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sabato 26 settembre 2026

San Michele Arc. ponte fra S. Pio e S. Francesco




Sebirblu, 26 settembre 2026

Pochi giorni di differenza legano insieme questi tre Fari di Santità:

San Pio da Pietrelcina che viene celebrato il 23 settembre, l'Arcangelo Michele il 29 e San Francesco d'Assisi, patrono d'Italia, il 4 ottobre.

C'è un filo invisibile che li congiunge, impreziosendo ancor più, se possibile, un sito già sacro perché toccato e voluto dalla mano di Dio: la Basilica-Santuario dedicata al Principe delle Milizie Celesti.

«La storia di questo luogo è affascinante. Inizia tra il 490 e il 493 d.C. in cui si narra, secondo il "Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano", detto anche "Apparitio", l'episodio del toro di un ricco pastore che, tornato all'ovile con il gregge, si rese conto che il suo migliore animale era nuovamente fuggito.

Gargano (dal quale il promontorio prese il nome, ma che dagli scritti pare essersi chiamato Elvio Emmanuele), dopo affannose ricerche, ritrovò il toro all'interno di un'ampia grotta da cui esso non voleva proprio uscire. Preso dall'ira, gli scagliò una freccia che, non solo non colpì il bersaglio, ma prodigiosamente si rivoltò nell'aria come un boomerang e trafisse l'uomo che l'aveva lanciata, ferendolo ad una gamba.


"Gargano e il toro" di Priamo della Quercia - sec. XV - Pinacoteca di Lucca 

In quel momento venne avvolto da un'intensa luce al centro della quale c'era un Angelo che impugnava una scintillante spada.

Riavutosi dallo shock, il pastore decise di recarsi da Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto (antichissimo porto romano a due passi da Manfredonia) che, dopo averlo ascoltato, e ritenendolo vittima di un inganno diabolico (perché nell'antro venivano compiuti riti pagani) decretò per tutta la comunità tre giorni di digiuno e preghiere, non dando alcun peso all'episodio.

Prima Apparizione detta "del Toro"

Al termine di tale penitenza però, l'8 maggio 490, l'Arcangelo Michele apparve in visione notturna al presule dicendogli:

"Hai fatto bene a chiedere a Dio ciò che era nascosto agli uomini. Un prodigio ha colpito l'uomo con la sua stessa freccia, affinché fosse chiaro che tutto ciò avviene per mia volontà. Io sono l'Arcangelo Michele e sto sempre alla Presenza di Dio.

La caverna è a me sacra. E poiché ho deciso di proteggere sulla Terra questo luogo e i suoi abitanti, ho voluto attestare in tal modo di esserne il patrono e il custode per tutto ciò che vi avviene.

Là dove si spalanca la roccia possono essere perdonati i peccati agli uomini. Quel che sarà chiesto qui nella preghiera verrà esaudito. Non vi sarà più spargimento di sangue di animali. Va' perciò sulla montagna e dedica la grotta al culto cristiano".


Interno della grotta sacra del Gargano

Seconda Apparizione detta "della Vittoria"

Due anni dopo, nel 492, la città di Siponto fu assediata dagli Eruli comandati da Odoacre, ed era prostrata e ormai costretta alla resa. Il vescovo Lorenzo Maiorano mandò i suoi ambasciatori dal capo dei barbari che concesse tre giorni di tregua, giorni che la popolazione sipontina impiegò in penitenze e suppliche a San Michele.

L'Arcangelo, nel suo immenso splendore, apparve ancora al prelato durante il sonno, dicendo che le preghiere erano state esaudite e che veniva in aiuto a Siponto dando disposizioni per la battaglia all'ora quarta (Liber). Promise di intervenire qualora la città non si fosse arresa.

Suggerì quindi il contrattacco, che avvenne per volere dello stesso Condottiero Celeste nella mattinata del 19 settembre, in cui contribuì alla vittoria scatenando una terribile tempesta di grandine e sabbia così da mettere in fuga l'esercito barbarico.

Siponto era salva. Allora il vescovo, in segno di ringraziamento, salì in processione con il suo popolo alla grotta, ma non osò mettervi piede.


Cesare Nebbia (1536-1614) - Immagine di David Castor 

Terza Apparizione detta "della Dedicazione"

Nel 493 monsignor Maiorano decise di obbedire al Celeste Protettore e di dedicare al culto la spelonca in segno di riconoscenza, confortato anche dal parere positivo espresso da papa Gelasio I.

Ma nottetempo l'Angelo del Signore gli apparve per la terza volta e gli disse: "Non è compito vostro sacralizzare la Basilica da me costruita. Io l'ho fondata e l'ho anche consacrata. Ma voi entrate e frequentate pure questo luogo, posto sotto la mia protezione". (Sempre da "Liber" o "Apparitio").

«Quando il vescovo Lorenzo con altri sette presuli e i fedeli entrarono nella grotta, dice il mito, scorsero un segno soprannaturale lasciato da San Michele: l'orma di un suo piede, molto piccola, tanto da sembrare quella di un bambino, ma anche un altare coperto da un drappo rosso, con una croce di cristallo sopra. Era un miracolo!

Sorpreso, ma giubilante di poter dare al popolo una prova tangibile, Maiorano fece poi costruire una chiesa davanti alla cavità che dedicò a San Michele Arcangelo il 29 settembre 493.

In seguito, il luogo prese il nome di "Basilica Celeste" perché non consacrata dagli uomini. Con questo gesto, si intese sancire la vittoria del Cristianesimo sui culti pagani e sulle ultime resistenze eretiche...»


Interno della grotta di Monte Sant'Angelo - Trono vescovile

Trascorsero ben 723 anni prima che il promontorio del Gargano fosse di nuovo illuminato da un'altra Luce meravigliosa ad attestarne la sacralità. Successe questo, infatti, in occasione del pellegrinaggio che San Francesco vi fece, prima di recarsi in Terra Santa.

Il Poverello d'Assisi era molto devoto a San Michele tanto che ogni 15 agosto, festa dell'Assunta, iniziava una speciale "quaresima" di digiuno e preghiera per prepararsi alla ricorrenza del 29 settembre.

Accadde proprio durante uno di questi periodi penitenziali che sulla Verna egli ricevette le stigmate da un Serafino alato il quale, secondo diversi commentatori francescani, era proprio San Michele.

Fu nel 1216 che egli visitò la grotta, consacrata direttamente dalla mano del grande Condottiero angelico.

Quando entrò nel Santuario scavato nella roccia, non si sentì degno di accedervi e si fermò in raccoglimento presso l'entrata baciando ripetutamente il suolo ed incidendo su  una  pietra  il  segno  del  Tau (la  lettera «T», emblema  della  Croce  simbolo di redenzione e salvezza, ma anche di protezione ‒ come può esserlo... un «Tetto») particolarmente amato dai francescani, ed oggi ancora venerato come reliquia.

Nel 1276, a ricordo del passaggio del Santo fraticello, vicino all'ingresso della caverna sacra fu poi eretto un altare in omaggio a questo gigante dello Spirito.

Nel frattempo, passarono 1163 anni da quel lontano 493 in cui per la prima volta apparve il Principe degli Angeli, e in tutto il meridione imperversava una terribile pestilenza.

L'arcivescovo del posto, Alfonso Puccinelli, disperato, rivolse una preghiera accorata a San Michele  a pro della comunità colpita, e il 22 settembre 1656, presso la stanza vescovile dove si trovava assorto, avvenne la quarta apparizione.

L'Arcangelo, in uno splendore indescrivibile lo invitò a benedire i sassi della grotta e ad incidere su di essi il Segno della Croce e le lettere M.A. (Michele Arcangelo). Chiunque avesse devotamente tenuto con sé quelle pietre sarebbe stato preservato o guarito dall'epidemia.


Pietre benedette da S. Michele Arcangelo per la peste del 1656

L'arcivescovo compì quello che gli era stato detto. Ben presto non solo la città fu liberata dalla peste, ma venivano risanati anche coloro che richiedevano tali pietre, ovunque si trovassero.

Come ringraziamento, il presule fece erigere una statua a San Michele proprio di fronte al luogo dove gli apparve, apponendo una scritta in latino a ricordo del grande miracolo di guarigione ricevuto da tutta la cittadinanza, perennemente grata.

Ritornando a quanto detto sopra, anche Padre Pio ricevette le stigmate come San Francesco ed è interessante notare che sul crocifisso davanti al quale egli fu "trafitto", il 20 settembre 1918, è raffigurato San Michele sulla volta.

Un'altra curiosa circostanza che lega San Francesco al suo degnissimo "figlio" è che ogni 17 settembre, solo per il calendario liturgico cattolico (rimanendo sconosciuta la data vera), viene celebrata la memoria delle stigmate che egli ricevette alla Verna: proprio tre giorni prima, di quelle ricevute effettivamente da Padre Pio.

Tra i due stigmatizzati v'è la differenza che il primo ne fu investito quasi al termine della sua vita (ed oltre ai fori su mani e piedi gli crebbero delle escrescenze che simulavano le capocchie dei chiodi di Nostro Signore da una parte, e dall'altra le punte ricurve e ribattute degli stessi), mentre il secondo, ne fece l'esperienza dolorosa a 31 anni d'età e le avrebbe portate per 50, ossia fino al 1968 quando trapassò.

«Nell'ambiente francescano vi è stata sempre una grande devozione a San Michele Arcangelo, e a maggior ragione a san Giovanni Rotondo che dista dal Santuario del Gargano appena 25 km.


Veduta di Monte Sant'Angelo sul Gargano

Un blocco di pietra, ricavato dalla roccia della grotta di Monte Sant'Angelo fa parte della chiesa del convento dei Frati Minori e Padre Pio volle che si erigesse un mosaico dedicato a San Michele (opera dello svizzero Aurelio Gozzato) sulla torretta della Casa Sollievo della Sofferenza.

Egli andò soltanto una volta in pellegrinaggio alla sacra Basilica, e dedicò a questo avvenimento un fugace accenno nel suo Epistolario.

In una lettera ad Assunta di Tomaso, del 2 luglio 1917, Padre Pio si scusava con la stessa di non poter rispondere alle sue numerose domande scrivendo:

"Lo farò appena potrò e quando mi sarò rinfrancato dello strapazzo preso per la gita fatta ieri a Monte Sant'Angelo per visitare San Michele" (Epistola 3, 419).

Lo storico Gherardo Leone ha ricostruito nei dettagli questa visita, rivelando una passione senza limiti del Frate Santo verso l'Arcangelo.

Scrive Gherardo Leone: "Padre Pio fece il viaggio il 1° luglio 1917 su un carretto scoperto, come si usava a quel tempo, assieme a quattordici fratini del Collegio di San Giovanni Rotondo. Quel giorno faceva molto freddo. Padre Pio ne soffrì molto dal punto di visita fisico, anche perché era partito nel cuore della notte.

Entrando nel Santuario all'interno della grotta, prese un raffreddore per l'umidità molto intensa. Prima della celebrazione della Messa si raccolse in preghiera per tre quarti d'ora, poi iniziò il rito religioso davanti all'altare dell'Arcangelo.

Nell'offrire il Sacrificio nel luogo consacrato si commosse profondamente. Dopo la celebrazione, si trattenne per altri tre quarti d'ora. Era pallidissimo e tremava per il freddo: erano tre ore che stava in quella caverna umidissima e gelida.

Ad un certo punto due fedeli presenti, vedendolo in quello stato, lo sollecitarono ad andare in una casa vicina, per consumare una colazione calda.

Nella Basilica di San Michele – scrive Gherardo Leone – in quel momento di grande intensità spirituale, nella penombra della grotta arcangelica, Padre Pio prese piena coscienza della sua missione religiosa ed ebbe anche il presentimento di quanto il Signore gli stesse riservando".




Lo  scrittore  Giovanni Siena  afferma che: "Il ruolo  di  San  Michele  Arcangelo  nella vita e nell'Opera di Padre Pio, diventò evidente un anno dopo quel significativo pellegrinaggio di Monte Sant'Angelo. Il 1918 fu per Padre Pio un anno pieno di eventi straordinari.

Egli, infatti, fu protagonista di tre sconvolgenti fenomeni mistici che gli costarono anche grandi patimenti fisici:

1° La "transverberazione" ovvero la straziante lacerazione delle parti più profonde dell'anima per opera di un misterioso dardo di fuoco.

2° La "stigmatizzazione" ossia la comparsa sul suo corpo delle stesse ferite riportate dal Cristo sulla croce.

3° La "transfissione" cioè lo squarcio del cuore e del costato operato da una lancia.

Queste tre prove furono precedute dall'apparizione di quello che Padre Pio definiva un "misterioso personaggio". Chi era?


Danny Hahlbohm 

Il Frate non ha mai rivelato questo segreto. Ma alcuni studiosi di fenomeni mistici e storia della spiritualità sono convinti che si trattasse proprio di San Michele, l'Angelo inviato da Dio a coloro che devono realizzare una missione difficile.»

«Viene da chiedersi: perché, nonostante la vicinanza al Santuario, non vi ritornò più? Il salesiano don Giuseppe Tomaselli, famoso sacerdote esorcista ed apostolo di Messina, che ebbe numerosi contatti con Padre Pio, raccontò un fatto interessante a questo proposito:

"Un gruppo di persone di Tortoreto Lido, in provincia di Teramo, avendo sentito parlare di Padre Pio decise di recarsi da lui per conoscerlo. In treno, i pellegrini incontrarono un prelato che chiese loro dove fossero diretti: "Andiamo a San Giovanni Rotondo, rispose uno, pare che lì ci sia un frate che faccia miracoli".

"Ma chi è questo frate?" ‒ fu la domanda. ‒ "Andate piuttosto al Santuario di Monte Sant'Angelo. Lì c'è veramente uno che fa miracoli, San Michele Arcangelo".

Una volta scesi dal treno, questi devoti disorientati rimasero in dubbio se andare a San Giovanni o a Monte Sant'Angelo. Alla fine prevalse il proposito di recarsi da Padre Pio. Il Frate li ricevette e durante il colloquio iniziò a comportarsi in maniera strana: apriva e chiudeva un cassetto, senza un motivo valido.

Quel cassetto era vuoto, si vedeva benissimo. Al termine della visita, prima di salutare gli ospiti, Padre Pio estrasse da tale cassetto diverse immagini raffiguranti l'Arcangelo del Gargano e li consegnò ad ognuno dei fedeli.

La sorpresa fu grande quando il Frate, dopo aver distribuito i santini, se ne uscì con questa frase: "Così potrete dire di essere stati al Santuario di San Michele". Tutti si convinsero – conclude don Tomaselli – che nello stesso momento in cui parlava con loro vi si fosse recato in bilocazione.»


Dettaglio tratto da uno dei suoi libri "Diario spirituale segreto"- Ed. Segno 

Non c'è da meravigliarsi se questi due potentissimi santi frati, Francesco d'Assisi e Padre Pio, al secolo anch'egli di nome Francesco, siano accomunati da un grande ardore per San Michele Arcangelo viste le persecuzioni e i continui tormenti che entrambi ha loro inflitto il Demonio.

Di tutta l'ampia letteratura esistente, mi limito a riportare, per ovvi motivi, soltanto un piccolo aneddoto riguardante il Padre cappuccino:

"Fu una lotta senza esclusione di colpi, cominciata sin dai primi giorni di vita quella del piccolo Francesco Forgione, secondo quanto testimoniato da un'anima eletta che ebbe una strabiliante visione durante un pellegrinaggio alla Grotta di San Michele a Monte Sant'Angelo.

A Padre Mariano Paladino, che fu uno degli infermieri di Padre Pio, quella persona raccontò di aver visto il piccolo Francesco adagiato in una culla e protetto dalle ali dell'Arcangelo.

Pensando che potesse essersi trattato di un'allucinazione, Padre Mariano raccontò l'episodio al Santo cappuccino e ne ricevette immediatamente una risposta netta: «Guai a me se non ci fosse stato San Michele: a quest'ora avreste visto Padre Pio sotto i piedi di Lucifero»."

Per quanto riguarda invece il mirabile Poverello: "Nelle fonti francescane viene evidenziata l'azione del Santo contro Lucifero, ritraendolo uomo forte e lottatore straordinario sia a difesa della propria persona quanto a quella degli altri.

È rimasto celebre il racconto ambientato nel palazzo del cardinale Leone a Roma, ove S. Francesco era ospite e fu attaccato violentemente dal demonio fino ad essere quasi mezzo morto. Gli attacchi non erano soltanto a livello morale o spirituale, ma erano diretti anche contro il corpo, in modo da tormentarlo fisicamente e farlo molto soffrire.

Ma egli, munito di fede, si faceva tanto più forte e fervente nella preghiera quanto più violento era l'assalto dei nemici. I demòni non sono altro che strumenti nelle mani di Dio per la purificazione dell'anima.

Le battaglie sembrano aumentare man mano che cresce la sua perfezione, diventano più acute e tormentose ma S. Francesco era consapevole che alla fine la vittoria è di colui che resta fedele a Cristo, non a Satana.

Per questo motivo egli si è sempre rimesso alla volontà di Dio con grande umiltà, sconfiggendo l'arroganza dei demòni, consapevole che possono esercitare il loro potere unicamente nella misura in cui la mano di Dio lo concede; essi non sopportano una simile forza d'animo e si ritirano sconfitti."


"Francesco assalito dai demòni" di Domenico Manfredi - ved. QUI

Concludendo, non può mancare quello che papa Leone XIII disse dopo la visione avuta il 13 ottobre 1884 (ved. QUI e QUI):

«Ho visto la terra avvolta dalle tenebre, e da un abisso uscire legioni di demòni che si spargevano per il mondo al fine di distruggere ed attaccare le opere della Chiesa che era ridotta allo stremo.

Allora apparve S. Michele che ricacciò gli spiriti malvagi nell'abisso. Poi l'ho scorto intervenire ancora, non in quel momento ma molto più tardi, quando le persone avessero moltiplicato le loro ferventi preghiere verso l'Arcangelo».

Nella relazione originale del famoso esorcismo di Leone XIII si leggeva:«Ecco la Chiesa, Sposa dell'Agnello Immacolato, satura di amarezza e abbeverata di veleno da nemici molto astuti; essi hanno posato le loro empie mani su tutto ciò che esiste di più sacro.

Laddove fu istituita la sede del beato Pietro e la cattedra della Verità, là hanno posto il trono della loro abominazione nell'empietà; in modo che colpito il pastore, il gregge possa essere disperso».

(È quanto sta accadendo oggi; ved. QUI , QUI, QUI, QUI e soprattutto QUI; ndr). 

La preghiera a S. Michele Arcangelo venne incorporata al termine della Messa, ma fu poi abilmente fatta sparire dopo il Concilio Vaticano II (ved. QUI). 

Questo fu motivo di grande dispiacere per Padre Pio che ripeteva spesso: "Oggi più che mai, in quest'epoca apocalittica, è necessario combattere sotto il vessillo di San Michele Arcangelo".

Ecco la supplica, nella sua versione ridotta:

«San Michele Arcangelo, soccorrici nella lotta;
sii il nostro presidio contro la cattiveria e le insidie del demonio.
Noi ti chiediamo supplici che Dio comandi su di lui;
e Tu, Principe della milizia celeste, per Virtù divina
ricaccia nell'inferno Satana e gli altri spiriti maligni
che vagano nel mondo per la rovina delle anime.»
Amen.

Relazione, adattamento e cura di: Sebirblu.blogspot.it

Spunti e piccoli brani tratti da:


martedì 22 settembre 2026

Si scopre ORA che persecuzione subì P. PIO da Roma!


San Pio da Pietrelcina (1887 - 1968)

Sebirblu, 22 settembre 2026

Dopo dieci anni, in onore del grandissimo Padre Pio, ripropongo questo post.

Mai come adesso la Chiesa Cattolica si è trovata in uno sconvolgimento così radicale da scuoterne le fondamenta istituite e volute dal Cristo due millenni fa.

La Massoneria-sionista l'ha invasa fino al suo vertice (ved. QUI, QUI, QUI e QUI, ma consiglio di leggere anche gli articoli all'etichetta "Bergoglio"), e siccome ci troviamo nel periodo in cui, secondo le parole cristiche, "la Verità dev'essere gridata dai tetti, perché nulla vi è di occulto che non debba essere svelato", ecco un articolo che in occasione della ricorrenza del Santo di Pietrelcina farà contenti molti Lettori.

Debbo pure dire che, in questi nostri giorni, la persecuzione e l'obbedienza assimilano Padre Pio a Padre Mannelli (dei Francescani dell'Immacolata, ved. QUI) in due storie analoghe (cfr. QUI), a testimonianza che quando lo Spirito guida davvero un'anima votata a Dio, ogni artificio o volontà umana decadono miseramente!

Perché il Sant'Uffizio condannò Padre Pio?

I Papi lo ammiravano ma il Sant'Uffizio emise decreti di condanna. Padre Pio ha subìto per tutta la sua vita l'incomprensione e l'ostilità di molti. Eppure tutti, oggi, riconoscono che fu un grande Uomo e un santo Frate.

Per cercare di capire e spiegare come e perché il francescano di Pietrelcina abbia sollevato reazioni così controverse, Renzo Allegri ha pubblicato il libro "La passione di Padre Pio", edito da Mondadori.

Per chiarire il significato di quanto accadde al religioso, il noto scrittore ha indagato su migliaia di documenti conservati nell'Archivio segreto del Vaticano e in quello del Sant'Uffizio.

Egli ha lavorato anche sui dossier degli schedari dell'Ordine dei Frati Cappuccini della Provincia di Foggia e di fascicoli privati di laici, che ebbero ruoli estremamente importanti in questa vicenda. Molti di questi sono inediti.

Allegri ha scritto altri nove libri su San Pio da Pietrelcina, tutti pubblicati dallo stesso Editore ed approdati nelle collane dei best seller internazionali dopo esser stati tradotti all'estero.

Intervistato da "Zenit", egli ha affermato che quest'ultimo testo "è il più importante perché mette il dito sulla piaga del Male, cioè Satana che, per rovinare le Opere dell'Eterno, predispone trappole diaboliche che riescono ad ingannare perfino i rappresentanti della Chiesa. Tema estremamente grave ed attuale".


Sant'Agostino e il diavolo di Michael Pacher  (1430-1498)

Cosa c'era di così strano in Padre Pio al punto da sollevare i dubbi del Sant'Uffizio?

Le stigmate. Il Sant'Uffizio cominciò ad interessarsi a lui nel 1919, dopo che si era diffusa la notizia che sul suo corpo erano comparse le piaghe della Passione e della Morte di Gesù.

L'evento, sconvolgente e sconcertante, si era verificato il 23 settembre 1918, nella solitudine di un conventino sul Gargano. Era stato tenuto segreto perché gli stessi suoi confratelli non riuscivano a dargli un significato.

Solo nel maggio 1919, la notizia cominciò a circolare, finì sui giornali e la gente accorse in massa. Fu il quotidiano di Napoli "Il Mattino", che era allora molto in auge, ad intuirne l'importanza esplosiva.

Il direttore del giornale mandò a San Giovanni Rotondo uno dei suoi più noti operatori, il quale a metà giugno realizzò un reportage dettagliato su ciò che avveniva intorno al Frate, e che poi venne pubblicato su due pagine, con un titolo eclatante:

«Padre Pio, il "santo" di San Giovanni Rotondo opera un miracolo sulla persona del cancelliere del paese, presente un nostro inviato speciale.»

Scoppiò il caso. Se ne interessarono massicciamente anche i rotocalchi stranieri. Il convento fu assediato dai pellegrini. Le autorità civili, preoccupate per la presenza di tanta gente, soprattutto per gli ammalati in quel luogo privo di servizi igienici, temevano epidemie ed inviarono esposti al Ministero della Sanità.

Ma niente e nessuno riusciva a fermare il flusso dei pellegrini. La gente comune, impressionata da quelle piaghe che richiamavano la Passione di Gesù, e dalle conversioni così come dalle guarigioni prodigiose, era convinta di trovarsi di fronte ad un portentoso segno del soprannaturale.

Il Sant'Uffizio, invece, supremo Tribunale Ecclesiastico per la difesa della Dottrina, temeva che quelle persone fossero vittime di superstizione e scelse un atteggiamento critico, antitetico, che poi mantenne sempre.

Erano vere le stigmate di Padre Pio?

Il popolo semplice non aveva dubbi. Ma le persone istruite e gli ecclesiastici si ponevano domande. E fin dall'inizio, il clero locale, vedendo nel Frate un rivale che richiamava i fedeli dalle rispettive parrocchie, affermava che era tutto un imbroglio, una truffa per incamerare soldi.

I superiori di Padre Pio si resero conto che dovevano far chiarezza su quella vicenda per evitare scandali irreparabili e, trattandosi di ferite, ricorsero ai medici. Il primo giudizio venne dato dal medico locale, il dottor Angelo Maria Merla, che conosceva da anni il Cappuccino del Gargano.

La sua opinione si basava su un'osservazione elementare: quelle ferite sanguinanti dovevano, secondo le conoscenze mediche, o cicatrizzare o trasformarsi in cancrena, e poiché non accadeva, quello era un fenomeno al di sopra della scienza conosciuta.


Ultima Messa di Padre Pio (22 settembre 1968).
Come si vede, le stigmate sono misteriosamente scomparse.
 

Gli stessi superiori di San Pio si rivolsero allora ad uno specialista più qualificato, il professor Luigi Romanelli, primario dell'ospedale di Barletta. Anche questi escluse "ogni origine naturale". La notizia del fenomeno si allargava sempre più. Era nota anche a Roma, in Vaticano.

Il Superiore Generale dei Frati Cappuccini si consigliò con un rappresentante del Papa e decisero insieme di inviare a San Giovanni Rotondo un luminare di fama internazionale, il professor Amico Bignami, ordinario di Patologia generale alla Università  "La Sapienza".

Questi era ateo e massone dichiarato. Visitò le ferite di Padre Pio a metà luglio 1919 e, in coerenza con le sue convinzioni, scartò ogni possibile riferimento soprannaturale dicendo che quelle piaghe "dovevano" essere certamente provocate dallo stesso Frate.

Ordinò di impedire al religioso di intervenire su esse, bendandogliele e sigillando le fasciature. Dichiarò che si sarebbero chiuse nel giro di dieci giorni. Ma non accadde.

Fu allora chiesto l'intervento di un altro illustre esperto, il dottor Giorgio Festa, che a Roma aveva un laboratorio scientifico molto rinomato. Questi eseguì le sue indagini nell'ottobre del 1919, concludendo che le ferite di Padre Pio sfuggivano al controllo medico.

Scrisse nella sua relazione: "Hanno un'origine che la nostra conoscenza è molto lontana dal poter spiegare".

Alla fine del medesimo anno, tutti i medici che avevano visitato il Francescano, ufficialmente o per iniziativa privata, erano convinti della soprannaturalità del fenomeno. Tutti, tranne uno: il professor Bignami. E Il Sant'Uffizio (e ti pareva!; ndr) abbracciò e sostenne sempre questa tesi. 

Chi erano gli oppositori di San Pio e perché lo osteggiavano e lo calunniavano?

Le prime lettere accusatorie contro Padre Pio, arrivate al Sant'Uffizio (e sono ancora conservate negli Archivi Vaticani), risalgono al giugno 1919, ossia subito dopo la diffusione della notizia delle stigmate. Erano lettere anonime, firmate "un gruppo di fedeli".

Dal contenuto si evince che erano scritte da ecclesiastici. Sostenevano che le piaghe erano un inganno, architettato dal Frate e dai suoi confratelli per attirare la gente e raccogliere denaro. Affermavano che i consacrati conducevano una vita agiata e allegra, dando scandalo con festicciole notturne frequentate anche da giovani donne.

In  alcune lettere  si  affermava  che  nel convento  c'erano  state  pure  liti  sanguinose tra loro, con fucilate e bastonate (addirittura?! Ndr) per la spartizione dei soldi e fu necessario l'intervento dei carabinieri. Ma una successiva inchiesta dimostrò che era tutta una menzogna.


"Il corvo" di Tim Cantor

Le missive anonime si moltiplicarono e divennero un'arma per il clero locale e per l'arcivescovo di Manfredonia, che si impossessarono di quelle voci, le sostennero, le incrementarono, diventando loro i veri registi delle accuse contro Padre Pio.

L'alto prelato della città, Monsignor Pasquale Gagliardi, aveva amici potenti in Vaticano, per questo le accuse false che egli avallava con lettere personali venivano accolte a Roma come autentiche, con tutte le conseguenze del caso.

Questa situazione durò diversi anni, durante i quali il Cappuccino subì condanne e proibizioni di ogni genere. L'ingiusta persecuzione fu interrotta da alcuni laici, che fecero una guerra spietata ai calunniatori e alla fine ricorsero all'autorità civile, denunciandoli.

Alcuni di essi furono processati e condannati. Il vescovo di Manfredonia destituito. Ma presso il Sant'Uffizio  la  diffidenza  nei  confronti  del santo Frate rimase sempre. Il Padre trapassò sotto il peso di cinque condanne dell'ex Santa Inquisizione, mai ritrattate, e decine di interventi disciplinari.

Nel corso della sua vita, subì settanta "visite apostoliche", che sono severe inchieste giuridiche ordinate dalle maggiori autorità della Chiesa nei casi di trasgressioni gravissime alle leggi ecclesiastiche o al fine di accertare delitti, sacrilegi, deviazioni dottrinali e cose del genere.

Perché padre Agostino Gemelli accusò San Pio di essere un soggetto isterico e inconsciamente psicopatico? In che modo arrivò ad esprimere un giudizio così duro?

In tutte le biografie di Padre Pio, Gemelli viene indicato come il nemico numero uno del religioso. Ma all'esame dei documenti, i fatti sono diversi.

Egli è degno di grande ammirazione. È stato uno dei più eminenti personaggi della storia del Novecento, sia in campo religioso che scientifico. Però, è storicamente dimostrato che commise un grave errore nei confronti del Frate. Lo compì nel 1920, e poi non ebbe mai il coraggio di riconoscerlo e riparare.

Nell'aprile 1920, Padre Gemelli era già un ecclesiastico di grande prestigio. Medico, psichiatra, fondatore della psicologia sperimentale, era anche teologo ed esperto proprio di teologia mistica. Proveniva da una famiglia borghese massonica. Da giovane era stato ateo e ribelle.


Padre Agostino Gemelli  (1878-1959)

All'università fu allievo del professor Camillo Golgi ‒ Premio Nobel per la medicina 1906 ‒ che lo riteneva suo erede. Dopo la conversione, avvenuta nel 1903, il giovane medico si fece religioso francescano e fu ordinato sacerdote.

In un paio d'anni, divenne il più qualificato rappresentante della cultura cattolica. L'unico che, nelle discussioni scientifiche, potesse tener testa ai più grandi scienziati.

Non si è mai saputo perché nell'aprile 1920 Gemelli volle andare da Padre Pio. Nelle sue relazioni, riferì ogni volta versioni contraddittorie. Nella prima, sempre in aprile del medesimo anno, affermò di essersi recato là per devozione e per chiedere al Cappuccino consigli e preghiere per l'Università Cattolica che stava fondando.

In un secondo rapporto, scritto nel 1926, raccontò di esservi andato su richiesta del vescovo di Foggia. In seguito sostenne che l'incarico di quella visita gli era stato dato dal Sant'Uffizio.

In tutti i suoi comunicati, dichiarò di aver visitato le ferite di Padre Pio. Affermazione totalmente menzognera. Padre Gemelli non le vide mai, e non fece alcun esame medico al religioso.

Arrivò a San Giovanni Rotondo la sera del 17 aprile 1920, accompagnato da sei persone, monsignori e religiosi, suoi amici e ammiratori, che furono poi testimoni qualificati di quanto accadde.

Padre Pio dimostrò subito un'istintiva avversione per Gemelli e non si recò a salutarlo, come invece faceva con gli ospiti importanti. Il giorno successivo, il 18 aprile, l'autorevole personaggio non riuscì a farsi ricevere dal Frate.

In serata, il rettore del convento che faceva da tramite fra i due disse che poteva incontrarlo al mattino, quando il Padre sarebbe sceso in sacrestia per celebrare la Messa. Il medico-sacerdote era indignato per quel trattamento, ma si adattò.

La mattina del 19, avvicinò il Cappuccino in sacrestia, chiedendogli un appuntamento per visitare le stigmate. Alla domanda se avesse l'autorizzazione del Sant'Uffizio, Gemelli gli rispose di no, e San Pio se ne andò immediatamente.

L'incontro, secondo la testimonianza giurata dei testimoni, durò non più di un minuto. Il visitatore era furibondo e decise di ripartire all'istante. Quello stesso pomeriggio inviò la sua prima relazione al Sant'Uffizio esternando terribili giudizi sul Francescano e sulle sue piaghe.




La sua tesi, espressa e sostenuta nei rapporti successivi, era sempre la medesima: Padre Pio era un povero isterico che si procurava le ferite da solo con acido fenico o altre sostanze. I suoi giudizi scritti erano totalmente negativi: "Ritengo che Padre Pio sia uno psicopatico..."

"È un soggetto a intelligenza ben limitata, che presenta le note caratteristiche di una deficienza mentale in grado notevole con conseguente restringimento del campo della coscienza".

"Né i suoi scritti, né ciò che si racconta, né ciò che egli dice rivelano un animo innamorato di Dio. È un buon religioso tranquillo, quieto, mansueto, più per opera della deficienza mentale che per virtù".

E per quanto riguarda i segni della Passione, scrisse: "Dall'esame da me compiuto sorge il legittimo sospetto che si tratti di caratteristiche e note autolesioni". "Un caso di suggestione, in un soggetto malato come è Padre Pio, che ha condotto a quelle tipiche manifestazioni di psittacismo che sono proprie della struttura isterica".

Dal momento che egli era l'autorità massima nel settore, sia per la sua preparazione scientifica che per quella teologica, i suoi giudizi vennero recepiti dal Sant'uffizio come "verità scientifiche assolute e inconfutabili".

Trasmise la sua prima relazione sotto l'impulso dell'ira provocata dal rifiuto del Cappuccino di parlare con lui. In seguito tornò sull'argomento solo due volte, quando venne accusato di essersi inventato tutto.

In uno di quei rapporti vergò: "Non ho mai parlato con nessuno di Padre Pio; non ho mai manifestato ad alcun uomo la mia opinione su di lui. Ne ho parlato soltanto con i funzionari del Sant'Uffizio e con il Cardinale segretario".

Probabilmente, era convinto di ciò che scrisse sul Santo di Pietrelcina. Lo aveva giudicato secondo i criteri della "Psicologia sperimentale" in cui si riteneva il massimo esperto. Era un convertito. Da anni si batteva contro la Massoneria e l'ateismo.

Osteggiava tutte la forme religiose di dubbia chiarezza. Aveva sempre stroncato tutti i fenomeni di stigmatizzazione, tranne quello riguardante San Francesco d'Assisi. Nel caso di Padre Pio, era rimasto vittima del furore e del suo zelo.

Il Frate del Gargano, che era una grande santo, se ne rese conto e non ebbe mai alcuna espressione ostile contro Gemelli.




Luigi Villa, che fu molto amico del medico-sacerdote e che per 15 anni fu assistente spirituale all'Università Cattolica, in una intervista rivelò che Gemelli prima di trapassare scrisse una lettera a Padre Pio chiedendogli perdono. E sembra che questi sia andato a trovarlo in bilocazione.

Resta però il fatto che ancora oggi a distanza di tanto tempo molti, soprattutto intellettuali, parlando del Cappuccino affermino: "Padre Gemelli lo riteneva uno psicopatico".

Quale fu il rapporto dei Pontefici con Padre Pio?

Sostanzialmente positivo. Anche nel periodo della grande persecuzione di Padre Pio da parte del Sant'Uffizio, i Papi non ne furono coinvolti.

Avevano intuito che qualcosa di grande avveniva in quel religioso. Papa Benedetto XV era convinto che fosse un santo. Pio XI, essendo molto amico di Padre Gemelli, all'inizio del suo pontificato appoggiò le idee di quest'ultimo, ma in seguito si dissociò varie volte dalle decisioni dei Cardinali del Sant'Uffizio. Pio XII, appena eletto Papa disse: "Lasciate in pace Padre Pio".

Giovanni XXIII era un suo sostenitore ma, nel 1960, di fronte ad una mole di dossier che gli furono portati dal generale dei Cappuccini ‒ documenti risultati poi falsi, ma che accusavano il Santo di delitti contro i voti di povertà, di castità e di obbedienza ‒ si spaventò e ordinò un'ennesima visita apostolica che, data l'età del religioso, fu tra le più severe e dolorose.

In seguito Papa Giovanni capì di essere stato imbrogliato e ritrattò i suoi giudizi. Paolo VI fu sempre un difensore di Padre Pio. Papa Wojtyla, testimone diretto di strepitosi miracoli,  fu  il  promotore  e il sostenitore  del  processo  di  beatificazione.

Perché il Sant'Uffizio mantenne un atteggiamento di condanna così a lungo?

Il Sant'Uffizio è il dicastero più importante della Chiesa. Il suo compito precipuo, sin dalla fondazione avvenuta nel 1542, è la difesa dell'ortodossia. Non esiste, nel corso dei secoli, un solo provvedimento che sia stato ritrattato. Quindi, anche per quanto riguarda Padre Pio, una volta emanati dei decreti di condanna, non sono più stati cambiati.

Oggi Padre Pio è stato riconosciuto nella sua santità ed è un testimone del Giubileo della Misericordia. Chi, come, quando e perché è stato possibile riconoscere la verità sulla vita di Padre Pio?

Furono i miracoli, continui, incessanti, portentosi che Dio operò attraverso di lui a ribaltare le convinzioni negative che il Tribunale ecclesiastico aveva espresso per decenni nei confronti di questo religioso.




I suoi confratelli cominciarono a raccogliere i documenti sulla sua santità subito dopo il trapasso. Ma la Chiesa in modo ufficiale non poteva far niente perché bloccata dalle sentenze del Sant'Uffizio.

Fu l'elezione a Papa di Karol Wojtyla a cambiare totalmente la situazione. Giovanni Paolo II aveva conosciuto Padre Pio nel 1948, ne era rimasto conquistato, aveva sempre continuato a seguirlo e nel 1962 era stato testimone diretto di un clamoroso miracolo avvenuto per sua diretta richiesta.

Così, appena eletto, avviò subito il suo processo di beatificazione, lo sostenne contro tutti e fu lui a proclamarlo Beato nel 1999 e Santo nel 2002.

Qual è il suo parere sull'intera vicenda?

Stesi il mio primo articolo sul Padre nel settembre 1967. In quell'occasione potei incontrarlo e parlare con lui. Lo rividi nell'aprile 1968. Alcuni mesi dopo la sua morte venni incaricato dal giornale, dove allora lavoravo, di effettuare un'inchiesta dal titolo "In difesa di Padre Pio".

In seguito scrissi centinaia di articoli e dieci libri, venendo in possesso di migliaia di documenti riguardanti la persecuzione cui Padre Pio venne sottoposto nel corso della sua vita.

L'opinione che mi sono fatto su questa incredibile vicenda è racchiusa nelle parole che mi disse in un'intervista il cardinale Giuseppe Siri nel 1984: "La lotta spietata che è stata fatta a Padre Pio, anche da parte vaticana, è la più grande trappola diabolica messa in atto da Satana ai danni della Chiesa stessa".

Con un lungo e dettagliato discorso, il presule mi spiegò che il demonio, essendo rimasto di fatto puro spirito, è in grado anche di prevedere il futuro. Conoscendo quindi la grandezza e l'importanza massima della missione che Dio aveva assegnato a quel Suo figlio, fece di tutto per distruggerla.

E per raggiungere meglio il suo scopo, cercò di coinvolgere nelle sue trame anche i vertici stessi della Chiesa.

"La vita e la vicenda umana di Padre Pio – disse il cardinale Siri – sono lo specchio della lotta ad oltranza, spietata e senza esclusione di colpi, che avviene di continuo e in modo costante tra le Forze del Bene e quelle del Male".

Post Scriptum

Per altri interessanti articoli su Padre Pio, tra cui una NDE (esperienza di pre-morte) di un sacerdote suo figlio spirituale, seguono i link:


Relazione, adattamento e cura di: Sebirblu.blogspot.it

Fonte: it.zenit.org

lunedì 22 settembre 2025

P. PIO: Satana sarà al vertice della Falsa Chiesa!


Padre Pio da Pietrelcina - ora Santo -
al secolo Francesco Forgione - (1887-1968)

Sebirblu, 22 settembre 2025

Riposto oggi alcuni interessanti estratti dal 1° volume dell'epistolario di Padre Pio, esposti tre anni fa in occasione dei suoi 100 anni dalle stimmate e ai 50 dal suo trapasso verso la gloria dei Cieli.

Il primo brano riguarda il giusto lamento di Gesù per l'ingratitudine umana e il lassismo nella Chiesa; il secondo concerne il tradimento e l'apostasia dei Suoi ministri, e il terzo si riferisce alla cecità e all'indifferenza dei molti che, attratti dalle cose del mondo, non odono o non vogliono udire i Suoi dolci inviti e i ripetuti richiami per una Vita vera soffusa di felicità.

Prima però, pubblico una splendida catechesi di don Alessandro Maria Minutella anch'essa di tre anni fa, su questo argomento.




Padre Pio a padre Agostino (sua guida spirituale a cui dà del "voi" come si usava un tempo; ndr).

Pietrelcina, 12 marzo 1913

[...] "Sentite, padre mio, i giusti lamenti del nostro dolcissimo Gesù: «Con quanta ingratitudine viene ripagato il Mio Amore dagli uomini! Sarei stato meno offeso da costoro se l'avessi amato di meno. Mio Padre non vuole più sopportarli.

Io vorrei cessare di amarli, ma... (e qui Gesù si tacque e sospirava, e dopo riprese) ma ahimè! il Mio Cuore è fatto per amare! Gli uomini vili e fiacchi non si fanno nessuna violenza per vincersi nelle tentazioni, ed anzi si dilettano nelle loro iniquità.

Le anime da Me più predilette, messe alla prova Mi vengono meno, le deboli si abbandonano allo sgomento ed alla disperazione, le forti si vanno rilassando a poco a poco. Mi rimangono (sta per Mi lasciano; ndr) solo di notte, solo di giorno nelle chiese.

Non si curano più del Sacramento dell'altare; non si parla mai di questo Sacrificio di Amore; ed anche quelli che ne parlano ‒ ahimè! ‒ con che indifferenza, con che freddezza. Il Mio Cuore è dimenticato; nessuno si cura più del Mio Amore; Io son sempre contristato.

La Mia Casa è divenuta per molti un teatro di divertimenti; anche i Miei ministri che Io ho sempre riguardato con predilezione, che Io ho amato come pupilla dell'occhio Mio; essi dovrebbero confortare il Mio Cuore colmo di amarezze; essi dovrebbero aiutarmi nella redenzione delle anime, invece chi lo crederebbe?! Da essi debbo ricevere ingratitudini e sconoscenze.

Vedo, figlio mio, molti di costoro che... (qui si quietò, i singhiozzi gli strinsero la gola, pianse in segreto) che sotto ipocrite sembianze Mi tradiscono con comunioni sacrileghe, calpestando i lumi e le forze che continuamente do ad essi...».

Gesù continuò ancora a lamentarsi. Padre mio (rivolgendosi a padre Agostino; ndr), come mi fa male veder piangere Gesù! L'avete provato ancora voi? [...] Fra Pio."




Pietrelcina, 7 aprile 1913

"Mio carissimo padre, venerdì mattina¹ ero ancora a letto, quando mi apparve Gesù. Era tutto malconcio e sfigurato. Egli mi mostrò una grande moltitudine di sacerdoti regolari e secolari, fra i quali diversi dignitari ecclesiastici; di questi, chi stava celebrando, chi si stava parando e chi si stava svestendo delle sacre vesti.

La vista di Gesù in angustie mi dava molta pena, perciò volli domandargli perché soffrisse tanto. Nessuna risposta ne ebbi. Però il suo sguardo ritornò verso quei sacerdoti; ma poco dopo, quasi inorridito e come se fosse stanco di guardare, ritirò lo sguardo ed allorché lo rialzò verso di me, con grande mio orrore, osservai due lacrime che gli solcavano le gote.

Si allontanò da quella turba di sacerdoti con una grande espressione di disgusto sul volto, gridando: «Macellai!» E rivolto a me disse: «Figlio mio, non credere che la Mia agonia sia stata di tre ore, no; Io sarò per cagione delle anime da Me più beneficate, in agonia sino alla fine del mondo.

Durante il tempo della Mia agonia, figlio Mio, non bisogna dormire. L'anima Mia va in cerca di qualche goccia di pietà umana, ma ohimè Mi lasciano solo sotto il peso dell'indifferenza. L'ingratitudine e il sonno dei Miei ministri Mi rendono più gravosa l'agonia.

Ohimè, come corrispondono male al Mio Amore! Ciò che più Mi affligge è che costoro al loro indifferentismo, aggiungono il loro disprezzo, l'incredulità. Quante volte ero lì lì per fulminarli, se non fossi stato trattenuto dagli angeli e dalle anime innamorate di Me...

Scrivi al padre tuo e narragli ciò che hai visto e sentito da me questa mattina. Digli che mostri la tua lettera al padre provinciale...»

Gesù continuò ancora, ma quello che disse non potrò mai rivelarlo a creatura alcuna in questo mondo. Questa apparizione mi cagionò tale dolore nel corpo, ma più ancora nell'anima, che per tutta la giornata fui prostrato ed avrei creduto di morirne se il dolcissimo Gesù non mi avesse già rivelato²...

Gesù purtroppo ha ragione di dolersi della nostra ingratitudine! Quanti disgraziati nostri fratelli corrispondono all'Amore di Gesù col buttarsi a braccia aperte nella infame setta della massoneria! Preghiamo per costoro affinché il Signore illumini le loro menti e tocchi loro il cuore. [...] Fra Pio."

Note:
1) Il 28 marzo 1913
2) I puntini sono di padre Pio. Non è possibile determinare quale sia stato l'oggetto di questa rivelazione.


Il Concilio Vaticano II infiltrato dalla Massoneria, ved. QUI, QUI e QUI.

Pietrelcina, 10 ottobre 1915

"Mio carissimo padre,

[...] in quanto a me, io non mi arresterò dal piangere tutte le ore che mi restano da vivere, poiché voi conoscete quanto mi strazia il cuore il vedere tanti poveri ciechi, che fuggono più del fuoco quel dolcissimo invito del Divin Maestro: «Venite a Me voi tutti che avete sete, ed Io vi darò da bere.» (Gv. 7,37).

L'animo mio si vede estremamente straziato nel trovarsi di fronte a questi veri ciechi che non sentono punto pietà per sé stessi, avendo le passioni tolto loro talmente il senno (ved. QUI), che non si sognano neppure di venire a bere a questa vera Acqua di paradiso.

Uno sguardo, o padre, e poi ditemi se non ho ragione di condurre una vita infelice per la follia di codesti ciechi. Mirate come trionfano i nemici della Croce sempre più e in ogni giorno. Oh cielo! essi bruciano continuamente di fuoco vivo, tra mille desideri di soddisfazioni terrene.

Gesù li invita ad andare a dissetarsi di quell'Acqua sempre viva. Egli conosce assai bene quanto bisogno hanno costoro di berne a sazietà; Acqua che Lui tiene pronta per chi veramente ha sete, per non perire in mezzo alle fiamme dalle quali essi sono divorati.

Gesù rivolge loro quel tenerissimo invito: «Venite a Me voi tutti che avete sete, ed Io vi darò da bere». Ma, Dio mio! Qual risposta ne ottenete da simili infelici?

Essi danno segno di non intendervi, vi sfuggono e, quel che è peggio, questi sciagurati avvezzi da lunga età a vivere in quel fuoco di soddisfazioni terrene, invecchiati tra quelle fiamme, più non sentono gli amorosi Vostri inviti e neppure s'avvedono più del pericolo grande, orrendo in cui sono.

Qual rimedio vi è da usare verso tali Giuda infelici per farli ritornare in sé stessi? Qual rimedio si può sperare perché codesti veri morti risuscitino?

Ahi!, padre mio, l'anima mi scoppia dal dolore; anche a costoro Gesù ha dato un saluto, un amplesso, un bacio; ma per questi miseri è stato un saluto che non li ha santificati, un amplesso che non li ha convertiti, un bacio, ahimè! ‒ faccio per dire ‒ che non li ha salvati, non solo, ma che forse nella grande maggioranza non li salverà giammai!

La divina Pietà più non li addolcisce; coi benefici non si attirano; coi castighi non si domano, con le dolci (maniere) insolentiscono; con le austere imperversano; nella prosperità si inalberano; nelle avversità disperano; e sordi, ciechi, insensibili ad ogni più dolce invito e ad ogni più atroce rimprovero della divina Pietà, che potrebbe scuoterli e convertirli, non fanno che confermarsi nel loro indurimento, e rendere più intense le loro tenebre. (Cfr. anche QUI, QUI, QUI e QUI ndr).


Tomasz Alen Kopera

Ma, deh! o padre mio, quanto sono stolto: chi mi assicura che non sia anch'io del numero di questi infelici? Sento, è vero, anch'io sete di questa vera Acqua di paradiso, ma chi sa che non sia essa veramente quella che pur ardentemente desidera l'anima mia?!

E questo tormento si va sempre più intensificando, a misura che tale Acqua non estingue la sete, ma che anzi l'accresce sempre più. Non è questa forse, o padre, una ragione potentissima per fortemente dubitare che l'Acqua desiderata dalla povera anima non sia proprio quella di cui il dolcissimo Salvatore ci invita a bere a larghi sorsi?

Piaccia al Signore, sorgente di tutta la Vita, non voler negare a me quest'Acqua sì dolce e preziosa, che egli nell'esuberanza del Suo Amore per gli uomini promise a chi ne ha sete. Io la bramo, o padre mio; la chiedo a Gesù con gemiti e sospiri continui.

Pregate anche voi, affinché non si nasconda a me; ditegli, o padre, che Egli sa quanto gran bisogno ho io di quest'Acqua, che sola può guarire un'anima ferita d'amore.

Consoli questo tenerissimo sposo della sacra cantica un'anima che ha sete di Lui e la consoli di quello stesso bacio divino che richiedeva la sacra sposa.

Ditegli che fino a quando un'anima non arriverà a ricevere tale bacio non potrà mai stringere un patto con Lui in questi termini: «Io son tutto pel mio diletto ed il mio diletto è tutto per me». (Cant. 6,3).

Piaccia al Signore non abbandonare chi in Lui solo ha posto tutta la sua fiducia! Che questa mia speranza non vada mai fallita, e che io sia a Lui sempre fedele... [...].

Con stima vi bacio le mani e degnatevi sempre di benedire questo vostro figliuolo. Fra Pio."

Padre Agostino da San Marco in Lamis è il celebrante; Padre Pio gli fa da diacono.

Ma quello che più sorprende tra le profezie di Padre Pio (e l'abbiamo sentito or ora dalle parole di don Minutella) è ciò che confidò intorno al 1960 a Padre Gabriele Amorth, intervistato nel 2011 da José María Zavala ‒ giornalista spagnolo (ved. QUI) ‒  al quale raccontò che il Santo Frate lo avvertì che   «Satana si era introdotto nel seno della Chiesa e, in poco tempo, avrebbe governato una Falsa Chiesa». Insieme poi decisero di rivelarlo al mondo solo dopo il trapasso del famoso esorcista.

Questo avviso era già stato dato dalla Madonna a "La Salette" («Roma perderà la fede e diverrà la sede dell'Anticristo») e a "Fatima" nel famoso "Terzo Segreto" dove la Stessa aveva profetizzato che «l'apostasia nella Chiesa inizierà dal vertice», mettendo in guardia il papato a NON indire il Concilio perché da esso ne sarebbe derivata grande sciagura. (Cfr. QUI, QUI, QUI, QUI e QUI). 

Come si vede, sta delineandosi sempre più nei minimi dettagli lo scenario che il Cielo per mezzo della Vergine, e non solo, si è premurato di svelarci, affinché fossimo pronti all'ultimo assalto del nemico con un discernimento maggiore; cosa che purtroppo non sta avvenendo per la tiepidezza e la cecità spirituale dello stesso popolo di Dio  che non realizza nemmeno di trovarsi in piena Apocalisse.

Ecco l'ultimo video di questo 23 settembre dedicato a Padre Pio da don Alessandro.

 


Relazione, adattamento e cura di Sebirblu.blogspot.it

Brani estratti dall'Epistolario di Padre Pio, Vol. 1° (QUI, QUI, QUI e QUI).