mercoledì 11 febbraio 2026

È respinto dalla Chiesa e dal Mondo CHI SI SVEGLIA



"Requiem per la Chiesa" di George Grie 

Sebirblu, 11 febbraio 2026

Sette anni fa scrissi questo testo e adesso lo ripropongo in conseguenza di un aspro "attacco" allora ricevuto dall'ala più bigotta e conservatrice di quanti ancora restano abbarbicati all'intransigenza di una certa Chiesa tradizionale, barricata nei suoi dogmi e riti, che hanno finito per soffocare lo Spirito stesso della sublime Istituzione fondata da nostro Signore Gesù Cristo.

L'articolo preso di mira è quello del passo importantissimo riportato nei Vangeli sulla "Tempesta sedata" QUI, che è stato ripubblicato QUI, e dove, per leggerne i cinque commenti, bisogna andare in fondo alla pagina, dopo un altro post aggiunto al mio.

Questi "infuocati" cattolici non si stanno rendendo conto che la Chiesa plurisecolare, come hanno appreso pedissequamente a seguire con fede CIECA, sta disgregandosi sotto i loro occhi soprattutto negli ultimi 12 anni di violente "picconate" di Bergoglio e della gerarchia corrotta di tutta la sua cerchia, dalle quali anche il suo pupillo Prevost, succedutogli, non ha mai preso le distanze.

Costoro, se non smettono di considerare la religione a "compartimenti stagni" non facendo vibrare lo Spirito a più alto respiro, come è giusto che sia da figli del Padre, rimarranno profondamente delusi e direi "scioccati" quando scopriranno che il VERO NON HA CONFINI e NON può essere recintato da nulla e da nessuno!...

Perché oggi non si rimane più persuasi per tradizione, o per suggestione, aderendo al principio di autorità. Oggi, si vuol capire con la mente propria, e non con quella di coloro a cui nel passato si delegava la funzione del pensare perché fornissero la verità già confezionata, pronta per l'uso.

Viviamo in un'epoca in cui la vecchia spiritualità è morta e la nuova, su fondamenta scientifiche positive, ancora non è sorta. Nell'arte e nella letteratura ciò è evidente. Della religione è rimasta l'impalcatura esterna, ma l'edificio è vuoto, anche se al di fuori appare ben conservato.

La spiritualità è diventata una delle molteplici menzogne convenzionali, in cui tanti concordano. Si continuano così ad esaltare, a parole, gli ideali e Cristo, ma per l'uso che se ne fa, l'argomento è ormai sospetto.

Resta la fede cieca, ma solo per gli ingenui che sono più facili da ingannare; si insiste molto su di essa, mentre viene condannato come pericoloso il rapporto diretto con Gesù (come Bergoglio dice nel video incluso nell'articolo criticato) escludendo perciò chi vuol troppo pensare e capire. Ma il nemico è l'ignoto e si può vincerlo solo con la luce della Conoscenza.

Ci troviamo di fronte ad un Cristianesimo che si è messo in posizione rovesciata rispetto al suo Fondatore, di una religione divenuta mondana e con ciò passata dalla parte del nemico. Questa non è la vittoria di Cristo, ma quella del mondo su Cristo.



Il card. Gianfranco Ravasi, come presidente del Consiglio Pontificio della Cultura,

ha contribuito a sponsorizzare per il Vaticano il Met Gala del 2018. Ved. QUI e QUI.

Nella sua semplicità un involuto, anche se ministro di Dio, in piena coscienza può credere di essere cristiano solo perché esegue gli atti di una disciplina esteriore inerenti al suo ministero, ricevendo onestamente, in compenso di questo suo lavoro, i mezzi per vivere.

Ma il Cristianesimo è un'altra cosa, è situato ad un altro livello di evoluzione. Esso non è solo un servizio, come può apparire alle anime piccole.

È un afflato di Spirito con funzioni creatrici per trasportare la vita in piani più alti, anche se chi non è biologicamente maturo lo intenderà a suo modo e cercherà di abbassarlo al suo livello, in buona fede, credendo di essere coerente con ciò che ha appreso come "chiamato" da Dio.

Viviamo in un'ora apocalittica, di crollo dei valori morali. I tempi sono maturi perché si debba addivenire ad una resa dei conti. Le vecchie strutture minacciano rovina e non giova puntellarle.

Non è più l'ora dei ritocchi, perché l'edificio bimillenario sta sgretolandosi sotto la spinta formidabile di questi due pseudo-pontificati dopo il via al declino (e non al progresso) iniziato con il Concilio Vaticano II.

Come avviene nelle amministrazioni di questo mondo, i ministri si sono impossessati della proprietà del "Padrone" per usarla come se fosse la loro, per i propri fini.

Ma Cristo non ha accettato adattamenti, non ha patteggiato col mondo. Per questo allora è stato assassinato, e nel nostro tempo addirittura espulso (ved. QUI) dalla Sua stessa Chiesa.



Jean Baptiste Thomas 1791-1833 - La Cacciata dei mercanti dal Tempio.

Così, se in questo contesto sorge qualcuno che vuol fare sul serio, l'urto è inevitabile, perché dal confronto si scopre che al "vertice" i fatti non corrispondono alle teorie predicate.

Nell'odierna  realtà  della  classe  sacerdotale  che  Lo  rappresenta (ved. QUI e QUI), il Cristo è lontano, viene soltanto mostrata una sua anacronistica quanto sbiadita immagine (perché a quell'epoca non c'erano i registratori... ved. QUI).

E sinora, tutto rientra negli eventi che si stanno srotolando sotto il nostro sguardo, come una profetica pergamena che trova la sua attuazione negli ultimi ànsiti di questa Chiesa in procinto di cedere il passo a quella nuova, quella di Giovanni e non di Pietro, come emerge dall'analisi delle Scritture (cfr. QUIQUI, QUI e QUI). 

Il Cristianesimo infatti è in evoluzione, in pieno moto progressivo, e potrà fare domani quello che non ha fatto fino adesso perché impastato coi compromessi del mondo e vincolato da norme e riti pesantemente legati alla materia e alla forma.

Certo, per poter innalzare le masse ai piani dello Spirito era necessaria l'osservanza ad una religione imposta dall'esterno (così com'è avvenuto per i vari culti esistenti), ma tale prassi, che era pura e limpida all'inizio con l'insegnamento chiaro del Cristo e dei Suoi discepoli, si è offuscata col tempo, oscurandosi fatalmente con le passioni e gli interessi umani.

I popoli, ancora involuti nell'esprimere la spiritualità, sentivano l'esigenza di volgere la propria devozione a qualcosa di tangibile, concreto, racchiuso in uno scenario ieratico, ricco di suggestioni esterne. Per questo, similmente ai bambini, essi sono stati educati e diretti affinché non cadessero nell'abisso (eternamente? Cfr. QUI e QUI è basilare!).

La Chiesa, non potendo per ovvi motivi avere un esercito per mantenere la disciplina e assicurarsi nel contempo la propria sopravvivenza (salvo utilizzare il potere in modo discutibile anche ai nostri giorni, ved. QUI, QUI, QUI, QUI e QUI, come ha fatto un tempo per le crociate, le guerre e le repressioni inquisitorie) ha vincolato a sé, attraverso i "servigi" obbligatori di sua esclusiva competenza, come i Sacramenti e la frequenza alle Messe, i fedeli di tutto il mondo.



"L'ultima ondata" di George Grie

Ma i suoi metodi non arrivano a comprendere tutto e alcuni fenomeni le sfuggono completamente perché si manifestano qua e là, nel silenzio sacro del cuore, laddove le anime cercano un contatto diretto con Dio e scoprono la Verità interiore che "rende liberi", che affranca gli spiriti da qualsiasi binario precostituito, molto semplicemente perché è nella loro natura di esserlo.

Ma questo non viene accettato! Il mondo non lo accetta perché NON lo comprende, e la Chiesa non lo accetta perché "fuori di essa" non può esservi "Salvezza", e tutto diventa di natura diabolica!

E mentre coloro che trovano la "perla" meravigliosa o il "tesoro" nel campo, riescono ad ottenerli soltanto dopo aver venduto tutti i loro averi per acquisirli (ved. Mt.13, 44-46), si accorgono pure, con grande loro tristezza e sgomento, che gli unici in grado di comprenderli, cioè "gli addetti ai lavori" ‒ ossia i sacerdoti ‒ sono proprio quelli che li respingono diffidenti e critici.



Autore: Samy Charnine - (Il vero "Risvegliato" non viene accolto né dalla Chiesa, né dal mondo!). 

Non solo, ma come è avvenuto di recente, uno di loro, sollecitato dalle ricerche sommarie effettuate da qualcun altro, si è permesso di "sparare a zero" su omeopatia, agopuntura, ufo, reiki, channeling, spiritismo, tavola ouija, scrittura automatica, ma soprattutto sull'ULTRAFANÌA (significato QUI) scambiandola con la metafonìa (ved. QUI) e collegandola (ORRORE!) con i "rettiliani", senza rendersi conto del grande polverone sollevato, privo di qualsiasi cognizione di causa, mettendo in guardia tutti i "credenti" dall'ascoltare i "laici", ma soltanto la voce della Chiesa che si esprime attraverso i suoi ministri...

Per una mente primitiva, seppur colta, che non sa intendere più in là del proprio "mestiere", ciò può essere del tutto morale, anzi doveroso!

Non può, pertanto, nemmeno concepire che non siamo più nel Medioevo e che la gente oggi vuol sapere, conoscere, sperimentare, e che in luogo di proibire soltanto, bisognerebbe prima di tutto documentarsi a fondo, discernere, per poi spiegare dettagliatamente di cosa si tratta e gli eventuali pericoli nascosti, senza fare di tutte le erbe un fascio, così come è accaduto, purtroppo.

Ma per arrivare a questo, bisogna che la Chiesa, come rigida istituzione temporale, scompaia ‒ ed è quanto sta per succedere.
 
‒ D'altronde non fu forse edificata da Cristo su "Cefa = pietra, roccia, ossia Pietro? ‒e che di fatto lo tradì? Per cui, farà posto a quella Mistica, Giovannea, profondamente spirituale, senza più legami ibridi con il mondo. (Cfr. QUIQUI, QUI e QUI).



Samy Charnine

V'è  una  grande differenza  tra coloro che criticano la religione con spirito  aggressivo e quelli che ne notano la posizione arretrata perché tutto progredisca e migliori. Eppure  i due casi  vengono confusi e spesso  ricevono  lo stesso trattamento.

D'altra parte, come agire se la forma mentale umana è tale che non può considerare cosa alcuna, anche quando si riferisce a Dio, se non in funzione del suo utilizzo terreno?

Il risultato è che chiunque non possa più (per maturazione raggiunta) ridursi dentro questa psicologia intransigente che lo limita, perché ha imparato a volare, è costretto ad isolarsi, eliminando le forme esteriori che per lui sono diventate gabbia ormai incompatibile col suo spirito.

Eppure è a tali esseri espulsi dalle file che viene affidata la funzione evolutiva della realizzazione degli ideali supremi che scendono in terra. Per questo Cristo prese forma umana, per sospingere avanti l'umanità, perché nel mondo si incominciasse ad applicare la legge di un livello biologico superiore.

L'individuo può scegliere tra la vera e la falsa religione, tra quella sostanziale molto faticosa ma fatta per salire, e quella formale, comoda e adatta per perdere tempo. L'una va verso il cielo, l'altra verso la terra. L'una imbocca la strada stretta, l'altra quella larga e spaziosa (Mt. 7, 13-14), anche se apparentemente non sembra... Qui c'è la forma, là la sostanza!

Ma siamo giunti ormai al tempo in cui non valgono più gli accorgimenti e i poteri umani nella storia di questo pianeta. Allora, chi non si è tenuto sul serio in contatto con Dio, è perduto.

Ingannando il Cristo col ridurre a parole l'attuazione del Suo programma, l'umanità si redime al contrario, perché esimendosi dall'entrare nella sostanza vera mettendo in atto il Suo Esempio e seguendo invece gli accomodamenti terreni, si costruisce la sua croce.

E su tale croce l'umanità dovrà essere inchiodata, perché l'evoluzione verso lo Spirito deve compiersi e alla Legge di Dio non è possibile sfuggire.




Relazione con riflessioni personali a cura di Sebirblu.blogspot.it

Spunti tratti da "La Discesa degli Ideali" di Pietro Ubaldi

sabato 7 febbraio 2026

Già la luce dell'Alba Nuova si mostra all'Orizzonte

 
Regina Femrite

Sebirblu, 4 febbraio 2026

Riprendo oggi ciò che avevo cominciato a scrivere il 15 dicembre scorso, nel giorno della dipartita di mio figlio Emmanuele (ved. QUI e QUI), rivolgendomi a quanti in questi tempi burrascosi cercano disperatamente un faro che illumini il percorso della vita.

A costoro suggerisco di non demordere mai, di insistere a sperare malgrado i venti avversi e le condizioni proibitive dell'esistenza.

Sgorga dal mio cuore, ora più che mai, l'imperiosa necessità di avvertire chiunque si trovi in un momento di massimo sconforto, che la parabola vitale di ognuno non termina con la scomparsa e la disgregazione delle cellule, ma procede ben oltre, in un continuum... inimmaginabile ai più.

La "Conoscenza" vera dell'Essere non si raggiunge solo attraverso letture, formule e riti, svuotati in gran parte della loro sostanzialità e non sostenuti dalla volontà ferrea di sapere davvero «chi siamo, donde veniamo e dove andiamo»*, bensì dall'indagine seria della nostra interiorità che svela il senso dell'esistenza.

* (Sono le domande che l'uomo si pone sin dalla sua remota e tragica "Caduta", che l'ha condotto alla densità della materia. Ved. QUI, QUI e QUI).

Queste parole non scaturiscono da una fede cieca, basata su un costrutto aleatorio ed incerto, ma da esperienze vere e reiterate che ancora vivo nonostante i miei prossimi 85 anni.

La ragione del presente scritto è dovuta ad un insieme di fattori verificatisi che, "unendo i puntini", sono affiorati alla mente a partire da un presagio che ha colpito la psiche, circa un mese prima della scomparsa di mio figlio.

Improvvisamente, durante il sonno, ho vissuto una scena che ben presto avrei inclusa nelle diverse premonizioni avute, riguardanti gli eventi futuri:

«Stretto al petto, tra le mani congiunte, tenevo un piccolo volatile per proteggerlo dalla "contaminazione" di altri uccelli ormai morti, riversi a terra davanti a me. Erano neri dai riflessi bluastri... sembravano cornacchie o corvi... una visione assolutamente infausta.

E quello che temevo è successo perché, divincolandosi, si è prima posato presso di loro per poi, quasi immediatamente, spiccare il volo verso il tetto di una vecchia casa alla mia destra, alta cinque o sei metri.»




Fino ad allora,  nessuno di noi era a conoscenza  di quale  potesse essere  il motivo delle sofferenze di Emmanuele, purtroppo poi rivelatesi fatali, ma una cosa è certa: egli SAPEVA che la cosiddetta "morte" non è che un mero passaggio verso un'altra dimensione... ed è proprio per la sua chiara consapevolezza che l'ho visto, sotto forma di piccolo alato, spiegare le ali e volare in alto, piuttosto che giacere al suolo.

Infatti, quando ancora disponeva del suo veicolo fisico, mi accennava di qualche sua esperienza astrale. Me la descriveva come quella di un uccellino che si poggiava rapido da qualche parte e, dopo aver guardato ciò che lo interessava, "zip" ‒ diceva ‒ volava via.

Il motivo basilare di questo articolo è di rendere noto a tutti l'«indispensabile», avvalendomi dell'analogia col film-capolavoro degli anni '70 «Il Gabbiano Jonathan Livingston», che l'ultima generazione non conosce affatto.

Non ho alcuna possibilità di esporlo qui, perché introvabile sul web, completo e in italiano, ma ricorrerò ad alcuni brani essenziali tratti dal noto libretto best-seller di Richard Bach, così come a dei frammenti visivi da cui proviene l'ancor più celebre pellicola.

Per scrivere questa breve novella, Bach ha messo a frutto le sue conoscenze di aviatore professionista e il titolo stesso del testo, come da lui dichiarato, si rifà al pilota acrobatico John H. Livingston (1897-1974).




Il volumetto inizia con la dicitura:
 
"Al vero Gabbiano Jonathan
   che vive nel profondo di noi tutti"

Questa frase introduttiva è esplicita per chi ha gli occhi d'anima aperti, al fine di vedere e comprendere il significato profondo del racconto.

Non a caso l'autore si è servito del traslato riguardante un certo tipo di uccelli marini, prendendo spunto, come ho detto, da un esperto campione aeronautico.

Il Gabbiano Jonathan, infatti, protagonista assoluto dell'allegoria utilizzata da Bach, rappresenta chiunque voglia saperne di più sul senso della vita, prendendo le distanze da tutta la massa di cui fa parte, interamente immersa nella contingenza giornaliera per riuscire ad assicurarsi almeno il necessario per vivere.

Cercando di elevarsi sempre più in alto e nel contempo velocizzando il volo, egli appare al resto del gruppo come un alieno, uno che vuole distinguersi, un ambizioso senza speranze, un'incapace persino a mantenersi...

In cuor suo, invece, mira a mete superiori, convinto che un essere con le ali (ossia lo Spirito di ognuno) non sia stato creato dal "Grande Gabbiano" solo per dar da mangiare al corpo e godere delle bassezze della vita (raffigurate dagli scarti dei pescherecci buttati a mare).

Così, affrontando, soffrendo, e rinunciando al poco per il meglio ‒ che ancora non conosce, ma che sente in cuor suo esistere ‒ si lancia con coraggio nel vuoto, anzi nell'ignoto, rischiando persino di morire. (Cfr. QUI, QUI, QUI e QUI).




È persuaso che una volta raggiunta la velocità e l'altezza che normalmente nessun uccello del suo genere ipotizza di poter scoprire, potrà essere accolto dai suoi simili come un eroe, ed insegnar loro tutte le potenzialità che ognuno possiede all'interno di sé stesso.

Purtroppo rimane deluso perché la massa ignorante e materialista lo respinge, lo ostracizza  ed  infine  lo  caccia  via.  (Avevo  già  spiegato  QUI, QUI e QUI  la  sorte che ineluttabilmente è riservata ai ricercatori del Vero, ai "Risvegliati" d'anima, ai pionieri del terzo Millennio).




Jonathan perciò è un reietto, un isolato che però non rinuncia alle meraviglie che ha scoperto nei suoi voli e, ormai vecchio e vicino al trapasso, viene affiancato da due splendidi gabbiani (in senso letterale in quanto circonfusi da una luce più bianca del solito) che, con suo immenso stupore, non solo hanno la possibilità di compiere le sue stesse acrobazie, ma lo guidano a vie superiori...




Ecco la scena descritta nel prezioso libretto:

«Provenienti dalla Terra, al di là delle nubi, lui e gli altri due gabbiani volavano in formazione compatta, e d'un tratto, egli si accorse che il suo organismo si era fatto splendente come il loro. Sì sì, lui era sempre il gabbiano Jonathan, era lo stesso giovane gabbiano che sempre si era sentito, dentro di sé, di essere: solo che la forma esteriore era cambiata, adesso.

Il suo pareva sempre un corpo di gabbiano, ma già volava molto, molto meglio di quello di prima. Guarda qua, disse a sé stesso, ora con metà fatica vado il doppio più veloce: due volte tanto, rispetto ai miei migliori risultati sulla Terra!

Le sue penne splendevano adesso d'un candore soave, le sue ali erano lievi, lisce come d'argento polito, perfette. Si mise subito, tutto contento, a provarle, a imparare ad usarle, a imprimere potenza alle sue nuove ali.» [...]

Vi era un limite oltre il quale, anche col suo nuovo corpo, non si andava. [...] In paradiso – pensò – non dovrebbero esserci limiti! Si aprì uno squarcio fra le nubi, i due uccelli di scorta gli augurarono: "buon atterraggio, Jonathan!" e svanirono nell'aria. [...] Perché sono così poco numerosi, qui, i gabbiani?...

La sua memoria si faceva labile, sempre più si affievolivano i ricordi della vita terrena. Sulla Terra, certo, lui aveva imparato tante cose, ma i particolari adesso erano tutti sfocati: là ci si affanna per procurarsi il cibo... là una volta era stato esiliato...

I gabbiani della costa, una dozzina, gli volarono incontro, ma nessuno di loro disse niente. Tuttavia, lui avvertì che era il benvenuto, e che lì era di casa. Era stato un gran giorno, per lui, quello, un giorno di cui però non ricordava l'aurora. [...]

Nei giorni che seguirono, Jonathan si avvide che c'eran tante cose da imparare in quel luogo, come nella vita che si era lasciata alle spalle. Ma una differenza esisteva. Qui, gli altri gabbiani la pensavano come lui. Per ciascuno di loro, la cosa più importante era tendere alla perfezione in ciò che più li interessava: il volo. [...]

Passò parecchio tempo e Jonathan pareva proprio essersi scordato dell'altro posto, da dove era venuto, del luogo natìo dove lo Stormo si dibatteva nella sua magra vita, incurante della gioia di volare, usando le ali solamente per ricercare e procacciarsi il cibo. Però di tanto in tanto, per un attimo, se ne ricordava.

E se ne rammentò una mattina, mentre era fuori con il suo istruttore, e insieme riposavano sul lido, dopo una serie di spericolati mulinelli nell'aria.


Danny Hahlbohm

"Ma dove sono tutti quanti?", domandò, senza emettere alcun suono (dato che ormai si era impratichito nella telepatia che quei gabbiani adoperavano per comunicare, anziché strida e gracchiamenti). "Perché siamo così pochi, qui?"

"Cosa vuoi che ti dica? Mi sa tanto che tu, Jonathan, sei un uccello come se ne trova uno su un milione. Per lo più, noialtri ci abbiam messo un'infinità di tempo ad arrivare fin qui. Passavamo da un mondo all'altro, ognuno quasi uguale al precedente, e, subito, ci si scordava della provenienza né c'importava dove fossimo diretti.

Si viveva alla giornata. Hai idea di quante vite ci sarà toccato vivere, prima che ci passasse per il cervello che c'è, sulla Terra, qualcos'altro che conta, oltre al mangiare, al beccarci fra noi, al di là della Legge dello Stormo? Mille vite, Jon, diecimila!

E poi, dopo quel primo piccolo barlume, saranno occorse altre cento vite prima che cominciassimo ad intuire che esiste una cosa chiamata perfezione. E poi, altre cento prima di capire che lo scopo della vita è appunto quello di adeguarci il più possibile a quell'ideale. (Cfr. QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, QUI e QUI).

S'intende che per noi vale la stessa regola, anche adesso: scegliamo il nostro percorso successivo in base a ciò che apprendiamo in questo. Se non impari nulla, l'ambiente di poi sarà identico a quello di prima, e avrai anche là le stesse limitazioni che hai qui, gli stessi handicap."

Distese le ali, si girò pronto a levarsi. "Ma tu, Jon" soggiunse "tu hai imparato tante cose in una volta che non sei dovuto passare attraverso un migliaio di vite per arrivare a questa." [...]

Una sera, i gabbiani che non erano impegnati in prove di volo notturno, se ne stavano insieme sulla spiaggia, ciascuno immerso nei propri pensieri. Jonathan, fattosi coraggio, si avvicinò al Gabbiano Anziano (si diceva che costui fosse prossimo ormai a trasmigrare in un piano più evoluto).

"Ciang..." lo chiamò, con un po' di titubanza. Il vecchio lo guardò affabilmente: "Che c'è figliolo?". La tarda età, anziché indebolirlo, gli aveva conferito maggior vigore: volava meglio di qualsiasi altro ed era già padrone di esercizi di cui gli altri dello Stormo conoscevano appena i rudimenti...»

Ecco la parte del video concernente il dialogo tra il saggio Istruttore e Jonathan.




E come dicono le ultime parole proferite da Jonathan nello spezzone di film, egli si avviò verso quella che era stata la sua prima dimora, verso quello stormo che l'aveva rigettato, in cerca di quel "qualcuno" che avesse il suo stesso desiderio di apprendere e di elevarsi ai Cieli, per poi donare ai propri simili i frutti della Conoscenza acquisita, insegnando loro l'Amore e la Bontà.

E laggiù, nel suo antico habitat...

«Il gabbiano Fletcher Lynd era ancora giovane, però era certo che nessun gabbiano avesse mai subito un trattamento più duro del suo, da qualsivoglia Stormo, né avesse mai patito ingiustizia peggiore.

Non me n'importa niente, di come la pensano loro! ‒ Rimuginava fra sé, furioso, mentre volava verso le Scogliere remote, e la rabbia gli offuscava la vista. Dicano quel che gli pare, ma volare non vuol dire soltanto portarsi da qua a là sbatacchiando le ali! Perfino un... una zanzara ne è capace! 

Unicamente per aver eseguito qualche evoluzioncella, così, per gioco, sopra il capo dell'Anziano, m'hanno esiliato! Eccomi Reietto! Ma non vedono? Ma sono proprio ciechi? Non si rendono conto dell'ebbrezza che potrebbero provare se anche loro imparassero a volare sul serio?

Che m'importa di come la pensano quelli! Glielo farò vedere io, cosa s'intende per volare! Io sarò un fuorilegge, se è a questo che han voluto ridurmi, ma li farò pentire amaramente...

A questo punto  udì dentro di lui una voce e,  per quanto soave fosse,  ne prese un tale spavento che vacillò e perdette l'equilibrio... "Via, non essere duro con loro, Fletcher. Esiliando te, è a sé stessi che hanno fatto male. Un giorno i loro occhi si apriranno. E allora la vedranno come te. Perdonali, e aiutali a capire."

Guardò e vide alla sua destra – le ali quasi si toccavano – il più splendido e bianco dei gabbiani volare senza sforzo accanto a lui, senza muovere una penna, e sì che lui filava, quasi al massimo. Per un po' regnò il caos nella testa del giovane uccello... Che cosa mi succede? Sono matto? Sono morto? Che cos'è questo?

Dolce e pacata, la voce parlò ancora e domandò: "Gabbiano Fletcher, ora rispondi, tu desideri volare?" "SÌ, DESIDERO VOLARE!"

"Gabbiano Fletcher Lynd, sei disposto ad amare tanto il volo da perdonare i torti subiti, e un giorno tornare là presso lo Stormo, e adoprarti perché gli altri imparino?"

Non sarebbe valso a niente mentire a quell'essere arcano e stupendo, per ferito che uno fosse nel suo orgoglio. "Sono disposto, sì" rispose Fletcher Lynd a voce bassa.

"Allora, Fletcher", gli disse la splendida creatura con un tono di voce molto affabile, "Cominceremo con il volo orizzontale" [...] »

Qui, la scena finale...




Chiosa di Sebirblu

È facile per me accomunare la vita di mio figlio con quella del Gabbiano Jonathan per quanto riguarda l'acquisizione di una Realtà trascendente, sconosciuta ai più.

L'unica differenza è che Emmanuele, sin da piccolo, mostrava già di avere in sé, nei suoi comportamenti, il frutto di conoscenze anteriori che in parte l'avevano plasmato. Era qui sulla Terra solo per completarle... ed è per questo che ha "scelto" suo padre e me... per sintonia vibrazionale! (Cfr. QUI e QUI).

Se n'è andato a soli 52 anni, dieci più del suo papà che ne aveva 42 quando trapassò nel 1973, mentre "Manu" aveva cinque mesi e mezzo. Entrambi evoluti... Entrambi desiderosi di un mondo migliore...

E un mondo migliore sta davvero per arrivare! È alle porte del nostro tempo, se devo tener conto dell'ennesima premonizione avuta proprio qualche giorno fa:

‒ "Mi trovavo in un luogo molto alto, come se fosse la terrazza di un grattacielo; vedevo tutto il panorama mentre, all'orizzonte, delle montagne circondavano la pianura e l'intero agglomerato urbano del quale facevo parte anch'io.

In cielo, dense nuvole temporalesche dal grigio scuro al nero (chiamate "cumulo-nembi") minacciavano seriamente di scatenare un grande disastro naturale ma nel medesimo tempo assistevo ad uno spettacolo mozzafiato...

Tutt'intorno, da dietro la catena montuosa stava affacciandosi un'alba delicata dai toni rosa-arancio che lentamente, elevandosi sempre più con la sua pace, serenità e bellezza sembrava prendere il posto del pericolo incombente."

Credo davvero che questo segno preannunzi un imminente intervento divino, se non altro per mettere fine al peggio del peggio che come schiuma infetta sta avanzando per ogni dove sul nostro povero pianeta.

Concludo con una strepitosa conferma da «I Ching» (ved. QUI) che ho consultato, chiedendo come ora si trovasse "Manu" nel suo nuovo stato spirituale, e la risposta è stata incredibile: l'esagramma uscito è il n° 62 che delinea un uccello in volo intento minuziosamente a migliorare sé stesso, cercando di eliminare i difetti rimasti, per poter volare sempre più in alto, verso la Casa del Padre.

"La Preponderanza del piccolo"


Ecco l'esagramma 62:
le due linee spezzate sopra e sotto rappresentano le ali,
mentre le due centrali, intere, raffigurano il corpo del volatile.

Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it

Fonte dei brani dal libro, QUI il pdf.

lunedì 2 febbraio 2026

La Luce è scesa sul Mondo, ma non è stata accolta!

 
Gustave Doré ‒ "Visione della SS. Trinità" ‒ Divina Commedia 

«Io Sono la Luce del mondo;
chi segue Me, non camminerà nelle Tenebre,
ma avrà la Luce della Vita».
 (Gv. 8,12)

Sebirblu, 2 febbraio 2026

Pochi anni  fa,  QUI,  parlando  del  beato  monaco  cistercense  Gioacchino  da  Fiore, ho riportato la visione, da questi avuta, sui tre cerchi colorati e luminosi apparsigli in uno splendore inimmaginabile, raffiguranti la Santissima Trinità e descritti a piè di pagina con le terzine di Dante nel Paradiso della Divina Commedia.

Ebbene, anche al veggente Giuseppe Auricchia, a cui ho dedicato un post QUI, è stata presentata la medesima configurazione in un incisivo e straordinario messaggio di Gesù, ricevuto nel giorno della Candelora di quindici anni fa.

Adesso, dal momento che oggi si celebra di nuovo il ricordo della Presentazione di Gesù al Tempio, che in forma dettagliata e approfondita ho già esposto QUI, e prima di riportare un brano molto interessante su una riflessione di un sacerdote su tale ricorrenza, pubblico ciò che è stato detto da nostro Signore all'umile Suo portavoce siciliano.



Giuseppe Auricchia ‒ (19162012)

"La Nostra Trinità è Luce illuminata

da una sorgente vivente,
 operante in se stessa"

Festa della Candelora. Messaggio privato di Gesù.

Giuseppe Auricchia: "È la notte del 2 febbraio 2011, sono le ore 1:30. Non trovo riposo. Mi giro da una parte all'altra con sofferenza, con i miei dolori. Vedo una Luce folgorante penetrare nella mia camera, è Gesù che così mi dice":

"Guarda questa visione del Sole. Come tutte le altre da te ricevute, questa fu del 6 gennaio 1991, che non hai veduto. Ora scrivi: Dio da Dio, Luce da Luce, generato ma non creato. La Santissima Trinità è Luce, Amore che si compendia nell'Ostia Santa. Figlio scrivi ciò che non hai visto.

La Nostra Trinità è Luce illuminata da una Sorgente vivente in sé stessa, operante in sé stessa. L'universo è tanto grande quanto Essa è infinita. La Sua Essenza riempie i Cieli, scorre sul Creato, domina sugli astri infernali.

Non vi penetra, sarebbe finito l'inferno, ma li schiaccia col suo rutilare che beatifica nel Cielo, consola sulla terra, terrificante nell'inferno.

Tutto è assolutamente trino in Noi: le forme, gli effetti e i poteri. Dio è Luce, Luce vastissima, maestosa, pacata e data dal Padre. Cerchio infinito che abbraccia tutta la Creazione, dall'attimo in cui fu detto: "Sia Luce fino ai secoli dei secoli".

Poiché Dio che era, è e sarà in perpetuo, abbraccia la Creazione da quando essa fu e continuerà ad abbracciare, allorché nell'ultima espressione eterna, dopo il Giudizio, rimarrà nel creato e abbraccerà coloro che sono eterni con Lui nel Cielo.

All'interno del cerchio eternale del Padre si trova un secondo cerchio, generato da Lui diversamente, ma non contrariamente operante, perché l'Essenza è una, ed è il Figlio.

La Sua Luce più calda, non darà soltanto la vita ai corpi, ma la ridarà alle anime che l'avevano perduta, mediante il Suo Sacrificio. È un dilagare di Raggi potenti e soavi, che nutrono la vostra umanità e ammaestrano la vostra mente.

Dentro il secondo cerchio, prodotto dal duplice operare, ce n'è un terzo, dalla Luce più vibrante e accesa, è lo Spirito Santo. È l'Amore prodotto dai rapporti del Padre col Figlio, tramite i Due, e conseguenza dei Due. È meraviglia delle meraviglie!



"Liber Figurarum" di Gioacchino da Fiore.


II Pensiero creò la Parola e il Pensiero e la Parola si amano. L'Amore è Paraclito. Esso opera sullo spirito vostro, sulla vostra anima, sulla vostra corporeità, perché consacra tutto il "tempio" creato dal Padre e redento dal Figlio.

Della vostra persona, creata ad immagine e simiglianza di Dio Uno e Trino, lo Spirito Santo è Crisma sulla Creazione, fatta dal Padre, è Crisma della vostra individualità, è grazia per fruire del Sacrificio del Figlio, è scienza, è Luce, per comprendere la Parola di Dio.

Luce più riflessa, non perché Essa sia limitata rispetto agli altri scelti, ma perché è lo Spirito dello Spirito di Dio e perché nella Sua Contemplazione è potentissima, come è potentissima nei Suoi effetti.

Per questo Dio disse: "Quando verrà il Paraclito vi istruirà". Neppure Io, che sono il Pensiero del Padre, divenuto Parola (Gesù, il Cristo, cfr. QUI; ndr), posso farvi capire quanto può, con un solo balenare, farvi comprendere lo Spirito Santo.

Se davanti al Figlio, ogni ginocchio si deve piegare, dinnanzi al Paraclito si deve inchinare ogni spirito, perché lo Spirito dà vita allo spirito.

È l'Amore che ha creato l'Universo, che ha istruito i primi servi di Dio, che ha indotto il Padre a sancire i Comandamenti, che ha illuminato i Profeti, che ha concepito in Maria il Redentore, che ha messo Me sulla Croce, che ha sostenuto i Martiri, che ha retto la Chiesa operante nei prodigi di Grazia.

Fuoco Bianco, insostenibile alla visuale e alla natura umana, concentrante in Sé il Padre ed il Figlio... è la Gemma incomprensibile, ineguagliabile della Nostra eterna Bellezza. Fissa nella sommità del Cielo, attrae a Sé tutti gli spiriti della Mia Chiesa trionfante e coloro che sanno vivere di Spirito in quella militante.

La Nostra Trinità, la Nostra Triplice ed unica Natura, si fissa in un unico Splendore, in quel punto da cui si genera tutto quanto... ed è un Eterno Essere.

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Ti benedico in questo giorno di Luce, Io Gesù Cristo."


Giotto di Bondone  Cappella degli Scrovegni ‒ Padova.

La Presentazione di Gesù al Tempio

Il 2 febbraio è il quarantesimo giorno dal Natale e la Chiesa (quella Vera, fondata da Nostro Signore e composta da tutti coloro che lo seguono in Spirito e Verità; ndr) celebra la festa della Luce.

La ricorrenza è suggerita dalle parole del santo vecchio Simeone, che si rivolge al Piccolo Gesù chiamandolo "Luce per illuminare le genti e Gloria di Israele". Questa festa chiude i "misteri dell'infanzia" e prepara alla celebrazione della Pasqua.

Il Cristo entra nelle strutture umane, entra nel Tempio, si affaccia sul nostro spazio e nella nostra era, come scrive Paolo nella Lettera agli Ebrei:

‒ «Egli è diventato partecipe del corpo e del sangue degli uomini, suoi fratelli, rendendosi in tutto simile a loro... Dio, in Gesù, non solo entra nel nostro spazio, ma anche nella nostra fisicità, nella nostra miseria, nel nostro limite e questo fino alla morte... percorre tutte le strade dell'uomo per riscattare ed illuminare l'umanità!»

Scriverà, con poetico acume S. Kirkegaard, che Gesù "è la punta di fuoco dell'infinito nel finito"... e viene a purificare come il fuoco purifica; viene in una famiglia ebraica e nelle strutture legali e rituali umane; viene nella piccolezza della corporeità di un bambino.

Il passo di Luca, che è l'unico evangelista che narra di questo evento al quarantesimo giorno dalla "nascita" (ved. QUI; ndr), inizia con un'espressione strana: "Quando venne il tempo della loro purificazione". Di chi parla?



"Purificazione della Vergine" di Guido Reni.


Per molto tempo (nei secoli; ndr) si è pensato esclusivamente alla purificazione di Maria (tanto che questa ricorrenza addirittura si chiamava così!) secondo un rito previsto dal Libro del Levitico... ma questa ipotesi non ha fondamento per quel plurale (loro). A cosa allude?

Si riferisce alla catarsi dei figli di Levi, a quella del culto, del Tempio e del popolo israelita, così come è presentata e auspicata da Malachia nel testo del suo libro:

"Entrerà il Signore nel suo Tempio, purificherà i figli di Levi perché possano offrire un'oblazione secondo giustizia. E così l'offerta di Giuda e di Gerusalemme Gli sarà gradita".

Si attendeva dunque una visita del Signore, tanto che il Salmo 23 chiede che siano tolti i frontali dei pur immensi portoni del sacro Tempio; devono essere tolti per lasciar passare l'«Immenso»: "Sollevate i vostri frontali ed entri il Re della gloria"...

In quel giorno, però, in cui Maria e Giuseppe vi condussero il Pargoletto per la Sua Presentazione e la purificazione di Lei, l'«Immenso» si presentò come un qualunque bambino fra le braccia dei suoi genitori:

‒ si attendeva l'immensamente grande e arrivò l'immensamente piccolo: il Signore entra nella Sua Casa, ma nella logica del nascondimento e della povertà che sottende alla scelta dell'Incarnazione.

Dunque una Presenza semplice ed umile, che solo i puri possono riconoscere; ed ecco Simeone ed Anna, due vegliardi in cui si compendia tutta la speranza di Israele:

‒ le vecchie braccia di Simeone che accolgono Gesù raffigurano la Prima Alleanza che ha custodito l'antica Promessa e che, finalmente, incontra Colui che la compie.

Il nome "Simeone" significa infatti "Dio ha ascoltato"; l'invocazione israelita è stata accolta, e il Cristo è la risposta alle attese, è il "rilancio" della Promessa che ora, in Lui, si estende a tutte le genti!

Alla fine del suo Vangelo, Luca (2, 22-40; ndr) ci presenta un altro giusto ‒ Giuseppe d'Arimatea ‒ il quale era "in attesa" del Regno di Dio, analogamente a Simeone che invece "attendeva" solo il 'conforto' di Israele. 



"Giuseppe d'Arimatea depone Gesù" di Giovanni Girolamo Savoldo.

Anche Giuseppe d'Arimatea, come il vecchio Simeone, aveva accolto Gesù nelle sue braccia deponendolo dalla Croce e accogliendolo nel suo sepolcro nuovo. Entrambi sono rappresentazioni dell'Israele fedele che ha ricevuto la Promessa e che ne ravvisa il compimento.

Nell'oriente cristiano tale festa è chiamata "Ipapante", ossia "Incontro", e consiste proprio nell'analogia tra l'attesa (generata dalla Promessa) e l'attuazione (generata dalla fedeltà in Dio).

Lo Spirito – che trova in Simeone un cuore ricolmo d'attesa e di speranza – gli permette di riconoscere in quel Bambino "qualunque" la Luce che illumina tutte le genti, la Gloria di Israele...

Che bella questa vecchiaia di Simeone ed Anna, che non s'è trasformata in mera rassegnazione, bensì viene illuminata dalla Speranza che poggia su una precisa Promessa di Dio, il cui cuore ha saputo ascoltare e custodire senza stancarsi: egli avrebbe visto il Messia prima di vedere la morte!

Lo Spirito, dunque, permette a Simeone di riconoscere il Cristo, di cantare la Sua lode, di profetare! Difatti, appena Simeone ha il Bambino fra le braccia, intona il brevissimo ed intenso canto "Nunc dimittis" in dolce abbandono, colmo di fiducia profonda; è il canto di un uomo che vede giunto per sé il tramonto pieno di luce, un tramonto senza paura...

Per questo, fin dal quinto secolo, il Cantico di Simeone è divenuto il carme della Chiesa intera, ad ogni sopraggiungere della notte!

Egli è come una sentinella che ha vegliato a lungo e finalmente, vedendo spuntare la luce, può andare a dormire: non ha nulla di malinconico, il suo canto è un saluto gioioso alla compiutasi Parola di Dio, della quale riesce a percepire l'ampiezza e la forza...

Così Simeone diventa anche profeta, perché coglie tutto il senso profondo che quell'Avvento di Dio, nella debolezza, ha per l'umanità: il Messia, che appare fragile tra le sue braccia, è Segno di Contraddizione ed è Svelamento dei segreti dei cuori.

Dinnanzi a Lui si dovrà prendere posizione... dinnanzi a Lui gli uomini saranno divisi tra un "no" ed un "sì", tra l'accoglienza di questa incredibile venuta di Dio ed il rifiuto dello Stesso, fragile e debole fino alla Croce!

Simeone riesce a scorgere anche l'ombra della Croce: tutto il suo breve discorso racchiude questa consapevolezza su di essa e non solo sulle parole concernenti la «spada» che trapasserà il cuore della Madre, la cui allusione è certamente ricca di un'ulteriore accezione in quanto essa, nella Scrittura, è una delle metafore della Parola di Dio (cfr. Is. 49,2; Eb. 4,12; Ef. 6,17).

La «spada-Parola» è contraddizione alle vie mondane, ed è chiara richiesta di presa di posizione: o per il Regno o per il mondo.




La «spada» che trafigge il cuore di Maria, allora, non è soltanto il dolore per il Figlio rigettato e crocefisso, ma è anche la lacerazione che la Figlia di Sion, il popolo di Israele, sarà destinato a subire davanti alla pietra d'inciampo, davanti al segno di contraddizione che è quel Bambino.

Si tratta quindi della «spada-Parola», che dovrà sempre trafiggere il cuore della Chiesa (di cui Maria è Madre; ndr) perché essa sia fedele alla novità del Vangelo; sarà costantemente giudizio ed inciampo per chiunque voglia percorrere vie mondane.

Il corpo ecclesiale, dunque, dovrà fare esperienza della trafittura e dello strappo causato dalla Parola che Cristo gli ha consegnato. Essa svela i segreti del cuore umano e abbatte i muri difensivi dell'ipocrisia.

Il gran Segno di contraddizione che quel Bambino avrebbe sollevato s'impernia sulla Croce che necessita riconoscere, pur nell'apparente debolezza di Dio, come potenza assoluta della Sua misericordia.

Allora, mediante la Croce, avverrà in modo definitivo quella purificazione che ora è solo prefigurata in questo ingresso del Bambino nel Tempio di Gerusalemme.

Nel racconto di Luca c'è però anche l'altra figura, quella di Anna (nome che significa "favore di Dio"), figlia di Fanuel (ossia "volto di Dio"), della tribù di Aser ("sorte felice")... di lei non si dice che attendeva, perché proclama, ancora oggi, la realtà del Messia a coloro che aspettano.

La profetessa Anna ricevette grazia da Dio (e il suo nome ce lo ricorda!) perché ne vide il "volto" (la qualifica del padre) ed ha la felice ventura (termine della sua tribù) di essere annunciatrice della Presenza che salva!

Inoltre, ella è pure icona del compito evangelizzatore del discepolo di Cristo che, al mondo in attesa, annuncia la Redenzione, la Liberazione dalle catene del Male, la possibilità che la sorte cattiva, dovuta alla trasgressione del mondo, sia capovolta dall'Amore di Dio!

Accogliamo dunque la Luce di Cristo, accendiamo le fiaccole nella notte della storia: facciamoci anche noi, come Simeone ed Anna, annunciatori della Sua Presenza.

Cerchiamo di essere vibranti per questo nostro mondo: testimoni di un incontro fra l'Eterno Padre e l'uomo di tutti i tempi... Ciò può avvenire soltanto attraverso la nostra mediazione e la singola testimonianza profetica.




Se la comunità ecclesiale non opera in tal senso, non ha più ragion d'essere e rischia di essere una Istituzione che fatica solo per mantenere in vita se stessa, per auto-alimentarsi...

No! Il sogno di Dio sulla Chiesa è ben altro... essa è seme del Regno, esposta al rischio della storia, immersa nelle sue trame, ma per rinnovarla pagandone il prezzo. Come il suo Signore!

Relazione, adattamento e cura di Sebirblu.blogspot.it

Fonte: clarusonline.it ‒ Cfr. anche QUI.