegnare che tutte le leggi sono riconducibili ad una sola Legge, perché tutte le verità parziali sono fondate sull'esistenza di una sola Verità: e, così facendo, ha tolto loro il terreno sotto i piedi, e li ha fatti sentire minacciati nelle loro posizioni di rendita.

Ora, chi esercita il monopolio sulla legge, religiosa o civile che sia, è esposto ad una forte tentazione: quella di abusarne. Ecco perché, se parliamo di una legge religiosa, è evidente che solo una grande fede può contrastare la continua tentazione di abusare del potere che viene dalla legge.

Ma questo è proprio quel che è accaduto: nei custodi della dottrina cattolica, nei detentori del Magistero della Chiesa, ad un certo punto si è indebolita la fede; forse si è perduta del tutto. E tali custodi della legge, divenuti nel loro intimo atei, ma ancora formalmente investiti di tutto il loro potere, sono diventati un terribile fattore di crisi, turbamento, divisione e scandalo nel popolo dei fedeli.

Questo, a grandissime linee, è quel che pensiamo sia successo, a partire dal Concilio Vaticano II: una perdita della fede da parte del clero, che lo ha spinto – teologi in testa, con le trombe (gesuite) e la fanfara – a industriarsi in ogni modo per smussare, attenuare, annacquare una dottrina sentita ormai come "superata", ma in realtà come troppo pesante, e perciò desiderosi di allentarne i rigori per godere anche loro un po' dei piaceri del mondo.




In fondo, se tutta la civiltà moderna è costruita sull'individualismo e sull'edonismo, perché solo loro, i preti e i religiosi, avrebbero dovuto seguitare a nutrirsi di pane e acqua? Perché soltanto loro avrebbero dovuto seguitare a stringere la cinghia, a digiunare, a pregare, a privarsi di ogni comodità, a vivere di beni immateriali, mentre tutti gli altri correvano su e giù per arraffare la loro bella fetta di godimento, di piacere, di felicità schiettamente terrena?

Si era spezzata definitivamente la relazione virtuosa fra laicato e clero: il laicato, afferrato dal demone del consumismo, non produceva più vocazioni religiose; e il clero, sempre più esangue per mancanza di forze nuove, intristiva, si ripiegava su se stesso, e cercava disperatamente la maniera di uscire dall'angolo, di riconquistare spazio, non per Dio, ma per se stesso; s'ingegnava per trovare la quadratura del cerchio, per vedere come si potesse fare per conservare l'abito religioso e tuttavia arrendersi al mondo e adottare la sua prospettiva, i suoi valori, le sue aspettative.

Non era poi così tanto difficile: esisteva la parola magica per effettuare questa resa incondizionata che, però, non doveva apparire come tale, ma anzi, doveva sembrare un atto di apertura e di magnanimità; e quella parola era, ed è, "dialogo".

Con la scusa del dialogo, il clero senza più fede, o con la fede azzoppata e indebolita, ridotto a volare basso, a navigare a vista, aveva trovato il modo di arrendersi, ma senza troppo umiliarsi; addirittura a spacciare la propria resa per una vittoria, per un progresso, per un (niente di meno!) approfondimento della fede.

Sono queste le parole truffaldine che trasudano dai documenti del Concilio Vaticano II: dialogo, approfondimento della fede, più apertura, dolcezza, ricerca dei punti d'incontro: che meraviglia! E quanto zucchero, poi: in quantità industriali! Peccato che fossero soltanto chiacchiere senza costrutto; la realtà era un'altra: il clero si arrendeva, riconosceva la sconfitta, ma solo fra sé e sé; e intanto cambiava faccia, cambiava sottane, cambiava linguaggio.



Che vergogna!... La Messa sul materassino... e poi si critica ferocemente don Minutella per la sua scelta!

Cambiava tutto, nella più gattopardesca delle sceneggiate: bisognava cambiare tutto, affinché tutto rimanesse come prima. Cioè, per continuare a vivere di rendita: i cardinali nel loro "sacro" collegio, i vescovi nelle loro diocesi, gli abati nei loro conventi, i teologi nelle loro facoltà, e i giornalisti della stampa cattolica nelle loro redazioni.

Che altro avrebbero potuto fare, i poverini, giunti a quaranta, cinquanta, sessant'anni di età? Dire: Abbiamo perso la fede!, e lasciare la tonaca, le poltrone, i palazzi, i pulpiti, gli stipendi e i privilegi, compresi gli agganci con i salotti buoni, con i banchieri disinvolti, con i giornalisti delle reti nazionali pubbliche e private, con il mondo degli affari, con gli intellettuali mainstream, quelli che invitano vescovi a gogò alla televisione, come fa Corrado Augias, purché siano rigorosamente progressisti e parlino male della Tradizione e di quasi tutto il passato della Chiesa?

E tuttavia, sbaglierebbe chi pensasse che la parabola degenerativa della Chiesa, negli ultimi cinquant'anni, si possa spiegare solo in termini sociologici, antropologici e culturali. Sì, di sicuro questo è stato l'aspetto più vistoso e anche più facilmente riconoscibile: in una società secolarizzata, la resa del clero era solo questione di tempo.




E il clero cattolico aveva resistito davvero a lungo, almeno quattro secoli, da quando, reagendo al furioso assalto del luteranesimo, aveva stretto i ranghi, si era auto-riformato, aveva istituito i seminari, moltiplicato le missioni, rafforzato la disciplina, rinverdito gli studi, accentuato la dimensione sociale, pur seguitando a coltivare la spiritualità come la cosa essenziale.

In questo senso, più ancora del Concilio Vaticano II, svoltosi dal 1962 al 1965, è stata la sostituzione della Messa tridentina con la Messa di Paolo VI, nel 1969, a chiudere definitivamente un ciclo e aprire l'ultima fase dell'auto-demolizione della Chiesa cattolica, quella che ora sta culminando sotto i nostri occhi, con le chiese ridotte a pizzerie, ristoranti e dormitori, i transetti ridotti a piste da ballo per coreografie barbare e pagane, i pulpiti ridotti a teatrini da avanspettacolo, i seminari ridotti a fabbriche di modernisti, arroganti e semi-deficienti, e il popolo dei fedeli ridotto ad una massa di pecoroni che vanno dietro al campanaccio di qualunque pastore, senza saper minimamente riconoscere la differenza fra il vero Buon Pastore e i mercenari, o addirittura i lupi, travestiti da pastori.

Se la società, l'economia e la cultura seguitavano a secolarizzarsi, e i rapporti sociali venivano sempre più modellati dall'edonismo, dall'utilitarismo, dal relativismo, era fatale che il clero finisse per restare soggiogato, moralmente e materialmente, dal penoso orientamento del mondo moderno.

Così, invece di convertire il mondo, è stata la Chiesa che si è lasciata convertire; è stata lei che ha cominciato a sacrificare la propria tradizione, e perfino la Tradizione, quella di origine soprannaturale, per giungere ad un accomodamento con le richieste della modernità: democrazia, libertà, uguaglianza (in senso politico e giuridico più che morale), diritti civili, soggettivismo etico, autodeterminazione.

E così, una cosa tira l'altra, chi deteneva la legge, ha cominciato a modificarla per attuare tale marcia di avvicinamento al mondo moderno: facendo entrare nella Chiesa le nuove tendenze del femminismo, del terzomondismo, del marxismo, del consumismo, dell'edonismo, del nichilismo, del materialismo, perfino la psicanalisi.



Cardinale Gianfranco Ravasi

Che cosa non è "passato" entro il cattolicesimo, di solito sotto la cappa protettiva dei gesuiti, di ciò che piace al mondo, fra gli anni '60 e i nostri giorni! Praticamente di tutto, anche le più improbabili; anche lo Yoga, la New Age, i concorsi di bellezza, il bikini, la lotta di classe, la pedagogia libertaria (grazie, don Milani), Gesù Cristo ridotto a un Che Guevara (e grazie anche a Pasolini), e la teologia della liberazione, e poi il divorzio, l'aborto e l'eutanasia.

Infine, pure la sodomia impenitente e trionfante (gaia, appunto), l'omosessualismo e il travestitismo, presentati come alte espressioni di amore e come nuovi modelli di famiglia. I gesuiti erano i fedelissimi (già: ma di chi?), di loro ci si poteva fidare; non era stata per decenni "La civiltà cattolica", la roccia su cui si erano infrante le onde dei nemici della Chiesa? Nessuno pareva sospettare che proprio fra di loro stesse maturando il grande tradimento, il grande capovolgimento di alleanze: l'8 settembre della Chiesa cattolica.

E invece è stato proprio così. C'è stato un papa postconciliare, Giovanni Paolo II, il quale, benché non immune dagli errori del modernismo, e soprattutto subalterno ai disegni del giudaismo aggressivo – è stato lui a definire gli ebrei "i nostri fratelli maggiori", e a sostenere l'assurda ed eretica tesi che essi hanno tuttora l'Alleanza privilegiata con Dio (dopo aver messo in croce il nostro Signore Gesù Cristo!), perciò non hanno necessità di convertirsi – è riuscito a vedere con chiarezza, in compenso, la nuova strategia di potere dei gesuiti, ed è corso ai ripari, con la massima durezza.

Ha visto a che gioco stavano giocando e li ha colpiti come mai nessun papa degli ultimi due secoli aveva osato fare: li ha commissariati, li ha isolati, li ha bloccati, li ha mortificati e ha meditato di scioglierli.

Grazie anche all'improvvisa e grave malattia del loro generale, il basco Pedro Arrupe, il capo e la testa pensante della nuova strategia modernista dei gesuiti, costoro non hanno potuto allearsi con il mondo contro la Chiesa "tradizionalista", fuggire in avanti per non essere scavalcati dagli eventi, stringere un patto col diavolo prima di trovarsi estromessi dalla società e, magari, ricacciati nelle catacombe, come duemila anni fa.

Non hanno pensato, sciagurati, che questa era proprio la strategia del diavolo. In cambio di una tregua coi nemici della Chiesa, hanno deciso di barattare la loro alleanza con essi: dopo di che si sono trasformati nei più zelanti e formidabili nemici di quel che ancora resta del vero cattolicesimo.



Il vero grande elettore di Prevost è stato Bergoglio... 

Hanno avuto anche altri alleati, dentro la Chiesa, questo è certo: come il servita David Maria Turoldo, quello che ha dichiarato pubblicamente di schierarsi per il divorzio e per l'aborto; quello che spezzava la coroncina del Rosario e la calpestava davanti alla folla, esortando tutti a farla finita con quelle superstizioni medievali; ma soprattutto hanno avuto potenti alleati fuori della Chiesa, e li hanno tuttora.

Basta dare una scorsa agli amici di Bergoglio (ed ora a quelli di Leone XIV; ndr): Pannella, Bonino, Scalfari, Napolitano, Mattarella, e soprattutto Soros e la grande finanza speculativa, la massoneria, il Pd, i democratici americani (Obama/Clinton) per capir da che parte vengono i sostegni, le complicità, i finanziamenti al "nuovo corso" del Grande Bugiardo, al Jefe Maximo argentino, ben deciso ad affossare, una volta per sempre, quel poco che ancora resta in piedi del vero cattolicesimo e della vera Chiesa.

Del resto, la sua prima mossa non è forse stata quella di commissariare, così, da un giorno all'altro e senza dare mai la benché minima spiegazione, i Francescani e le Francescane dell'Immacolata? (Ved. QUI; ndr). Pare proprio che sia stata la rivincita sul commissariamento dei gesuiti voluto da Giovanni Paolo II. Prima che un altro papa commissari noi, noi commissariamo la Chiesa. Corsi e ricorsi della storia.

Eppure sbaglierebbe, dicevamo, chi pensasse che una tale spiegazione puramente antropologica sia sufficiente. No, c'è dell'altro. Esiste una regia che si serve della secolarizzazione della società e della globalizzazione dei mercati per snaturare e capovolgere la funzione e il magistero della Chiesa di Cristo; qualcuno che sta più in alto dei gesuiti e più in alto dei serviti; perfino più in alto della massoneria e dei miliardari della globalizzazione come Soros.

V'è un altro nemico, molto più potente, capace di utilizzare tutti questi fattori, dal femminismo alla teologia della liberazione, dal bikini al telefonino, dallo sport alla discoteca, per far penetrare all'interno del clero e dei fedeli laici il veleno della modernità. Li prende al laccio tutti quanti, uno per uno, facendo leva sui vizi particolari di ciascuno: l'ambizione, la lussuria, l'irrequietezza, l'avarizia, la superbia, l'accidia, la golosità, la droga. E costoro si son lasciati prendere.

Il nemico fa il suo mestiere, lo ha sempre fatto: tenta le anime, le circuisce, le inganna, le seduce; sono i cattolici che non hanno fatto il loro: non sono stati capaci di vegliare e pregare, non hanno saputo tenere accesa la luce della fede. Hanno lasciato che le lampade si spegnessero, sono rimasti al buio; e, una volta immersi nelle tenebre, hanno cominciato a chiamare il male bene, e il bene, male; hanno cominciato a tradire, ad ingannare, a confondere le pecorelle del gregge di Cristo.

Non sono più degni di dirsi preti, non sono più dei ministri di Cristo, ma degli infiltrati, delle quinte colonne operanti alle spalle degli ultimi difensori, per pugnalarli alla schiena. Bisogna perciò persuadersi, con infinita tristezza, che, giunte le cose a questo punto, la vera obbedienza è quella di disobbedire al falso clero e obbedire, così, a Dio.

Forse molti cattolici si son scordati che la Chiesa è di Dio, e che Lui, e Lui solo, ne può disporre; gli altri, papa compreso, sono solo operai della vigna; e se fanno il loro dovere sono utili e lodevoli; se non lo fanno bisogna negar loro obbedienza, pur di piacere a Dio. Cosa è mai l'uomo, senza Dio? Gesù dice (Lc, 19, 25): che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?»

                                                                                                          Francesco Lamendola




Chiosa di Sebirblu

Concludo con l'elevatissimo pensiero ultrafànico, ricevuto da Pietro Ubaldi, esposto nella sua opera maestra ‒ "La Grande Sintesi":

«La maturazione di questa super-umanità sarà la più grande creazione biologica della vostra evoluzione,  rappresentante  il  passaggio  ad  una Legge  di  Vita superiore  che va dalla forza alla giustizia, dalla violenza alla bontà, dall'ignoranza alla coscienza, dall'egoismo distruttore all'Amore costruttivo del Vangelo.

È questo il superamento della fase animale ed umana, il più alto vissuto sul vostro pianeta, in cui culmina lo sforzo preparato nei milioni dei millenni, in cui l'evoluzione ascendente dalla materia all'energia, alla vita, allo Spirito, tocca le più alte vette, da cui vi lancerete incontro all'Infinito.»

Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it


venerdì 13 giugno 2025

Una grande LEZIONE da mettersi in pratica SUBITO!





Sebirblu, 12 giugno 2025

Dopo aver pubblicato il post in onore del prof. Francesco Lamendola QUI, deceduto il 31 maggio scorso, restava in me la domanda di cosa gli fosse successo per condurlo a 68 anni nell'aldilà; quesito che già aveva sfiorato la mia mente, tempo addietro, quando non appariva più sul web la testata "Accademia Nuova Italia" con tutti i suoi articoli.

Ebbene, una volta di più ho potuto constatare come la Provvidenza divina interviene per soccorrere, non solo economicamente (cfr. QUI),  come si è abituati a pensare, ma soprattutto spiritualmente, quando chi chiede lo fa in purezza d'animo e senza secondi fini. 

"Caso ha voluto" (si fa per dire perché esso non esiste), che ieri m'imbattessi in un video di un anno fa, QUI, dove il suddetto professore aveva stranamente la bocca storta; ho continuato a cercarne altri più recenti ed ho trovato questo QUI che, in effetti, è l'ultimo pubblicato prima del suo trapasso.

Volutamente non li espongo per non urtare la sensibilità di molti che, sicuramente, come ho fatto io, direbbero: "con quale coraggio si mostra così!".

Poi a seguire, sempre "a caso", ho trovato un illuminante pezzo dello stesso autore, un'autentica lezione di vita sull'«essere» e non sull'«apparire», che conviene a tutti mettere in pratica... Eccolo:




Cara amica, ti scrivo...
di Francesco Lamendola ‒ 7 maggio 2008

«Cara amica, ti scrivo per riprendere il filo di un discorso interrotto.

Quando ti ho telefonato e poi sono passato a trovarti ‒ ed era la primissima volta che entravo nella tua casa ‒ mi hai accolto, con semplicità e molta naturalezza, in tuta da ginnastica.

Poche donne avrebbero resistito al bisogno compulsivo di mettersi il vestito bello, di truccarsi e di indossare qualche gioiello, per apparire sotto la luce migliore. Così, senza un preciso secondo fine: come per un riflesso condizionato.

Tu, no.

Mi hai aspettato così com'eri, in tenuta da casa. Non ti sei cambiata né preparata: sei rimasta ad attendere la mia visita in tuta da ginnastica.

Un gesto che mi è piaciuto, perché da esso traspariva il tuo star bene con te stessa. Chi sta bene con se stesso, non sente alcun bisogno di presentarsi agli altri sotto una luce particolare: si mostra con spontaneità, così come egli è. Non desidera mostrarsi trasandato per il gusto di farlo, ma neppure vuole essere schiavo della ricercatezza.

Sembra una cosa da poco, una cosa da nulla: invece, dietro un tale comportamento, c'è tutto un mondo. Un mondo di trasparenza, di lealtà: innanzitutto con se stessi. Sono poche le persone che sanno accettarsi così come sono, anche nell'aspetto fisico; figuriamoci il fatto di saper accettare il giudizio altrui.


Si ha il timore di "perdere la faccia"... Autore: Ben Goossens

Sono poche, estremamente poche le persone che sanno guardarsi allo specchio e dire alle proprie rughe, alla propria calvizie, ai propri difetti: «Ebbene, eccoci qui. Voi siete i miei compagni di viaggio; non ho motivo di ostentarvi, ma neppure di tentare di nascondervi. Sarebbe assurdo; anzi, sarebbe patetico».

Quando un essere umano che ha passato la quarantina sa fare questo, significa che ha saputo compiere una lunga strada con se stesso; significa che, nel suo piccolo, è un grand'uomo (o una gran donna). Significa che ha compreso un sacco di cose: cose che non stanno scritte sui libri e che, dunque, non ha avuto la possibilità di imparare da un foglio di carta stampata. Vuol dire che le ha imparate dalla vita: il che è una cosa particolarmente rara, particolarmente apprezzabile.

Non solo.

Dal momento che l'intera società moderna procede trionfalmente (si fa per dire) sulla via opposta, cioè sulla via dell'apparire invece che su quella dell'essere, vuol dire anche che quella tal persona ha saputo elaborare, in solitudine, una propria scala di valori e un proprio codice di comportamento.

Vuol dire che ha capito la differenza fra la vera e la falsa stima di sé; fra il vero volersi bene e quello fasullo, suggerito dalle mille sirene idiote della pubblicità, del cinema e della televisione. Perciò, possiamo star certi che quella è anche una persona forte, capace di andare controcorrente e di infischiarsene delle mere apparenze.

Conosciamo donne che non farebbero mai entrare in casa propria  gli amici ‒ per non parlare degli estranei ‒ se prima non hanno lucidato l'ultima piastrella e spazzato l'ultimo granellino di polvere; che non scenderebbero mai nel negozio sotto casa per comperare il pane o il latte, se prima non si sono truccate per mezz'ora e se non si sono cambiate d'abito, indossando i vestiti migliori, dalla testa fino alla punta delle scarpe. Hanno il terrore di essere trovate in disordine, di essere giudicate sciatte, di essere scoperte "al naturale", senza trucchi e senza veli. [...]




Ma non solo ciò è stato bello, cara amica, nel tuo comportamento.

Anche la tua schiettezza,  il tuo confessare:  «mi manchi,  sinceramente  lo ammetto»; il tuo rinunciare al vecchio gioco ‒ tipicamente femminile ‒ del nascondimento, per mostrarti così come sei, nella sfera dei tuoi sentimenti; pure questo è stato bello. Bello perché raro.

Dovrebbe e potrebbe essere la norma, nelle relazioni umane; invece è la rara e felice eccezione. Quante persone aspettano che sia l'altro a scoprirsi, per poi approfittarne subito e mettersi in una posizione di forza, di vantaggio. 

Miseri individui ‒ ma sono la maggioranza ‒ che non hanno uno straccio di coraggio, ma si aspettano che lo abbiano gli altri; e se lo aspettano, non per ricambiare la franchezza e la lealtà ricevute, ma per tenersi al coperto quanto più a lungo possibile, in modo da non perdere il vantaggio in cui si trovano...

Perché è un gran bel vantaggio sapere quel che si muove nel cuore altrui, mentre si cela astutamente quel che accade nel proprio. Così, si è sempre in grado di avanzare o indietreggiare, secondo la convenienza, rischiando giusto il minimo indispensabile; mentre l'altro, davanti a noi, si è interamente esposto e, quindi, è più vulnerabile che mai...

Ci sono dei miserabili ‒ e non sono affatto rari ‒ che godono di un rapporto ineguale di tal fatta, dove essi hanno in mano tutte le carte buone e le tengono coperte, mentre l'altro ha messo in tavola le sue, senza calcoli o finzioni.

Perciò, le parole che ti sono uscite dal cuore: «mi manchi, sinceramente l'ammetto», ti hanno fatto onore. Avresti potuto continuare il gioco a carte coperte; non l'hai fatto: hai preferito metterle in tavola.

Insieme alle tue paure, del resto. E chi non le ha? Ma confessarle, è cosa da persone coraggiose. Tu le hai confessate: non è da tutti.

Anche questo, è stato un bel gesto. Il terzo, dopo quello di mostrarti per ciò che sei, fisicamente e interiormente.

Il quarto, è che hai saputo dire grazie.

Goffamente e un po' ruvidamente; però ti sei ricordata di ringraziare. Per quello che ritieni di aver ricevuto, attraverso un nostro lungo e gratuito impegno che, a tratti ‒ e adesso in modo particolare ‒ ci è costato quasi la salute.

Certo, ringraziare quando si riceve qualcosa di prezioso ‒ specialmente se lo si riceve gratuitamente ‒ dovrebbe far parte della normalità, nelle relazioni umane. Ma così, invece, non è: e ciascuno di noi lo sa bene, per diretta esperienza.




È raro, rarissimo, che qualcuno torni indietro a dire "grazie" per un bene ricevuto: specialmente se si tratta di un bene di natura spirituale. Se riceve in dono un oggetto materiale, magari costoso, di solito anche la persona più sgarbata si ricorda di borbottare un "grazie": fa parte delle buone maniere.

Subito dopo, probabilmente, quel costoso vassoio o quel servizio da tè prendono la via di qualche armadio polveroso, che diverrà più o meno la loro tomba; ma, intanto, il ringraziamento è stato detto (o scritto), le forme sono state salvate.

Ma dire "grazie" per un dono spirituale: quando mai? Già, perché non è avvolto nella carta da regalo di qualche boutique del centro; dunque, non è costato nulla. E allora, perché mai si dovrebbe ringraziare?

Questo è, appunto, l'atteggiamento mentale per cui così tante persone hanno smesso di ringraziare la vita. Non ringraziano più: né per il fatto di essere al mondo, e magari in buona salute; né per il fatto di avere una casa e un lavoro; né per essere circondate dall'affetto delle persone care; né per le meraviglie che la natura ci offre ogni giorno:

‒ dal canto di migliaia d'uccelli che salutano il primo albeggiare, alla pioggia che lava e purifica, al vento gagliardo che spazza le nubi e porta dolci profumi, al sole che riscalda gioioso, fino al cielo stellato che ci avvolge ogni notte, come un sipario sontuoso, quale neppure il più potente imperatore saprebbe commissionare ai suoi migliori architetti.




Queste persone danno tutto per scontato; o, per dir meglio, non vedono neppure da quanta bellezza sono circondate, da quanta bontà, da quanto splendore. Non se ne accorgono per nulla; però, non appena temono di perdere la più piccola comodità materiale, ecco che subito levano fino al cielo i loro lamenti lacrimosi e le proprie inconsolabili grida di dolore. 

Eh già: in che modo potrebbero vivere per qualche giorno senza la televisione? Come potrebbero fare a meno dell'automobile, del videoregistratore, del computer? Come potrebbero  sopportare  l'affronto che  quella antipatica  della collega,  o della vicina del piano di sotto, si sia comperata un vestito o un paio di scarpe eleganti, proprio identiche alle loro?

Ma tu ti sei accorta di aver ricevuto qualcosa. Sì, te ne sei accorta, e hai voluto dire grazie: come sapevi, senza usare espressioni ricercate. E mescolando il grazie alla confessione delle tue paure.

È scritto nella Bhagavad-gita che gli esseri umani, i quali non pregano il Signore Krishna per ringraziarlo di tutto ciò che ricevono incessantemente, sono in tutto e per tutto dei ladri. Prendono, e tuttavia non solo non offrono nulla per ricambiare, ma neppure ringraziano. Così facendo, commettono un vero e proprio furto.

Anche noi saremmo degli ingrati e, forse, dei ladri, se non ammettessimo il nostro debito con quanti, in vario modo, ci stimolano a proseguire nell'impegno di aiutare il prossimo, per quanto possibile, a trovare la via.

Non che pensiamo di averne le chiavi. A volte accade che ‒ come dice Dante ‒ chi va innanzi faccia  luce a coloro che lo seguono, ma egli stesso rimane al buio. Perciò non è il suo vantaggio che sta cercando: e, se incespica o va a sbattere; se cade e si fa male, lo fa a suo rischio e pericolo. Però, intanto, egli traccia la strada; e altri dopo di lui, se vorranno, la potranno seguire, con maggior chiarezza e con un minor grado di fatica e di rischio...

Facesti come quei che va di notte
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte… 
(Dante, Purg., XXII, 67-69).

Sappiamo che un certo numero di persone ‒ poche o tante, non importa ‒ traggono un beneficio dal nostro impegno disinteressato. Alcune di esse hanno voluto dircelo. Non molte: ma, dei dieci lebbrosi guariti dal Maestro, si sa che uno solo si ricordò, pur nella gioia del momento, di tornare indietro per rendergli grazie (cfr. Luca, 17, 11-19).

Dan Burr

A nostra volta, sappiamo bene che il merito del bene che riusciamo a fare, se pure ne facciamo, non è nostro, ma di qualcun altro.

In primo luogo, di quanti ci hanno dato il loro amore o la loro amicizia, formando il nostro mondo affettivo e morale.

In secondo luogo, di coloro che ci hanno donato la loro competenza, il loro sapere, contribuendo a formare il nostro mondo culturale e spirituale.

Non tutti sono ancora in questo mondo; alcuni ci hanno lasciati lungo il cammino: ma li ricordiamo tutti, con immutata gratitudine ‒ e li sentiamo sempre accanto.

In terzo luogo, il merito è di Qualcuno che, quando i nostri pensieri sono puri e le nostre parole sono buone, pensa attraverso di noi e parla attraverso di noi. Non abbiamo alcun merito da rivendicare in prima persona, se non ‒ forse ‒ quello della fedeltà alla chiamata. Per il resto, ci sentiamo piccoli e fragili; inadeguati, come colui che procede nel buio, a tentoni.

Sarà la strada, tuttavia, a venirci incontro; sarà essa a trovarci. Di questo, non abbiamo certo alcun merito. Perciò, vogliamo ringraziare anche la strada: lo stormire delle foglie nel bosco incantato, il vento profumato che si spande nella notte d'estate.

E poi, avanti, sempre avanti.

Una "forza benevola" guiderà i nostri passi, anche se talvolta andremo a sbattere o cadremo. Come si potrebbe imparare qualcosa dalla vita, senza cadere mai? È cosa sciocca solamente il pensarlo.

Ce n'è di strada, che si allunga innanzi a noi, nella luce argentata della luna! Forse, non giungeremo mai a vederne la fine...

Ma l'importante non è arrivare; l'importante è camminare. E, se possibile, aiutare qualcun altro ad avanzare a sua volta, rischiarandogli la strada nel buio della notte. Questo è quanto crediamo di avere imparato dalla vita.

Una saggezza semplice, umile, priva di pretese e di vanto. E di che cosa dovrebbe vantarsi, poi? Anch'essa è un dono, ricevuto gratuitamente e senza averlo davvero meritato.

Così, non possiamo fare altro che mormorare un "grazie".»




Chiosa di Sebirblu

Che dire di fronte a tale profonda saggezza?... Sicuramente un immenso GRAZIE, da parte mia e dei lettori, a questo Spirito eccezionale che se ne è andato, lasciando tutti molto, ma molto più ricchi...

Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it