sabato 7 febbraio 2026

Già la luce dell'Alba Nuova si mostra all'Orizzonte

 
Regina Femrite

Sebirblu, 4 febbraio 2026

Riprendo oggi ciò che avevo cominciato a scrivere il 15 dicembre scorso, nel giorno della dipartita di mio figlio Emmanuele (ved. QUI e QUI), rivolgendomi a quanti in questi tempi burrascosi cercano disperatamente un faro che illumini il percorso della vita.

A costoro suggerisco di non demordere mai, di insistere a sperare malgrado i venti avversi e le condizioni proibitive dell'esistenza.

Sgorga dal mio cuore, ora più che mai, l'imperiosa necessità di avvertire chiunque si trovi in un momento di massimo sconforto, che la parabola vitale di ognuno non termina con la scomparsa e la disgregazione delle cellule, ma procede ben oltre, in un continuum... inimmaginabile ai più.

La "Conoscenza" vera dell'Essere non si raggiunge solo attraverso letture, formule e riti, svuotati in gran parte della loro sostanzialità e non sostenuti dalla volontà ferrea di sapere davvero «chi siamo, donde veniamo e dove andiamo»*, bensì dall'indagine seria della nostra interiorità che svela il senso dell'esistenza.

* (Sono le domande che l'uomo si pone sin dalla sua remota e tragica "Caduta", che l'ha condotto alla densità della materia. Ved. QUI, QUI e QUI).

Queste parole non scaturiscono da una fede cieca, basata su un costrutto aleatorio ed incerto, ma da esperienze vere e reiterate che ancora vivo nonostante i miei prossimi 85 anni.

La ragione del presente scritto è dovuta ad un insieme di fattori verificatisi che, "unendo i puntini", sono affiorati alla mente a partire da un presagio che ha colpito la psiche, circa un mese prima della scomparsa di mio figlio.

Improvvisamente, durante il sonno, ho vissuto una scena che ben presto avrei inclusa nelle diverse premonizioni avute, riguardanti gli eventi futuri:

«Stretto al petto, tra le mani congiunte, tenevo un piccolo volatile per proteggerlo dalla "contaminazione" di altri uccelli ormai morti, riversi a terra davanti a me. Erano neri dai riflessi bluastri... sembravano cornacchie o corvi... una visione assolutamente infausta.

E quello che temevo è successo perché, divincolandosi, si è prima posato presso di loro per poi, quasi immediatamente, spiccare il volo verso il tetto di una vecchia casa alla mia destra, alta cinque o sei metri.»




Fino ad allora,  nessuno di noi era a conoscenza  di quale  potesse essere  il motivo delle sofferenze di Emmanuele, purtroppo poi rivelatesi fatali, ma una cosa è certa: egli SAPEVA che la cosiddetta "morte" non è che un mero passaggio verso un'altra dimensione... ed è proprio per la sua chiara consapevolezza che l'ho visto, sotto forma di piccolo alato, spiegare le ali e volare in alto, piuttosto che giacere al suolo.

Infatti, quando ancora disponeva del suo veicolo fisico, mi accennava di qualche sua esperienza astrale. Me la descriveva come quella di un uccellino che si poggiava rapido da qualche parte e, dopo aver guardato ciò che lo interessava, "zip" ‒ diceva ‒ volava via.

Il motivo basilare di questo articolo è di rendere noto a tutti l'«indispensabile», avvalendomi dell'analogia col film-capolavoro degli anni '70 «Il Gabbiano Jonathan Livingston», che l'ultima generazione non conosce affatto.

Non ho alcuna possibilità di esporlo qui, perché introvabile sul web, completo e in italiano, ma ricorrerò ad alcuni brani essenziali tratti dal noto libretto best-seller di Richard Bach, così come a dei frammenti visivi da cui proviene l'ancor più celebre pellicola.

Per scrivere questa breve novella, Bach ha messo a frutto le sue conoscenze di aviatore professionista e il titolo stesso del testo, come da lui dichiarato, si rifà al pilota acrobatico John H. Livingston (1897-1974).




Il volumetto inizia con la dicitura:
 
"Al vero Gabbiano Jonathan
   che vive nel profondo di noi tutti"

Questa frase introduttiva è esplicita per chi ha gli occhi d'anima aperti, al fine di vedere e comprendere il significato profondo del racconto.

Non a caso l'autore si è servito del traslato riguardante un certo tipo di uccelli marini, prendendo spunto, come ho detto, da un esperto campione aeronautico.

Il Gabbiano Jonathan, infatti, protagonista assoluto dell'allegoria utilizzata da Bach, rappresenta chiunque voglia saperne di più sul senso della vita, prendendo le distanze da tutta la massa di cui fa parte, interamente immersa nella contingenza giornaliera per riuscire ad assicurarsi almeno il necessario per vivere.

Cercando di elevarsi sempre più in alto e nel contempo velocizzando il volo, egli appare al resto del gruppo come un alieno, uno che vuole distinguersi, un ambizioso senza speranze, un'incapace persino a mantenersi...

In cuor suo, invece, mira a mete superiori, convinto che un essere con le ali (ossia lo Spirito di ognuno) non sia stato creato dal "Grande Gabbiano" solo per dar da mangiare al corpo e godere delle bassezze della vita (raffigurate dagli scarti dei pescherecci buttati a mare).

Così, affrontando, soffrendo, e rinunciando al poco per il meglio ‒ che ancora non conosce, ma che sente in cuor suo esistere ‒ si lancia con coraggio nel vuoto, anzi nell'ignoto, rischiando persino di morire. (Cfr. QUI, QUI, QUI e QUI).




È persuaso che una volta raggiunta la velocità e l'altezza che normalmente nessun uccello del suo genere ipotizza di poter scoprire, potrà essere accolto dai suoi simili come un eroe, ed insegnar loro tutte le potenzialità che ognuno possiede all'interno di sé stesso.

Purtroppo rimane deluso perché la massa ignorante e materialista lo respinge, lo ostracizza  ed  infine  lo  caccia  via.  (Avevo  già  spiegato  QUI, QUI e QUI  la  sorte che ineluttabilmente è riservata ai ricercatori del Vero, ai "Risvegliati" d'anima, ai pionieri del terzo Millennio).




Jonathan perciò è un reietto, un isolato che però non rinuncia alle meraviglie che ha scoperto nei suoi voli e, ormai vecchio e vicino al trapasso, viene affiancato da due splendidi gabbiani (in senso letterale in quanto circonfusi da una luce più bianca del solito) che, con suo immenso stupore, non solo hanno la possibilità di compiere le sue stesse acrobazie, ma lo guidano a vie superiori...




Ecco la scena descritta nel prezioso libretto:

«Provenienti dalla Terra, al di là delle nubi, lui e gli altri due gabbiani volavano in formazione compatta, e d'un tratto, egli si accorse che il suo organismo si era fatto splendente come il loro. Sì sì, lui era sempre il gabbiano Jonathan, era lo stesso giovane gabbiano che sempre si era sentito, dentro di sé, di essere: solo che la forma esteriore era cambiata, adesso.

Il suo pareva sempre un corpo di gabbiano, ma già volava molto, molto meglio di quello di prima. Guarda qua, disse a sé stesso, ora con metà fatica vado il doppio più veloce: due volte tanto, rispetto ai miei migliori risultati sulla Terra!

Le sue penne splendevano adesso d'un candore soave, le sue ali erano lievi, lisce come d'argento polito, perfette. Si mise subito, tutto contento, a provarle, a imparare ad usarle, a imprimere potenza alle sue nuove ali.» [...]

Vi era un limite oltre il quale, anche col suo nuovo corpo, non si andava. [...] In paradiso – pensò – non dovrebbero esserci limiti! Si aprì uno squarcio fra le nubi, i due uccelli di scorta gli augurarono: "buon atterraggio, Jonathan!" e svanirono nell'aria. [...] Perché sono così poco numerosi, qui, i gabbiani?...

La sua memoria si faceva labile, sempre più si affievolivano i ricordi della vita terrena. Sulla Terra, certo, lui aveva imparato tante cose, ma i particolari adesso erano tutti sfocati: là ci si affanna per procurarsi il cibo... là una volta era stato esiliato...

I gabbiani della costa, una dozzina, gli volarono incontro, ma nessuno di loro disse niente. Tuttavia, lui avvertì che era il benvenuto, e che lì era di casa. Era stato un gran giorno, per lui, quello, un giorno di cui però non ricordava l'aurora. [...]

Nei giorni che seguirono, Jonathan si avvide che c'eran tante cose da imparare in quel luogo, come nella vita che si era lasciata alle spalle. Ma una differenza esisteva. Qui, gli altri gabbiani la pensavano come lui. Per ciascuno di loro, la cosa più importante era tendere alla perfezione in ciò che più li interessava: il volo. [...]

Passò parecchio tempo e Jonathan pareva proprio essersi scordato dell'altro posto, da dove era venuto, del luogo natìo dove lo Stormo si dibatteva nella sua magra vita, incurante della gioia di volare, usando le ali solamente per ricercare e procacciarsi il cibo. Però di tanto in tanto, per un attimo, se ne ricordava.

E se ne rammentò una mattina, mentre era fuori con il suo istruttore, e insieme riposavano sul lido, dopo una serie di spericolati mulinelli nell'aria.


Danny Hahlbohm

"Ma dove sono tutti quanti?" domandò, senza emettere alcun suono (dato che ormai si era impratichito nella telepatia che quei gabbiani adoperavano per comunicare, anziché strida e gracchiamenti). "Perché siamo così pochi, qui?

"Cosa vuoi che ti dica? Mi sa tanto che tu, Jonathan, sei un uccello come se ne trova uno su un milione. Per lo più, noialtri ci abbiam messo un'infinità di tempo ad arrivare fin qui. Passavamo da un mondo all'altro, ognuno quasi uguale al precedente, e, subito, ci si scordava della provenienza né c'importava dove fossimo diretti.

Si viveva alla giornata. Hai idea di quante vite ci sarà toccato vivere, prima che ci passasse per il cervello che c'è, sulla Terra, qualcos'altro che conta, oltre al mangiare, al beccarci fra noi, al di là della Legge dello Stormo? Mille vite, Jon, diecimila!

E poi, dopo quel primo piccolo barlume, saranno occorse altre cento vite prima che cominciassimo ad intuire che esiste una cosa chiamata perfezione. E poi, altre cento prima di capire che lo scopo della vita è appunto quello di adeguarci il più possibile a quell'ideale. (Cfr. QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, QUI e QUI).

S'intende che per noi vale la stessa regola, anche adesso: scegliamo il nostro percorso successivo in base a ciò che apprendiamo in questo. Se non impari nulla, l'ambiente di poi sarà identico a quello di prima, e avrai anche là le stesse limitazioni che hai qui, gli stessi handicap."

Distese le ali, si girò pronto a levarsi. "Ma tu, Jon" soggiunse "tu hai imparato tante cose in una volta che non sei dovuto passare attraverso un migliaio di vite per arrivare a questa." [...]

Una sera, i gabbiani che non erano impegnati in prove di volo notturno, se ne stavano insieme sulla spiaggia, ciascuno immerso nei propri pensieri. Jonathan, fattosi coraggio, si avvicinò al Gabbiano Anziano (si diceva che costui fosse prossimo ormai a trasmigrare in un piano più evoluto).

"Ciang..." lo chiamò, con un po' di titubanza. Il vecchio lo guardò affabilmente: "Che c'è figliolo?". La tarda età, anziché indebolirlo, gli aveva conferito maggior vigore: volava meglio di qualsiasi altro ed era già padrone di esercizi di cui gli altri dello Stormo conoscevano appena i rudimenti...»

Ecco la parte del video concernente il dialogo tra il saggio Istruttore e Jonathan.




E come dicono le ultime parole proferite da Jonathan nello spezzone di film, egli si avviò verso quella che era stata la sua prima dimora, verso quello stormo che l'aveva rigettato, in cerca di quel "qualcuno" che avesse il suo stesso desiderio di apprendere e di elevarsi ai Cieli, per poi donare ai propri simili i frutti della Conoscenza acquisita, insegnando loro l'Amore e la Bontà.

E laggiù, nel suo antico habitat...

«Il gabbiano Fletcher Lynd era ancora giovane, però era certo che nessun gabbiano avesse mai subito un trattamento più duro del suo, da qualsivoglia Stormo, né avesse mai patito ingiustizia peggiore.

Non me n'importa niente, di come la pensano loro! ‒ Rimuginava fra sé, furioso, mentre volava verso le Scogliere remote, e la rabbia gli offuscava la vista. Dicano quel che gli pare, ma volare non vuol dire soltanto portarsi da qua a là sbatacchiando le ali! Perfino un... una zanzara ne è capace! 

Unicamente per aver eseguito qualche evoluzioncella, così, per gioco, sopra il capo dell'Anziano, m'hanno esiliato! Eccomi Reietto! Ma non vedono? Ma sono proprio ciechi? Non si rendono conto dell'ebbrezza che potrebbero provare se anche loro imparassero a volare sul serio?

Che m'importa di come la pensano quelli! Glielo farò vedere io, cosa s'intende per volare! Io sarò un fuorilegge, se è a questo che han voluto ridurmi, ma li farò pentire amaramente...

A questo punto  udì dentro di lui una voce e,  per quanto soave fosse,  ne prese un tale spavento che vacillò e perdette l'equilibrio... "Via, non essere duro con loro, Fletcher. Esiliando te, è a sé stessi che hanno fatto male. Un giorno i loro occhi si apriranno. E allora la vedranno come te. Perdonali, e aiutali a capire."

Guardò e vide alla sua destra – le ali quasi si toccavano – il più splendido e bianco dei gabbiani volare senza sforzo accanto a lui, senza muovere una penna, e sì che lui filava, quasi al massimo. Per un po' regnò il caos nella testa del giovane uccello... Che cosa mi succede? Sono matto? Sono morto? Che cos'è questo?

Dolce e pacata, la voce parlò ancora e domandò: "Gabbiano Fletcher, ora rispondi, tu desideri volare?" "SÌ, DESIDERO VOLARE!"

"Gabbiano Fletcher Lynd, sei disposto ad amare tanto il volo da perdonare i torti subiti, e un giorno tornare là presso lo Stormo, e adoprarti perché gli altri imparino?"

Non sarebbe valso a niente mentire a quell'essere arcano e stupendo, per ferito che uno fosse nel suo orgoglio. "Sono disposto, sì" rispose Fletcher Lynd a voce bassa.

"Allora, Fletcher", gli disse la splendida creatura con un tono di voce molto affabile, "Cominceremo con il volo orizzontale...»

Qui, la scena finale...




Chiosa di Sebirblu

È facile per me accomunare la vita di mio figlio con quella del Gabbiano Jonathan per quanto riguarda l'acquisizione di una Realtà trascendente, sconosciuta ai più.

L'unica differenza è che Emmanuele, sin da piccolo, mostrava già di avere in sé, nei suoi comportamenti, il frutto di conoscenze anteriori che in parte l'avevano plasmato. Era qui sulla Terra solo per completarle... ed è per questo che ha "scelto" suo padre e me... per sintonia vibrazionale! (Cfr. QUI e QUI).

Se n'è andato a soli 52 anni, dieci più del suo papà che ne aveva 42 quando trapassò nel 1973, mentre "Manu" aveva cinque mesi e mezzo. Entrambi evoluti... Entrambi desiderosi di un mondo migliore...

E un mondo migliore sta davvero per arrivare! È alle porte del nostro tempo, se devo tener conto dell'ennesima premonizione avuta proprio qualche giorno fa:

‒ "Mi trovavo in un luogo molto alto, come se fosse la terrazza di un grattacielo; vedevo tutto il panorama mentre, all'orizzonte, delle montagne circondavano la pianura e l'intero agglomerato urbano del quale facevo parte anch'io.

In cielo, dense nuvole temporalesche dal grigio scuro al nero (chiamate "cumulo-nembi") minacciavano seriamente di scatenare un grande disastro naturale ma nel medesimo tempo assistevo ad uno spettacolo mozzafiato...

Tutt'intorno, da dietro la catena montuosa stava affacciandosi un'alba delicata dai toni rosa-arancio che lentamente, elevandosi sempre più con la sua pace, serenità e bellezza sembrava prendere il posto del pericolo incombente."

Credo davvero che questo segno preannunzi un imminente intervento divino, se non altro per mettere fine al peggio del peggio che come schiuma infetta sta avanzando per ogni dove sul nostro povero pianeta.

Concludo con una strepitosa conferma da «I Ching» (ved. QUI) che ho consultato, chiedendo come ora si trovasse "Manu" nel suo nuovo stato spirituale, e la risposta è stata incredibile: l'esagramma uscito è il n° 62 che delinea un uccello in volo intento minuziosamente a migliorare sé stesso, cercando di eliminare i difetti rimasti, per poter volare sempre più in alto, verso la Casa del Padre.



Ecco l'esagramma 62:
le due linee spezzate sopra e sotto rappresentano le ali,
mentre le due centrali, intere, raffigurano il corpo del volatile.

Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it

Fonte dei brani dal libro, QUI il pdf.

lunedì 2 febbraio 2026

La Luce è scesa sul Mondo, ma non è stata accolta!

 
Gustave Doré ‒ "Visione della SS. Trinità" ‒ Divina Commedia 

«Io Sono la Luce del mondo;
chi segue Me, non camminerà nelle Tenebre,
ma avrà la Luce della Vita».
 (Gv. 8,12)

Sebirblu, 2 febbraio 2026

Pochi anni  fa,  QUI,  parlando  del  beato  monaco  cistercense  Gioacchino  da  Fiore, ho riportato la visione, da questi avuta, sui tre cerchi colorati e luminosi apparsigli in uno splendore inimmaginabile, raffiguranti la Santissima Trinità e descritti a piè di pagina con le terzine di Dante nel Paradiso della Divina Commedia.

Ebbene, anche al veggente Giuseppe Auricchia, a cui ho dedicato un post QUI, è stata presentata la medesima configurazione in un incisivo e straordinario messaggio di Gesù, ricevuto nel giorno della Candelora di quindici anni fa.

Adesso, dal momento che oggi si celebra di nuovo il ricordo della Presentazione di Gesù al Tempio, che in forma dettagliata e approfondita ho già esposto QUI, e prima di riportare un brano molto interessante su una riflessione di un sacerdote su tale ricorrenza, pubblico ciò che è stato detto da nostro Signore all'umile Suo portavoce siciliano.



Giuseppe Auricchia ‒ (19162012)

"La Nostra Trinità è Luce illuminata

da una sorgente vivente,
 operante in se stessa"

Festa della Candelora. Messaggio privato di Gesù.

Giuseppe Auricchia: "È la notte del 2 febbraio 2011, sono le ore 1:30. Non trovo riposo. Mi giro da una parte all'altra con sofferenza, con i miei dolori. Vedo una Luce folgorante penetrare nella mia camera, è Gesù che così mi dice":

"Guarda questa visione del Sole. Come tutte le altre da te ricevute, questa fu del 6 gennaio 1991, che non hai veduto. Ora scrivi: Dio da Dio, Luce da Luce, generato ma non creato. La Santissima Trinità è Luce, Amore che si compendia nell'Ostia Santa. Figlio scrivi ciò che non hai visto.

La Nostra Trinità è Luce illuminata da una Sorgente vivente in sé stessa, operante in sé stessa. L'universo è tanto grande quanto Essa è infinita. La Sua Essenza riempie i Cieli, scorre sul Creato, domina sugli astri infernali.

Non vi penetra, sarebbe finito l'inferno, ma li schiaccia col suo rutilare che beatifica nel Cielo, consola sulla terra, terrificante nell'inferno.

Tutto è assolutamente trino in Noi: le forme, gli effetti e i poteri. Dio è Luce, Luce vastissima, maestosa, pacata e data dal Padre. Cerchio infinito che abbraccia tutta la Creazione, dall'attimo in cui fu detto: "Sia Luce fino ai secoli dei secoli".

Poiché Dio che era, è e sarà in perpetuo, abbraccia la Creazione da quando essa fu e continuerà ad abbracciare, allorché nell'ultima espressione eterna, dopo il Giudizio, rimarrà nel creato e abbraccerà coloro che sono eterni con Lui nel Cielo.

All'interno del cerchio eternale del Padre si trova un secondo cerchio, generato da Lui diversamente, ma non contrariamente operante, perché l'Essenza è una, ed è il Figlio.

La Sua Luce più calda, non darà soltanto la vita ai corpi, ma la ridarà alle anime che l'avevano perduta, mediante il Suo Sacrificio. È un dilagare di Raggi potenti e soavi, che nutrono la vostra umanità e ammaestrano la vostra mente.

Dentro il secondo cerchio, prodotto dal duplice operare, ce n'è un terzo, dalla Luce più vibrante e accesa, è lo Spirito Santo. È l'Amore prodotto dai rapporti del Padre col Figlio, tramite i Due, e conseguenza dei Due. È meraviglia delle meraviglie!



"Liber Figurarum" di Gioacchino da Fiore.


II Pensiero creò la Parola e il Pensiero e la Parola si amano. L'Amore è Paraclito. Esso opera sullo spirito vostro, sulla vostra anima, sulla vostra corporeità, perché consacra tutto il "tempio" creato dal Padre e redento dal Figlio.

Della vostra persona, creata ad immagine e simiglianza di Dio Uno e Trino, lo Spirito Santo è Crisma sulla Creazione, fatta dal Padre, è Crisma della vostra individualità, è grazia per fruire del Sacrificio del Figlio, è scienza, è Luce, per comprendere la Parola di Dio.

Luce più riflessa, non perché Essa sia limitata rispetto agli altri scelti, ma perché è lo Spirito dello Spirito di Dio e perché nella Sua Contemplazione è potentissima, come è potentissima nei Suoi effetti.

Per questo Dio disse: "Quando verrà il Paraclito vi istruirà". Neppure Io, che sono il Pensiero del Padre, divenuto Parola (Gesù, il Cristo, cfr. QUI; ndr), posso farvi capire quanto può, con un solo balenare, farvi comprendere lo Spirito Santo.

Se davanti al Figlio, ogni ginocchio si deve piegare, dinnanzi al Paraclito si deve inchinare ogni spirito, perché lo Spirito dà vita allo spirito.

È l'Amore che ha creato l'Universo, che ha istruito i primi servi di Dio, che ha indotto il Padre a sancire i Comandamenti, che ha illuminato i Profeti, che ha concepito in Maria il Redentore, che ha messo Me sulla Croce, che ha sostenuto i Martiri, che ha retto la Chiesa operante nei prodigi di Grazia.

Fuoco Bianco, insostenibile alla visuale e alla natura umana, concentrante in Sé il Padre ed il Figlio... è la Gemma incomprensibile, ineguagliabile della Nostra eterna Bellezza. Fissa nella sommità del Cielo, attrae a Sé tutti gli spiriti della Mia Chiesa trionfante e coloro che sanno vivere di Spirito in quella militante.

La Nostra Trinità, la Nostra Triplice ed unica Natura, si fissa in un unico Splendore, in quel punto da cui si genera tutto quanto... ed è un Eterno Essere.

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Ti benedico in questo giorno di Luce, Io Gesù Cristo."


Giotto di Bondone  Cappella degli Scrovegni ‒ Padova.

La Presentazione di Gesù al Tempio

Il 2 febbraio è il quarantesimo giorno dal Natale e la Chiesa (quella Vera, fondata da Nostro Signore e composta da tutti coloro che lo seguono in Spirito e Verità; ndr) celebra la festa della Luce.

La ricorrenza è suggerita dalle parole del santo vecchio Simeone, che si rivolge al Piccolo Gesù chiamandolo "Luce per illuminare le genti e Gloria di Israele". Questa festa chiude i "misteri dell'infanzia" e prepara alla celebrazione della Pasqua.

Il Cristo entra nelle strutture umane, entra nel Tempio, si affaccia sul nostro spazio e nella nostra era, come scrive Paolo nella Lettera agli Ebrei:

‒ «Egli è diventato partecipe del corpo e del sangue degli uomini, suoi fratelli, rendendosi in tutto simile a loro... Dio, in Gesù, non solo entra nel nostro spazio, ma anche nella nostra fisicità, nella nostra miseria, nel nostro limite e questo fino alla morte... percorre tutte le strade dell'uomo per riscattare ed illuminare l'umanità!»

Scriverà, con poetico acume S. Kirkegaard, che Gesù "è la punta di fuoco dell'infinito nel finito"... e viene a purificare come il fuoco purifica; viene in una famiglia ebraica e nelle strutture legali e rituali umane; viene nella piccolezza della corporeità di un bambino.

Il passo di Luca, che è l'unico evangelista che narra di questo evento al quarantesimo giorno dalla "nascita" (ved. QUI; ndr), inizia con un'espressione strana: "Quando venne il tempo della loro purificazione". Di chi parla?



"Purificazione della Vergine" di Guido Reni.


Per molto tempo (nei secoli; ndr) si è pensato esclusivamente alla purificazione di Maria (tanto che questa ricorrenza addirittura si chiamava così!) secondo un rito previsto dal Libro del Levitico... ma questa ipotesi non ha fondamento per quel plurale (loro). A cosa allude?

Si riferisce alla catarsi dei figli di Levi, a quella del culto, del Tempio e del popolo israelita, così come è presentata e auspicata da Malachia nel testo del suo libro:

"Entrerà il Signore nel suo Tempio, purificherà i figli di Levi perché possano offrire un'oblazione secondo giustizia. E così l'offerta di Giuda e di Gerusalemme Gli sarà gradita".

Si attendeva dunque una visita del Signore, tanto che il Salmo 23 chiede che siano tolti i frontali dei pur immensi portoni del sacro Tempio; devono essere tolti per lasciar passare l'«Immenso»: "Sollevate i vostri frontali ed entri il Re della gloria"...

In quel giorno, però, in cui Maria e Giuseppe vi condussero il Pargoletto per la Sua Presentazione e la purificazione di Lei, l'«Immenso» si presentò come un qualunque bambino fra le braccia dei suoi genitori:

‒ si attendeva l'immensamente grande e arrivò l'immensamente piccolo: il Signore entra nella Sua Casa, ma nella logica del nascondimento e della povertà che sottende alla scelta dell'Incarnazione.

Dunque una Presenza semplice ed umile, che solo i puri possono riconoscere; ed ecco Simeone ed Anna, due vegliardi in cui si compendia tutta la speranza di Israele:

‒ le vecchie braccia di Simeone che accolgono Gesù raffigurano la Prima Alleanza che ha custodito l'antica Promessa e che, finalmente, incontra Colui che la compie.

Il nome "Simeone" significa infatti "Dio ha ascoltato"; l'invocazione israelita è stata accolta, e il Cristo è la risposta alle attese, è il "rilancio" della Promessa che ora, in Lui, si estende a tutte le genti!

Alla fine del suo Vangelo, Luca (2, 22-40; ndr) ci presenta un altro giusto ‒ Giuseppe d'Arimatea ‒ il quale era "in attesa" del Regno di Dio, analogamente a Simeone che invece "attendeva" solo il 'conforto' di Israele. 



"Giuseppe d'Arimatea depone Gesù" di Giovanni Girolamo Savoldo.

Anche Giuseppe d'Arimatea, come il vecchio Simeone, aveva accolto Gesù nelle sue braccia deponendolo dalla Croce e accogliendolo nel suo sepolcro nuovo. Entrambi sono rappresentazioni dell'Israele fedele che ha ricevuto la Promessa e che ne ravvisa il compimento.

Nell'oriente cristiano tale festa è chiamata "Ipapante", ossia "Incontro", e consiste proprio nell'analogia tra l'attesa (generata dalla Promessa) e l'attuazione (generata dalla fedeltà in Dio).

Lo Spirito – che trova in Simeone un cuore ricolmo d'attesa e di speranza – gli permette di riconoscere in quel Bambino "qualunque" la Luce che illumina tutte le genti, la Gloria di Israele...

Che bella questa vecchiaia di Simeone ed Anna, che non s'è trasformata in mera rassegnazione, bensì viene illuminata dalla Speranza che poggia su una precisa Promessa di Dio, il cui cuore ha saputo ascoltare e custodire senza stancarsi: egli avrebbe visto il Messia prima di vedere la morte!

Lo Spirito, dunque, permette a Simeone di riconoscere il Cristo, di cantare la Sua lode, di profetare! Difatti, appena Simeone ha il Bambino fra le braccia, intona il brevissimo ed intenso canto "Nunc dimittis" in dolce abbandono, colmo di fiducia profonda; è il canto di un uomo che vede giunto per sé il tramonto pieno di luce, un tramonto senza paura...

Per questo, fin dal quinto secolo, il Cantico di Simeone è divenuto il carme della Chiesa intera, ad ogni sopraggiungere della notte!

Egli è come una sentinella che ha vegliato a lungo e finalmente, vedendo spuntare la luce, può andare a dormire: non ha nulla di malinconico, il suo canto è un saluto gioioso alla compiutasi Parola di Dio, della quale riesce a percepire l'ampiezza e la forza...

Così Simeone diventa anche profeta, perché coglie tutto il senso profondo che quell'Avvento di Dio, nella debolezza, ha per l'umanità: il Messia, che appare fragile tra le sue braccia, è Segno di Contraddizione ed è Svelamento dei segreti dei cuori.

Dinnanzi a Lui si dovrà prendere posizione... dinnanzi a Lui gli uomini saranno divisi tra un "no" ed un "sì", tra l'accoglienza di questa incredibile venuta di Dio ed il rifiuto dello Stesso, fragile e debole fino alla Croce!

Simeone riesce a scorgere anche l'ombra della Croce: tutto il suo breve discorso racchiude questa consapevolezza su di essa e non solo sulle parole concernenti la «spada» che trapasserà il cuore della Madre, la cui allusione è certamente ricca di un'ulteriore accezione in quanto essa, nella Scrittura, è una delle metafore della Parola di Dio (cfr. Is. 49,2; Eb. 4,12; Ef. 6,17).

La «spada-Parola» è contraddizione alle vie mondane, ed è chiara richiesta di presa di posizione: o per il Regno o per il mondo.




La «spada» che trafigge il cuore di Maria, allora, non è soltanto il dolore per il Figlio rigettato e crocefisso, ma è anche la lacerazione che la Figlia di Sion, il popolo di Israele, sarà destinato a subire davanti alla pietra d'inciampo, davanti al segno di contraddizione che è quel Bambino.

Si tratta quindi della «spada-Parola», che dovrà sempre trafiggere il cuore della Chiesa (di cui Maria è Madre; ndr) perché essa sia fedele alla novità del Vangelo; sarà costantemente giudizio ed inciampo per chiunque voglia percorrere vie mondane.

Il corpo ecclesiale, dunque, dovrà fare esperienza della trafittura e dello strappo causato dalla Parola che Cristo gli ha consegnato. Essa svela i segreti del cuore umano e abbatte i muri difensivi dell'ipocrisia.

Il gran Segno di contraddizione che quel Bambino avrebbe sollevato s'impernia sulla Croce che necessita riconoscere, pur nell'apparente debolezza di Dio, come potenza assoluta della Sua misericordia.

Allora, mediante la Croce, avverrà in modo definitivo quella purificazione che ora è solo prefigurata in questo ingresso del Bambino nel Tempio di Gerusalemme.

Nel racconto di Luca c'è però anche l'altra figura, quella di Anna (nome che significa "favore di Dio"), figlia di Fanuel (ossia "volto di Dio"), della tribù di Aser ("sorte felice")... di lei non si dice che attendeva, perché proclama, ancora oggi, la realtà del Messia a coloro che aspettano.

La profetessa Anna ricevette grazia da Dio (e il suo nome ce lo ricorda!) perché ne vide il "volto" (la qualifica del padre) ed ha la felice ventura (termine della sua tribù) di essere annunciatrice della Presenza che salva!

Inoltre, ella è pure icona del compito evangelizzatore del discepolo di Cristo che, al mondo in attesa, annuncia la Redenzione, la Liberazione dalle catene del Male, la possibilità che la sorte cattiva, dovuta alla trasgressione del mondo, sia capovolta dall'Amore di Dio!

Accogliamo dunque la Luce di Cristo, accendiamo le fiaccole nella notte della storia: facciamoci anche noi, come Simeone ed Anna, annunciatori della Sua Presenza.

Cerchiamo di essere vibranti per questo nostro mondo: testimoni di un incontro fra l'Eterno Padre e l'uomo di tutti i tempi... Ciò può avvenire soltanto attraverso la nostra mediazione e la singola testimonianza profetica.




Se la comunità ecclesiale non opera in tal senso, non ha più ragion d'essere e rischia di essere una Istituzione che fatica solo per mantenere in vita se stessa, per auto-alimentarsi...

No! Il sogno di Dio sulla Chiesa è ben altro... essa è seme del Regno, esposta al rischio della storia, immersa nelle sue trame, ma per rinnovarla pagandone il prezzo. Come il suo Signore!

Relazione, adattamento e cura di Sebirblu.blogspot.it

Fonte: clarusonline.it ‒ Cfr. anche QUI.


sabato 31 gennaio 2026

Candelora: "La LUCE risplende nelle Tenebre, ma...


Greg Olsen

Sebirblu,
 31 gennaio 2026

Il 2 febbraio ricorre per diverse fedi cristiane, non solo per la Chiesa Cattolica, la festa della "Candelora" (cfr. QUI e QUI) o memoria solenne della Presentazione di Gesù al Tempio che celebra l'ingresso della Luce (il Cristo) nella storia dell'uomo, decaduto dopo la "Rivolta" iniziale. (Ved. QUI, QUI e QUI).

Ciò che salta subito all'occhio leggendo il Vangelo di Luca 2, 22-38, è l'assenza totale dei sacerdoti preposti al "Luogo" sacro, in contraddizione stridente con quello che la festività vuole rappresentare, ossia l'offerta a Dio della propria vita e missione da parte di tutti i consacrati, per la salvezza delle anime.

Emerge invece, in tutta la sua intensità la fede del vecchio Simeone che, avendo richiesto a Dio la grazia, prima del trapasso, di veder compiersi la profezia tanto attesa da Israele della comparsa del Messia ‒ il Cristo, si recò al Tempio avvertito dallo Spirito Santo e venne perciò esaudito. Alla vista del Bimbo Divino esclamò:

«Ora puoi lasciare, o Signore, che il Tuo servo
vada in pace, secondo la Tua parola,
    perché i miei occhi hanno visto la Tua salvezza,
preparata da Te davanti a tutti i popoli:
Luce per rivelarTi alle genti
e gloria del Tuo popolo, Israele».

Ma ecco ora la Parola di Colui che disse: "Io sono la Luce del mondo. Chi segue me non camminerà nelle Tenebre, ma avrà la luce della vita. (Gv. 8,12).

Brano tratto da "I Quaderni del '43" di Maria Valtorta pag. 618.

4 dicembre ‒ dice Gesù:

«Quando nel cielo sereno si alza il sole al mattino, esso sorge dal lato d'Oriente. È da Oriente che la luce a voi viene e sempre più avanza e cresce sino ad empire il cielo di raggi e la Terra di tepore e festa.

Cosa c'è di più bello e grande del sorgere del sole ad ogni nuovo mattino? Esso vi parla del Supremo Ordinatore di tutte le cose, la cui potenza infinita regola il corso degli astri con pensiero d'amore per voi, suoi figli, al Quale i medesimi astri ‒ smisurati giganti dell'Universo ‒ sottostanno.

Voi, invece, impercettibile polvere sparsa su un pianeta, non dei più grandi, rotante per le vie sconfinate del firmamento, non reputate doveroso ubbidire per rispetto e gratitudine verso chi vi ama ed è un Dio.

Pagina che ogni mattina potete rileggere, sol che lo vogliate, con gli occhi dell'anima, la luce che torna basterebbe a farvi meditare per tutte le ore del nuovo giorno sulla Presenza, la Potenza, la Bontà di Dio, e richiamarvi alla mente Me: Luce del mondo, Sole eterno, Oriente Santo.




L'appellativo di "Oriente" datomi dagli antichi di Israele non è errato. Bello come il levarsi dell'astro al mattino è il Mio apparire al mondo, per il quale, come Sole, Io ho portato la Luce.

Con Essa, ho iniziato la giornata di Dio oscurata al suo formarsi dalla colpa prima che avrà il suo fulgido tramonto nel momento finale per risorgere poi eterna con tutti i suoi eletti nel Regno dell'Altissimo.

Io sono l'Oriente di Dio, quello che lo annuncia alle genti: generato da Lui (Unico Raggio Unigenito; ndr) vengo sotto di Lui, né, come il sole, conosco tramonto. Sto fisso, eterno nella Mia Divinità intorno alla Quale i popoli roteano come astri che da Me traggono vita e luce.

Non Io ma voi conoscete le oscurità delle Tenebre, perché in voi, non in Me, tramonta la luce, perché dalla Luce vi scostate frapponendovi le barriere e le lontananze di una volontà non consona a Dio o le colpe commesse contro la Sua Legge.

Venuto ad annunciare il Padre, Signore eterno, e a testimoniarne la Santissima Esistenza, Gli ho costruito il nuovo tempio. Ma non quello materiale di pietre e calcina che i secoli e gli uomini possono rovinare nei loro assalti di tempo o di guerre.

Bensì il Tempio la cui Pietra Io Sono: la Mia Chiesa che NON MORRÀ nemmeno con il morire della Terra e, come nuvola d'incenso e fragranza di fiore, salirà nel luogo di Dio, libera ormai come donna affrancata da tutti i servaggi per congiungersi al suo Fondatore in nozze eterne i cui testimoni saranno i suoi santi. (Cfr. QUIQUIQUI e QUI; ndr).

Bensì il tempio non collettivo ma singolo ‒ e per essere singolo non è meno santo ed eterno del Tempio della Chiesa Mia ‒ del vostro Spirito che Io ho riedificato dopo che Satana l'aveva minato con la colpa, rigenerandovi alla Grazia, inondandovi del Mio Sangue, istruendovi con la Mia Parola. (Cfr. QUI, QUI, QUI, QUI e QUI; ndr).




Questa è la Mia gloria. Aver restituito a Dio i templi delle vostre anime riconsacrate, e di questa gloria il Padre Santo Me ne riveste dandomi potere di Giudice su tutte le creature che a prezzo di Sacrificio senza misura ho fatte Mie.

Io sono il vostro secondo Creatore poiché ho ripreso i creati del Padre, fatti cadaveri dalla colpa, e ad essi ho infuso la vita con il Mio morire. Mi sono spogliato della vita per darvi la Vita. Mi sono spogliato della veste di Dio per cingere veste d'uomo, e anche questa ho persa per voi dopo aver conosciuto tutto l'orrore della vita: dolori, fame, tradimenti, torture, fatiche, agonie, morte.

Oh! Redenzione dell'uomo, riparazione e omaggio fatto al Mio Santissimo Padre, quanto Mi costi! Consacratore, costruttore e vittima, Io ho il diritto di essere Sacerdote Supremo. Né il Padre questo diritto Me lo nega, ma anzi lo proclama per la Sua Giustizia e Carità, perché Io col Padre Mio sono in intesa di pace infinita.

Egli m'è Genitore ed Io gli son Figlio, e sono l'Ubbidiente e l'Amoroso che l'Amore trasporta ad ubbidire per dare gioia e gloria al Padre Santo.

Dal momento in cui Io  ‒ "Oriente" del mondo  (ed è per questo che si è manifestato in  Medio Oriente,  per illuminare l'Occidente pagano, ved. QUI; ndr)sono venuto a portare la Luce alle Tenebre, vi ho chiamati con la forza della Carità (o dell'Amore) e della Parola.

Fin dai più lontani paesi siete venuti a Me poiché Io non sono un dio falso e crudele, ma il Dio vero e misericordioso che opera i miracoli dell'amore per condurre sotto il Suo Segno le pecore smarrite fuor del Suo ovile.

E siccome vi amo di un Amore per voi incomprensibile tanto è perfetto, non solo vi salvo, mettendovi nelle Mie schiere, ma vi faccio Miei collaboratori nell'edificare il Tempio che non conoscerà distruzione e nel quale la Gloria Trina riposerà, e voi tutti La conoscerete quale Essa è, assurti alla Vita perfetta e fatti capaci di conoscere Dio.

Io, Verità del Padre, ve lo giuro. A coloro che ascolteranno Me: Voce del Signore, sarà serbata la sorte di gioia infinita di conoscere Iddio.»




Lascio ora, sempre alla stessa Autrice, la sublime descrizione dell'evento che avrebbe cambiato per sempre le sorti dell'Umanità ribelle; segue commento di Gesù.

Dal 1° vol. de "L'Evangelo come mi è stato rivelato".

Presentazione di Gesù al Tempio.
La virtù di Simeone e la profezia di Anna.

1 febbraio 1944

«Vedo partire da una casetta modestissima una coppia di persone. Da una scaletta esterna scende una giovanissima madre con un bambino fra le braccia, avvolto in un panno bianco.

Riconosco questa Mamma nostra. È sempre Lei, pallida e bionda, snella e tanto gentile in ogni suo atto. È vestita di bianco, col manto in cui si avvolge di un pallido azzurro. Sul capo un velo bianco.

Porta con tanta cura il suo Bambino. Ai piedi della scaletta l'attende Giuseppe presso un ciuchino bigio. Giuseppe è vestito tutto di color marrone chiaro, sia nella tunica che nel mantello. Guarda Maria e le sorride.

Quando Maria giunge presso l'animale, Giuseppe si passa la briglia dell'asinello sul braccio sinistro e prende per un momento il Bambino, che dorme tranquillo, per permettere a Maria di accomodarsi meglio sulla sella. Poi le rende Gesù e si avviano.

Giuseppe cammina al fianco di Maria, tenendo sempre per la briglia il somarello e facendo attenzione che questo vada dritto e senza inciampi. Maria tiene in grembo Gesù e, come per tema che il freddo gli possa nuocere, gli stende addosso un lembo del suo mantello.

Parlano pochissimo i due sposi, ma si sorridono sovente. La strada, che non è un modello stradale, si snoda fra una campagna che la stagione fa nuda. Qualche altro viaggiatore si scontra coi due o li raggiunge, ma sono rari.

Poi ecco delle case che si mostrano e delle mura che serrano una città. I due sposi entrano in essa da una porta e comincia il percorso sul selciato (molto sconnesso) cittadino.

Il cammino diviene molto più difficile, sia perché vi è del traffico che fa fermare tutti i momenti il ciuchino, sia perché lo stesso sulle pietre e sulle buche che sostituiscono le pietre mancanti ha continue scosse, che disturbano Maria e il Bambino.




La strada non è piana. Sale, sebbene lievemente. È stretta fra case alte dalle porticine strette e basse e dalle rade finestre sulla via. In alto il cielo si affaccia con tante fettine di azzurro fra case e case, anzi fra terrazze e terrazze.

In basso sulla via vi è gente e vocìo, e si incrociano altre persone a piedi, o su asini, o conducenti dei somarelli carichi, ed altre dietro ad una ingombrante carovana di cammelli.

Ad un certo punto passa con molto rumore di zoccoli e di armi una pattuglia di legionari romani, che scompaiono oltre un arco posto a cavalcioni di una via molto stretta e sassosa. Giuseppe piega a sinistra e prende una via più larga e più bella. Vedo la cinta merlata, che già conosco, in fondo ad essa.

Maria smonta dall'asinello presso la porta dove è una specie di posteggio per altri somarelli. Dico «posteggio» perché è una sorta di capannone, meglio, di tettoia, dove è paglia sparsa e dei paletti con degli anelli per legare i quadrupedi.

Giuseppe dà alcune monete ad un ometto accorso e con esse acquista un poco di fieno, e attinge un secchio d'acqua da un pozzo rudimentale che è in un angolo, e li dà al ciuchino. Poi raggiunge Maria ed ambedue entrano nel recinto del Tempio.

Si indirizzano prima verso un porticato, dove vi sono quelli che Gesù poi fustigò egregiamente: i venditori di tortore e agnelli e i cambiavalute. Giuseppe acquista due colombini bianchi. Non cambia il denaro. Si capisce che ha già quello che gli occorre.

Giuseppe e Maria si dirigono ad una porta laterale che ha otto gradini, come mi pare abbiano tutte le porte, quasi che il cubo del Tempio sia sopraelevato dal resto del suolo. Questa porta ha un grande atrio, come i portoni delle nostre case di città, per dare un'idea, ma più vasto e ornato.




In esso vi sono a destra e a sinistra due specie di altari, due costruzioni rettangolari, di cui sul principio non capisco bene lo scopo. Sembrano delle basse conche, perché l'interno è più giù dell'orlo esterno, che si sopraeleva di qualche centimetro.

Non so se chiamato da Giuseppe o se venuto di suo, accorre un sacerdote. Maria offre i due poveri colombi ed io, che capisco la loro sorte, volgo altrove lo sguardo. Osservo gli ornati del pesantissimo portale, del soffitto, dell'atrio. Mi pare però di vedere, con la coda dell'occhio, che il sacerdote asperga Maria con dell'acqua.

Deve essere acqua, perché non vedo macchie sul suo abito. Poi Maria, che insieme ai colombini aveva dato un mucchietto di monete al sacerdote (mi ero dimenticata di dirlo) entra con Giuseppe nel Tempio vero e proprio, accompagnata dal levita.

Io guardo da tutte le parti. È un luogo ornatissimo. Sculture a teste d'angeli e palme e ornati corrono sulle colonne, le pareti e il soffitto. La luce penetra da curiose finestre lunghe, molto strette, naturalmente senza vetri, e tagliate diagonalmente alla parete. Suppongo che sia per impedire agli acquazzoni di entrare.

Maria si inoltra sino ad un certo punto. Poi si arresta. A qualche metro da Lei vi sono degli altri gradini e su questi sta un altro tipo di altare, oltre il quale vi è un'altra costruzione.

Mi accorgo che credevo essere nel Tempio e invece ero in ciò che contorna il Tempio vero e proprio, ossia il Santo, oltre il quale pare che nessuno, fuorché i sacerdoti, possano entrare.

Quello che io credevo Tempio non è perciò che un chiuso vestibolo, che da tre parti cinge il luogo sacro, dove è chiuso il Tabernacolo. Non so se mi sono spiegata per bene. Ma non sono architetto o ingegnere.

Maria offre il Bambino - che si è svegliato e gira i suoi occhietti innocenti intorno con lo sguardo stupito degli infanti di pochi giorni - al sacerdote. Questo lo prende sulle braccia e lo solleva a braccia tese, volto verso il Tempio, stando contro a quella specie di altare che sta su quei gradini. Il rito è compiuto. Il Bambino viene restituito alla Mamma e il levita se ne va.

Vi è della gente che guarda curiosa. Fra questa si fa largo un vecchietto curvo e arrancante, che si appoggia ad un bastone. Deve essere molto vecchio, direi certo oltre gli ottant'anni. Egli si accosta a Maria e le chiede di dargli per un attimo il Piccino. Maria lo accontenta sorridendo.

Simeone, che io ho sempre creduto appartenesse alla casta sacerdotale e invece è un semplice fedele, almeno a giudicare dalla veste, lo prende, lo bacia. Gesù gli sorride con la smorfietta incerta dei poppanti.


Greg Olsen

Sembra che lo osservi curioso, perché il vecchietto piange e ride insieme, e le lacrime fanno tutto un ricamo di luccichii insinuandosi fra le rughe e imperlando la barba lunga e bianca, verso la quale Gesù tende le manine.

È Gesù, ma è sempre un bambinello, e ciò che gli si muove davanti attira la sua attenzione e gli dà velleità di afferrare quella cosa per capire meglio cosa è. Maria e Giuseppe sorridono, e anche i presenti, che lodano la bellezza del Piccino.

Sento le parole del santo vecchio e vedo lo sguardo stupito di Giuseppe, quello commosso di Maria, e anche quelli della piccola folla, in parte stupita e coinvolta, e in parte, alle parole del vecchio, presa da ilarità.

Fra questi vi sono dei barbuti e tronfi sinedristi, che scuotono il capo, guardando Simeone con compatimento ironico. Lo devono pensare andato fuor di cervello per l'età.

Il sorriso di Maria si spegne in un più vivo pallore quando Simeone le annuncia il dolore. Per quanto Ella sappia, questa parola le trafigge lo spirito.

Si avvicina di più a Giuseppe, Maria, per confortarsi, si stringe con passione il suo Bambino al seno e beve, come anima assetata, le parole di Anna, la quale, donna come è, ha pietà del suo soffrire e le promette che l'Eterno le addolcirà di una forza soprannaturale l'ora del dolore.

"Donna, a Chi ha dato il Salvatore al suo popolo non mancherà il potere di dare il suo angelo a confortare il tuo pianto. Non è mai mancato l'aiuto del Signore alle grandi donne d'Israele, e tu sei ben più di Giuditta e di Giaele.

Il nostro Dio ti darà cuore di oro purissimo per resistere al mare di dolore, per cui sarai la più grande Donna della creazione, la Madre. E tu, Bambino, ricordati di me nell'ora della tua missione". E qui mi cessa la visione.» 




2 febbraio 1944  dice Gesù:

«Due insegnamenti per tutti sgorgano dalla descrizione che hai data. Il primo: non al sacerdote immerso nei riti e con lo spirito assente, ma ad un semplice fedele si svela la verità.

Il sacerdote, sempre a contatto con la Divinità, volto alla cura di quanto ha attinenza con Dio, dedicato a tutto quanto è più alto della carne, avrebbe dovuto intuire subito chi era il Bambino che veniva offerto al Tempio quella mattina.

Ma, perché potesse intuire, occorreva che avesse uno spirito vivo. Non unicamente una veste ricoprente uno spirito, se non morto, molto assonnato. Lo Spirito di Dio può, se vuole, tuonare e scuotere come folgore e terremoto anche lo spirito più ottuso.

Lo può. Ma generalmente, poiché è Spirito di ordine come è ordine Dio in ogni sua Persona e modo di agire, Esso si effonde e parla non dico dove è merito sufficiente a ricevere la sua effusione – allora ben poche volte si effonderebbe, e tu pure non ne conosceresti le luci – ma là dove vede la "buona volontà" di meritare la sua effusione. Come si esplica questa buona volontà?

Con una vita fatta, per quanto vi è possibile, tutta di Dio. Nella fede, nell'ubbidienza, nella purezza, nella carità, nella generosità, nella preghiera. Non nelle pratiche, nella preghiera. Vi è differenza minore fra la notte e il giorno che non fra le pratiche e la preghiera.

Questa è comunione di spirito con Dio, dalla quale uscite rinvigoriti e decisi a sempre più appartenere a Dio. L'altra è una abitudine qualunque, fatta per scopi diversi ma sempre egoisti, la quale vi lascia quelli che siete, anzi vi aggrava di una colpa di menzogna e di accidia.

Simeone aveva questa buona volontà. La vita non gli aveva risparmiato affanni e prove. Ma egli non aveva perduto la sua buona volontà. Gli anni e le vicende non avevano intaccato e scosso la sua fede nel Signore, nelle sue promesse, e non avevano stancato la sua buona volontà d'esser sempre più degno di Dio.

E Dio, prima che gli occhi del servo fedele si chiudessero alla luce del sole, in attesa di riaprirsi al Sole di Dio rutilante dai Cieli aperti al mio salire dopo il Martirio, gli mandò il raggio dello Spirito che lo guidasse al Tempio, per vedere la Luce venuta al mondo.

"Mosso da Spirito Santo" dice il Vangelo. Oh! se gli uomini sapessero quale Amico perfetto è lo Spirito Santo, quale Guida, quale Maestro! Se lo amassero e lo invocassero, questo Amore della SS. Trinità, questa Luce della Luce, questo Fuoco del Fuoco, questa Intelligenza, questa Sapienza! Quanto più saprebbero di ciò che è necessario sapere!




Vedi, Maria; vedete, figli. Simeone ha atteso tutta una lunga vita di "vedere la Luce", di sapere compiuta la promessa di Dio. Ma non ha mai dubitato. Non si è mai detto: "È inutile che io perseveri nello sperare e nel pregare".

Ha perseverato. E ha ottenuto di "vedere" ciò che non videro il sacerdote e i sinedristi pieni di superbia e di opacità: il Figlio di Dio, il Messia, il Salvatore in quelle carni infantili che gli davano tepore e sorrisi. Ha avuto il sorriso di Dio, primo premio della sua vita onesta e pia, attraverso le mie labbra di Bambino.

Seconda lezione: le parole di Anna. Anche ella, profetessa, vede in Me, neonato, il Messia. E questo, data la sua capacità di profezia, è naturale. Ma ascolta, ascoltate ciò che, spinta da fede e da carità, dice a mia Madre. E fatevene luce al vostro spirito, che trema in questo tempo di Tenebre e in questa festa della Luce.

"A Chi ha dato un Salvatore non mancherà il potere di dare il suo angelo a confortare il tuo, il vostro pianto". Pensate che Dio ha dato Se stesso per annullare l'opera di Satana negli spiriti. E non potrà vincere ora i satana che vi torturano? Non potrà asciugare il vostro pianto, sgominando questi satana e mandando da capo la pace del suo Cristo?

Perché non glielo chiedete, con fede? Fede vera, prepotente, una fede davanti alla quale il rigore di Dio, sdegnato da tante vostre colpe, cada con un sorriso e venga il perdono che è aiuto, e venga la sua benedizione ad essere arcobaleno su questa Terra che si sommerge in un diluvio di sangue voluto da voi stessi?

Pensate: il Padre, dopo aver punito gli uomini col diluvio, disse a Sé stesso e al suo patriarca: "Io non maledirò più la Terra a causa degli uomini, perché i sensi e i pensieri del cuore umano sono inclinati al male fin dall'adolescenza; quindi non colpirò più ogni vivente come ho fatto". Ed è stato fedele alla sua parola. Non ha più mandato il diluvio.

Ma voi quante volte vi siete detti, e avete detto a Dio: "Se ci salviamo questa volta, se ci salvi, non faremo mai più guerre, mai più", e poi ne avete sempre fatte di più tremende? Quante volte, o falsi e senza rispetto per il Signore e per la parola vostra? Eppure Dio vi aiuterebbe ancora una volta, se la gran massa dei fedeli lo chiamasse con fede e amore prepotente.

Mettete – o voi tutti che, troppo pochi per controbilanciare i molti che mantengono vivo il rigore di Dio, rimanete però a Lui devoti nonostante l'ora tremenda che incombe e cresce di attimo in attimo – mettete il vostro affanno ai piedi di Dio.

Egli saprà mandarvi il suo Angelo, ved. QUI, come ha mandato il Salvatore al mondo. Non temete. State uniti alla Croce. Essa ha vinto sempre le insidie del demonio, che viene con la ferocia degli uomini e le tristezze della vita a cercare di piegare alla disperazione, ossia alla separazione da Dio, i cuori che non può prendere in altra maniera».


Howard David Johnson

Chiosa di Sebirblu

La frase iniziale del titolo: "La Luce risplende nelle Tenebre, ma... le Tenebre non l'hanno accolta" fa parte dello splendido "Prologo" di Giovanni (rintracciabile QUI, con spiegazione approfondita), e rispecchia perfettamente lo stato attuale delle coscienze, con l'aggravante che all'epoca di Gesù Egli non era ancora conosciuto, ma ora sono passati più di duemila anni dal Suo sublime insegnamento e purtroppo viene ancora rigettato.

Non c'è però da meravigliarsi, perché lo stesso Giovanni nell'Apocalisse, descrivendo le sue visioni, ha annunciato il dramma che stiamo vivendo oggi. La parabola sta per terminare. Le forze anticristiche sono disperatamente all'opera perché sanno che rimane loro poco tempo per razziare il maggior numero possibile di anime.

Il Falso Profeta argentino ha quasi raggiunto 9 anni di governo, ottemperando così all'incarico voluto da coloro che invalidamente l'hanno eletto, ossia la distruzione definitiva della Chiesa Cattolica e l'avvento dell'Anticristo. (Ved. QUI, QUI e QUI).

Mi auguro soltanto che il piccolo contributo offerto ai lettori con questo mio post, ricco di spunti per riflettere, possa aprire il cuore a molti che giacciono inconsapevoli nel buio e nella tristezza affinché la Luce del Cristo li illumini e faccia loro sentire quanto è infinito il Suo Amore.

Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it