Sebirblu, 17 marzo 2026
Già l'anno scorso, QUI, avevo descritto, in una premonizione avuta quarant'anni fa, lo sconvolgimento che avrebbe procurato al mondo l'antica Persia aggredita a tradimento alle spalle.
E questo è avvenuto puntualmente negli ultimi tempi, allorché erano in corso, sia nel 2025 che in questo 2026, delle trattative diplomatiche* che sono state bruscamente interrotte, aggredendo militarmente l'Iran, mentre si stava tentando ancora di arrivare ad un'intesa fra le parti: la prima volta con un bombardamento di dodici giorni a giugno dell'anno scorso e la seconda, con lo stesso metodo, il 28 febbraio ultimo quando è stata sterminata la Guida Suprema, Ali Khamenei, con gran parte della sua famiglia.
*(Presenti: l'inviato speciale Steve Witkoff, il consigliere presidenziale Jared Kushner (genero di Trump; ved. QUI) nonché l'Amm. Brad Cooper, comandante in capo della flotta americana e i contrapposti dirigenti iraniani del Ministero degli esteri Abbas Araghchi e il suo vice Majid Takht-Ravanchi, più i mediatori Badr Albusaidi, ministro degli Esteri dell'Oman e il capo dell'AIEA, Rafael Grossi).
Ad ogni giorno che passa noi vediamo svolgersi i fatti narrati nelle Sacre Scritture, sia nel Vecchio Testamento che nel Nuovo, ma soprattutto nell'Apocalisse di Giovanni (16, 16) che menziona la guerra di Armaghedon (cfr. QUI, QUI e QUI) annunciata a gran voce (con grande scandalo generale) persino dal Segretario della Difesa (ora della Guerra) del governo Trump ‒ Peter Brian Hegseth, detto Pete – che ha incitato le forze armate riunite al Pentagono "ad agire senza pietà" contro il nemico, citando il Salmo 144:
"Benedetto il Signore, mia roccia,
che addestra le mie mani alla guerra
e le mie dita alla battaglia"
Ma non c'è da stupirsi troppo se ormai gran parte della gente sa che il presidente americano è letteralmente circondato da evangelici filo-israeliani (partendo da casa sua, col marito della figlia Ivanka) pronti ad imporgli le mani e a pregare per lui, com'è accaduto poco tempo fa alla Casa Bianca.
Ma tornando a noi dopo questa doverosa prefazione, ecco due recenti articoli che intendono aggiornare i lettori su quanto sta accadendo in Medio Oriente, fuori dalla narrativa comune, con la personale ricerca del primo autore, Shanaka Anslem Perera, e la visione d'insieme del secondo, Farhad Ibragimov, al fine di avere un'idea, la più vicina possibile alla realtà delle cose.
ALLERTA ROSSA!
L'attuale operazione militare iraniana in Medio Oriente
è ora in versione automatizzata.
«L'Iran non è in missione suicida. È in modalità pilota automatico. E nessuno a Teheran riesce a raggiungere i comandi.
Nel 2003, il Maggiore Generale Mohammad Ali Jafari assistette allo smantellamento, in tre settimane, della struttura di comando centralizzata di Saddam Hussein da parte degli Stati Uniti d'America.
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Il Maggiore Generale Mohammad Ali Jafari (classe 1957) |
Trascorse i successivi 4 anni presso il Centro Studi Strategici dell'IRGC, progettando un'architettura militare che non avrebbe mai potuto essere decapitata.
Nel settembre 2007 fu nominato Comandante dei Guardiani della Rivoluzione (dell'IRGC, appunto) e ristrutturò immediatamente l'intero esercito iraniano in 31 comandi autonomi, uno per provincia, ciascuno sostenuto e diretto da un alta sede centrale indipendente (QG), con capacità di comando e controllo, arsenali missilistici e droni, flottiglie di motoscafi d'attacco rapido, milizie Basij integrate, autorità di lancio pre-delegata, scorte di munizioni e ordini di emergenza sigillati.
L'organigramma fu elaborato per un solo scenario: la morte della Guida Suprema. Questo scenario si è prodotto il 28 febbraio 2026. La struttura s'è attivata nel giro di poche ore. Da allora è in funzione.
La domanda che nessuno si è mai posto è di sapere se qualcuno all'interno della Repubblica Islamica possa inattivarla. No. Il motivo è costituzionale.
L'articolo 110 della Costituzione iraniana del 1979 conferisce al leader supremo il comando esclusivo di tutte le forze armate.
Solo lui è il comandante in capo e il solo a nominare e a revocare i vertici militari. Nessun'altra istituzione, né il Presidente, né il Parlamento, né il Consiglio dei Guardiani, né la Magistratura, ha il potere costituzionale di emanare ordini militari o ad annullare le direttive della Guida Suprema.
Ali Khamenei ha emesso gli ordini pre-delega ma è morto. Suo figlio Mojtaba Khamenei è stato nominato successore l'8 marzo. Non ha parlato. Non è comparso. Non ha emesso alcun ordine verificabile. È stato ferito in un attacco aereo e non si è mai rivolto alla sua nazione in vita sua. (Ved. QUI, ma soprattutto QUI, notizie recentissime da "Il Giornale"; ndt).
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Mojtaba Khamenei (classe 1957) |
L'unica autorità costituzionale che potrebbe ignorare i 31 comandi autonomi risiede in un ruolo occupato da un uomo che potrebbe non essere in grado di esercitarla: il generale e capo del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf.
Egli è impedito sul cessare il fuoco, perché non può ordinare all'IRGC di fermarsi. Il presidente Pezeshkian può rilasciare dichiarazioni, ma non può abolire l'ordine ad un comandante provinciale di Bushehr di lanciare missili antinave contro una petroliera.
Il Consiglio dei Guardiani può esaminare la legge. Non può invalidare l'autorizzazione al lancio emessa da un superiore-capo deceduto, i cui ordini restano giuridicamente vincolanti finché un altro comandante analogo, vivente, non li abroghi in modo esplicito. E questo non è mai accaduto.
I 31 decreti non possono essere disattesi. Sono un obbligo da rispettare. Gli ultimi ordini lasciati dicevano: combattete autonomamente, con qualsiasi mezzo abbiate e per tutto il tempo necessario, senza aspettare istruzioni che potrebbero non arrivare mai.
Tali ordini erano concepiti per sopravvivere alla morte dell'uomo che li aveva dati. Questo era l'intero scopo del progetto ventennale di Alì Jafari.
Per gli assicuratori: nessuna controparte può garantire la cessazione delle attività fra i 31 attori indipendenti.
Per i diplomatici: nessun firmatario può vincolare i comandi che non controlla.
Per gli strateghi militari: non esiste alcun quartier generale singolo la cui distruzione ponga fine alla campagna bellica.
Per gli Stati del Golfo: ognuno di loro deve far fronte ad incursioni localizzate da parte di motovedette ad attacco rapido, di droni e di missili costieri iraniani, senza alcun coordinamento centrale con cui intercettare o negoziare.
Per i mercati: 7 club P&I (enti di protezione e indennizzo marittimo) hanno valutato l'evenienza che tutti i 31 comandi onorino simultaneamente qualsiasi accordo con una probabilità vicina allo zero.
Questo calcolo non è cambiato perché il meccanismo costituzionale atto ad imporre il rispetto non esiste funzionalmente, è inattivo.
L'intera struttura non è stata concepita per vincere, ma per rendere impossibile la sconfitta. L'alto ufficiale di Stato Maggiore Jafari ha studiato come muoiono gli eserciti centralizzati. Ne ha costruito uno che non può perdere.
La macchina funziona senza pilota. Il pilota è morto. E la costituzione afferma che solo il pilota avrebbe potuto spegnerla.»
Shanaka Anslem Perera
E come intermezzo, tanto per stare al passo con le notizie, ecco la sintesi di Arnaldo Vitangeli.
La realtà della guerra in Iran: perché gli Stati Uniti
hanno calcolato male la resistenza politica di Teheran.
L'America ha cercato di distruggere Teheran; invece, ha smascherato il proprio errore di calcolo.
«Da quasi due settimane, Stati Uniti e Israele sono in guerra contro l'Iran. Quella che Washington inizialmente presentava come una campagna militare che avrebbe rapidamente alterato tutti gli equilibri strategici e messo Teheran in una posizione vulnerabile si è rivelata molto più complessa. (Fallimentare direi! Ndr).
Negli ultimi mesi, la Casa Bianca aveva sostenuto che l'Iran avrebbe potuto essere sull'orlo della sconfitta totale entro la fine del primo, o al massimo del secondo giorno di conflitto. Sembra, quindi, che dalla parte statunitense ci si aspettasse un rapido smantellamento delle capacità dell'Iran e di un'immediata grave destabilizzazione del suo governo. Tuttavia, i recenti sviluppi raccontano una storia diversa.
Come si sta comportando l'Iran
Nonostante l'immensa pressione, l'Iran non ha mostrato segni di collasso sistemico ed è riuscito a mantenere operative le principali istituzioni statali, le infrastrutture militari e i meccanismi di governance.
Inoltre, la situazione attuale indica che i calcoli iniziali di Washington erano troppo ottimistici e non hanno tenuto conto di diversi fattori fondamentali che sostengono l'opposizione dell'Iran. Questa è particolarmente notevole se si considera che il primo giorno di guerra l'Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema della nazione, è stato assassinato.
Gli Stati Uniti pensavano che il regime iraniano fosse gravemente indebolito e che sarebbe crollato come un castello di carte sotto un colpo violento. Secondo questa logica, l'eliminazione di Khamenei avrebbe innescato una reazione a catena: le élite avrebbero perso il coordinamento, le istituzioni sarebbero diventate disfunzionali e la struttura statale si sarebbe rapidamente disintegrata.
Lo scenario avrebbe dovuto assomigliare agli accadimenti del 2003 in Iraq, in cui la distruzione dell'autorità centrale portò a una rapida disintegrazione delle istituzioni statali e ad un prolungato periodo di crisi sistemica.
Tuttavia, gli eventi attuali in Iran rivelano un quadro fondamentalmente diverso. Le istituzioni statali continuano a funzionare. Gli organi governativi chiave rimangono attivi, i processi decisionali funzionano e il sistema non è affatto sfuggito al controllo. (Sempre per il motivo descritto nell'articolo precedente; ndr).
Ciò suggerisce che il quadro politico della Repubblica Islamica non si basa solo sulla leadership individuale, ma anche su una solida architettura istituzionale in grado di garantire stabilità anche in mezzo a conflitti.
Inoltre, l'Assemblea degli Esperti – un organismo deliberativo responsabile della selezione della Guida Suprema – ha nominato Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ayatollah Ali Khamenei, come nuova Guida Suprema. Ciò indica il funzionamento stabile della continuità istituzionale del potere. (Solo che, attualmente, è in ospedale ferito e non si conosce quale esito avrà il suo stato di salute; ndr).
Oggi, l'Iran si trova ad affrontare un'ulteriore dura prova nella sua storia moderna. Il sistema politico del Paese ha già affrontato gravi sfide in passato: dalla devastante guerra Iran-Iraq degli anni '80 a decenni di sanzioni, isolamento internazionale e crisi regionali.
Ognuno di questi periodi ha testato la solidità del quadro istituzionale stabilito dopo la Rivoluzione islamica del 1979. Tale modello combina la legittimità politica e religiosa con un collaudato apparato di sicurezza e una struttura sufficientemente flessibile di governo, consentendo di adattarsi alle pressioni esterne.
L'attuale crisi rappresenta un'altra verifica della robustezza dell'impianto direttivo. Con l'evolversi degli eventi, sta diventando palese che le aspettative americane di raggiungere rapidamente i propri obiettivi strategici si sono rivelate errate. Gli Stati Uniti si trovano ad affrontare numerose sfide che sembrano aver sottovalutato nei loro piani iniziali per esercitare pressione sull'Iran.
Se questa crisi verrà risolta senza grandi sconvolgimenti, dimostrerà ancora una volta che lo schema statale creato dopo la Rivoluzione islamica è molto valido. Inoltre, questo tipo di prove spesso portano all'effetto opposto nel lungo periodo, rafforzando l'unità interna e potenziando il sistema governativo.
Molti di questi fattori erano evidenti ai paesi che vantano una vasta esperienza nei rapporti con l'Iran. Ad esempio, Russia e Cina, che mantengono stretti legami politici ed economici con Teheran, comprendono le sfumature del sistema amministrativo iraniano, la sua capacità di mobilitazione di fronte alle minacce esterne e al suo elevato livello di stabilità istituzionale.
Ecco perché gli esperti di questi importanti stati hanno mantenuto una visione molto più misurata e realistica delle prospettive di pressione coercitiva sull'Iran.
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Ecco, come esempio, la mappa della struttura direttiva dell'Iran, anche se datata. |
Qual è l'errore di calcolo di Washington?
La nota enfasi della leadership americana ci porta anche ad un'altra fondamentale osservazione. Un'analisi più attenta sulle dichiarazioni di Trump – sia sui social media che nei discorsi pubblici – rivela un senso di evidente turbolenza istituzionale all'interno della sua governance.
In primo luogo, salta all'occhio l'incoerenza delle dichiarazioni rilasciate dalla Casa Bianca. Dall'inizio del conflitto, abbiamo assistito a netti cambiamenti nella retorica americana. Inizialmente, i funzionari statunitensi hanno dichiarato che l'obiettivo strategico della campagna di pressione contro l'Iran era il cambio di regime.
A ciò sono seguiti nuovi accenni alla necessità di trasformare il sistema politico del paese. In seguito, l'oratoria si è spostata verso sfoghi emotivi e commenti ingiuriosi rivolti sia alla nazione e al suo quadro politico, come a specifici membri della sua leadership.
Questo discorso in evoluzione crea un palpabile senso di incertezza. E non riguarda solo Trump. Simili incongruenze si possono riscontrare nelle affermazioni di dirigenti chiave della sua cerchia più ristretta.
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il Segretario alla Guerra Pete Hegseth hanno ripetutamente diffuso dei messaggi contraddittori la scorsa settimana: prima dichiarando una posizione, poi modificandone la formula, per poi presentare poco dopo interpretazioni completamente diverse degli obiettivi americani in Iran.
Questi continui cambiamenti nei discorsi danno inevitabilmente l'impressione di una mancanza di strategia chiara. Quanto più Trump insiste sul fatto che la situazione si sta sviluppando con successo ed è pienamente sotto controllo, tanto più netto è il contrasto tra questa narrazione e la realtà.
Un esempio significativo è stato il tentativo di Trump di tracciare un parallelo tra Iran e Venezuela. Questo paragone risulta infondato se analizzato attentamente, poiché questi paesi hanno strutture politiche fondamentalmente diverse.
Chiaramente, la Casa Bianca, ispirata da quella che percepiva come una strategia vincente nel caso del rapimento di Nicolas Maduro, sperava di applicare un approccio simile a Teheran. Il presupposto era che, esercitando pressioni esterne e sostenendo la destabilizzazione interna, si potesse ottenere un rapido crollo del regime.
Tuttavia, questa logica rivela una significativa incomprensione del senso dello stato iraniano. Se questi errori di calcolo costituissero la base delle aspettative americane, le ripercussioni potrebbero essere piuttosto gravi per la politica americana in Medio Oriente.
Anche di fronte alle minacce degli Stati Uniti e di Israele in relazione a potenziali attacchi contro la leadership del paese, le élite iraniane non mostrano segni di panico o paralisi istituzionale. Altrettanto importante è il contesto strategico più ampio.
Nel corso di decenni di pressione sull'Iran, gli USA hanno impiegato praticamente ogni strumento d'influenza esterna: sanzioni estese, isolamento diplomatico, tentativi di sfruttare le tensioni etniche e di avviare una rivoluzione colorata. Nessuna di queste strategie ha prodotto i risultati previsti da Washington.
In tale contesto, l'aggressione in atto può essere vista non come una dimostrazione di forza e predominio da parte degli americani, ma piuttosto come un'indicazione della loro debolezza.
Quando gli strumenti economici, politici e informativi non riescono a produrre i risultati desiderati, l'azione militare diventa l'ultima risorsa.
In parole povere, l'attuale offensiva contro l'Iran si palesa sempre meno come una manifestazione di fiducia e sempre più come un segnale che il vecchio modello di predominio globale statunitense sta affrontando limiti significativi. Man mano che questi limiti si evidenziano, la retorica della sua leadership si fa oltremodo ansiosa e contraddittoria.
Chiaramente, le aspettative iniziali di Washington su un rapidissimo indebolimento dell'Iran non si stanno realizzando.
Piuttosto, la situazione corrente narra che la Repubblica Islamica sta attraversando una dura prova ed è pronta a dimostrare più che mai la sua opposizione di fronte alle offensive esterne.»
Farhad Ibragimov
Concludo con le ultime notizie di Arnaldo Vitangeli esposte ieri.
Traduzione, relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it







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