Sebirblu, 15 gennaio 2026
Oggi ricorre un mese dalla scomparsa di mio figlio Emmanuele (ved. QUI) e mi sento di ricordarlo esponendo il richiamo provvidenziale, ricevuto ieri per la mia vita, che da quel 15 dicembre sembra aver avuto una sospensione.
Sospensione dovuta in maggior parte all'improvvisa sua mancanza, ma anche alla difficoltà per la selezione di cosa pubblicare, vista l'evidente apostasia dilagante e la indifferenza generale ai temi da me trattati, che hanno prodotto in me una specie di terreno arido e quindi non idoneo a dare frutti copiosi per l'opera che da cinquanta lunghi anni offro agli "affamati" dello Spirito, per il "Risveglio" delle coscienze.
Nondimeno, in questo disorientamento ‒ non certo riconducibile ad una attenuazione della Fede, ma solo ad un temporaneo sconcerto, che ha affievolito la forza propulsiva di essere al Servizio di Dio nel trasmettere la "Conoscenza" agli altri ‒ ecco che il Padre dei Cieli è intervenuto prontamente per "rimettermi in sesto" nel ridarmi l'opportunità di proseguire con un impegno rinnovato.
Mi ha fatto trovare uno scritto che analizzando un passo del Vecchio Testamento delinea, per certi versi, una situazione analoga a ciò che sto vivendo nel liberarmi da pensieri deprimenti e un po' offuscati dalla grande perdita.
Riporto il testo in una versione libera, esente da ripetizioni continue e usando al loro posto dei sinonimi, con l'aggiunta di mie precisazioni personali, che arricchiscono il quadro biblico di quei tempi perché l'autrice, Rosanna Tabasso, ha menzionato i fatti solo in parte e sinteticamente.
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| Walter Rane |
Elia, il Profeta che incontra Dio nel Silenzio
Non siamo più abituati al silenzio. Un noto passo della Sacra Scrittura, al cap. 19 del primo libro dei Re, racconta l'incontro di Elia con Dio sul monte Oreb, avvenuto non nel frastuono, ma nel silenzio e nella quiete. Là, riceve l'incarico della Missione che in futuro avrebbe dovuto compiere.
« ...Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello. Uscì e si fermò all'ingresso della caverna. Ed ecco venne a lui una Voce che gli diceva: che cosa fai qui Elia?» (1Re 19, 12-13).
Nel Regno del Nord ‒ nell'anno 850 a.C. – il re Acab e sua moglie Gezabele avevano introdotto il culto di Baal. Nel testo si narra come Elia sul monte Carmelo sconfisse e distrusse i paladini di quella divinità pagana. Egli era molto fiero di aver ripristinato la verità. Ma Gezabele si era infuriata promettendo che il Profeta sarebbe stato ucciso entro lo stesso giorno. Elia si impaurì e fuggì nel deserto.
Aveva fatto tutto per l'Eterno, ma non aveva ancora compreso che era Dio a voler fare tutto per lui. E c'era voluta una crisi, una prova, un momento duro, affinché egli, pieno di zelo, si fermasse e interrompesse la sua "guerra santa".
Ciò lo condusse nel deserto e in quel luogo Elia Gli aprì il suo cuore dicendo: "Basta Signore, prendi la mia vita, perché non sono migliore dei miei padri". (1Re 19, 4).
Iniziò così a ripensare a sé. La Scrittura riporta che il sonno lo colse, ma più che un sonno era una fuga, un desiderio di tralasciare un po' la Missione per la quale si sentiva chiamato.
Questo successe anche agli apostoli nell'orto degli ulivi mentre Gesù si preparava alla Passione: non erano stati capaci di vegliare, si erano addormentati. Si reagisce a volte così quando si avverte il fallimento. Elia aveva pensato che fosse arrivato per lui l'inizio della fine.
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| James Tissot |
Si aspettava davvero di morire, ma l'Eterno gli aveva preparato altre strade. Sì, ci sarebbe stata una morte, ma non fisica, bensì quella di sé stesso, del suo orgoglio; sarebbe svanita la convinzione di sentirsi "giusto servitore di Dio". Doveva passare attraverso il deserto, purificare il suo cuore ed imparare la via dell'umiltà, poiché questo è l'unico percorso che conduce al Padre.
L'Altissimo non si lascia trovare se non da un cuore umile, non forza mai la mano ma prepara; molte volte permette che tale preparazione passi anche attraverso eventi drammatici, come è accaduto ad Elia; ma anche nella prova più grande Dio non si allontana mai da chi gli è rimasto fedele.
Così nel deserto, quello del suo cuore piuttosto che di sabbia, l'Eterno mandò ad Elia un angelo affinché lo nutrisse. Il suo comando fu perentorio quando lo svegliò: "Alzati e mangia, non sei qui per morire." Egli mangiò la focaccia e bevve l'acqua che si trovò a lato della testa, poi di nuovo si coricò. Per la seconda volta l'angelo gli ingiunse: "Alzati e mangia perché è troppo lungo per te il cammino". (1Re 19, 5-7).
La professione di fede di Israele "Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio" (Dt 6, 4) è ciò che viene chiesto al Profeta in quel momento. Egli deve ascoltare. "Con la forza di quel cibo" (dice il verso 8; ndr), "camminò 40 giorni e 40 notti fino al monte di Dio, l'Oreb". (Ved. QUI l'importanza del n° 40; ndr).
[Ripercorse così, simbolicamente, i 40 lunghissimi anni trascorsi da Mosè e dagli ebrei nel deserto verso la Terra Promessa. Il viaggio della Salvezza lo rivisse sulla sua pelle, anch'egli a causa di un falso idolo pagano, come Baal. Ndr].
Infatti, anche Mosè era salito sulla catena dell'Oreb (e precisamente sul monte Sinai) e aveva visto Dio "faccia a faccia" mentre la sua gente, rimasta a valle, costruiva il vitello d'oro, tradendo il Dio Vero che gli aveva consegnato le Tavole della Legge.
Anche allora il popolo eletto, che si era perduto nell'arida distesa per tal motivo, era stato nutrito dall'Alto con la manna e dissetato da Mosè che aveva implorato l'Eterno per far scaturire l'acqua dalla roccia.
Elia ripercorse quindi la strada del Sommo Legislatore e si ritrovò sullo stesso Monte, rintanato in una caverna per trascorrere la notte, come in una sorta di utero, per rinascere di nuovo.
Così avviene nella vita spirituale di ognuno di noi, quando ci si ritira appartandosi in isolamento: si arriva ad un punto in cui si rinasce. Elia si era rifugiato in una spelonca per passare la sua "notte" d'anima. La notte è il tempo in cui non si vede nulla e si attende la luce dell'alba. È il tempo della ricerca, dell'attesa.
Là il Padre gli si rivelò. Gli rivolse la Sua Parola: "Che fai qui Elia?". Nei deserti della nostra vita, nel buio profondo della nostra fede, la Parola di Dio prima o poi ci trova sempre, arriva e non passa fintanto che una traccia non resti nell'anima e nel cuore di ognuno di noi... se ascoltiamo.
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| Autore anonimo |
La Parola divina piano piano aiutò Elia a far luce all'interno di sé, a fare chiarezza. E mentre spiegava all'Eterno ciò che gli era accaduto comprendeva sempre meglio e disse: "Sono qui, Signore. Sono pieno di zelo per Te. Voglio servirTi... Volevo liberare questa Terra dalle divinità pagane... ma tutti, Signore, Ti hanno abbandonato. Sono rimasto solo, cercano di togliermi la vita".
Elia non si sottrasse più alla verità, non nascose più la sua paura, non pensò più a morire. Finalmente si guardò dentro e, considerando il rapporto col Padre nella sua esistenza, si dispose ad incontrarLo più da vicino. Era pronto ormai... ma non sapeva come riconoscerne la Presenza...
Si appellò alla tradizione del suo tempo attendendo che gli si svelasse tramite qualche evento: un uragano, un terremoto, un fuoco. Ma l'Altissimo parla al cuore, ed Elia Lo percepì "nel sussurro di una brezza leggera".
È una Presenza forte, viva, tutta per lui, ed egli si copre il volto col mantello. Mosè si era tolto i sandali quando ne aveva sentito la Possanza nel roveto ardente che non bruciava. Quando Lo si incontra ci si copre sempre il volto perché il "tu per tu" con l'Eterno rivela la nostra povertà, la fragilità, le nostre colpe e la nostra miseria: non siamo mai pronti ad incontrare Iddio.
Solo ritirandosi in un luogo deserto, silenzioso, lontano da tutti, comprese come il Dio di Israele fosse il suo Dio, Chi era davvero per lui.
Noi dovremmo percepire "il sussurro della brezza leggera", dovremmo riconoscere il Suo tocco, perché spesso Lo abbiamo avvertito nella nostra esistenza e incontrato nei passi del Vangelo... leggendo di Lui come del Maestro, il Nazareno.
Quante volte tale "brezza" passa da Gesù a qualcuno dei Suoi amici, fino al "soffio dello Spirito" che il Cristo Risorto dona ai Suoi riuniti nel Cenacolo. Eppure anche noi facciamo una gran fatica a cercare spazi di silenzio, a ritirarci da qualche parte, soli con noi stessi a cercarne l'incontro.
Forse perché abbiamo paura di trovare la pochezza che esiste in noi, simile al timore di Elia. Eppure è solamente lì che avviene il contatto. Quando Lo si sente nell'intimo, quando nel nostro cuore si realizza tutto ciò, non siamo più quelli di prima. Come successe al Profeta, diventiamo allora più che pronti a riprendere il Cammino. Così, Elia venne riconfermato nel suo mandato divino.
L'Eterno lo incoraggiò: "Su, ritorna sui tuoi passi". Lo rassicurò che non era rimasto il solo a credere in Lui, ma che esisteva un «Resto»: "Vai da quel «Resto» di anime che mi sono riservato, torna ad essere la loro Guida.
L'incontro personale col Padre non ci allontana mai dalla gente, non ci dissuade mai dal nostro compito. Anzi, è solo quando Lo incontriamo che conosciamo veramente noi stessi e la singola missione.
Ogni volta che accogliamo la Sua Parola succede anche a noi di ripercorrere "la storia della Salvezza", di ritrovare le ribellioni, i tradimenti, le fragilità di chi ci ha preceduto e, insieme, anche la nostra esistenza.
Capita pure a noi di ritornare al Signore con tutto il cuore. Questo è ciò che produce la Parola ogni volta che l'accogliamo con l'umiltà espressa dal Suo Profeta più grande, Elia.
Ho sperimentato diverse volte nella mia esistenza, che devo solo all'incontro con Dio il mio essere utile alla gente, a coloro che ancora hanno bisogno di me.
Quando si conosce un Amore così immenso, non si desidera altro che di comunicarlo a chiunque si avvicini a noi. Vale perciò la pena di trovare il tempo per «ritirarci in qualche caverna, per scrutare meglio in noi stessi" e, nel silenzio, lasciare che l'Altissimo faccia rinascere in noi la forte volontà di continuare a servirLo, nonostante tutto.
Chiosa di Sebirblu
Forse qualche lettore si domanda come mai, a solo un mese dal trapasso del mio unico figlio, che al 31 maggio prossimo avrebbe compiuto 53 anni, io possa avere ancora la spinta ‒ a lui sopravvissuta ed ultima dell'intera mia famiglia ‒ di rendermi ancora utile agli altri.
La risposta è chiarissima se si valuta la differenza sostanziale esistente tra il verbo "credere" e "sapere".
La gran parte della maggioranza dei cattolici "osservanti" (tanto per citare la religione tradizionale del nostro "Belpaese"), crede che esista vita dopo la morte perché così le è stato insegnato dal Magistero della Chiesa.
Pochissimi tra costoro hanno sentito l'interiore necessità di avviare una seria ricerca autonoma che li rendesse liberi dallo spauracchio continuo di "uscire dai binari" delle regole costituite dalla Chiesa stessa, la quale ha sempre osteggiato pratiche di ogni genere (ved. QUI), tacciandole da eretiche e causa di "grave peccato".
Ma è proprio qui la differenza tra i due verbi: chi non cerca, non trova, e l'essere umano per evolversi a più alti livelli di comprensione ha bisogno di indagare, di rendersi conto delle cose, soprattutto quelle che riguardano la sua esistenza dopo la morte!
Ed è ciò che ho fatto io quando, nella mia giovinezza, ho sentito che le limitazioni impostemi cominciavano ad essere troppo strette per me, e pur non abbandonando il Vangelo, ma cercando di mettere in pratica il divino insegnamento cristico nella vita di tutti i giorni, ho scoperto un mondo meraviglioso, un orizzonte vastissimo su cui spaziare... nel vero senso della parola.
Ora SO che la morte non esiste! Quel sapere completo e dettagliato che mi ha dato il Diritto-Dovere di dedicare tutto l'arco della mia lunga esistenza ad informare e a guidare il mio prossimo verso le più alte e fulgide vette spirituali, dove l'aria si fa rarefatta... dove soltanto i veri scalatori dello Spirito possono arrivare... e il mio Emmanuele (si fa per dire perché i figli non ci appartengono) conosceva tutto questo!
L'unico modo che ho per aiutarlo nella sua ascesa è quello di non essere triste per la sua partenza e per il vuoto che inevitabilmente ha lasciato a me e a quanti ancora è molto caro. Se siamo davvero collegati con la Volontà di Dio e i suoi decreti infallibili, dobbiamo anche sapere che ciascun'anima, prima di scendere sulla Terra, sceglie liberamente il suo percorso, bello o brutto che sia, ai fini della propria evoluzione.
Dedico questa parole conclusive ad ogni madre che piange la dipartita di un figlio, permettendomi di consigliarle, se davvero lo ama, di NON angustiarlo ulteriormente, perché se conoscesse quale carico di sofferenza trasmettono certe manifestazioni smetterebbe all'istante di esternarle, confidando maggiormente nell'aiuto sempre pronto e misericordioso di Nostro Signore che ha lasciato detto: "Venite a Me, voi che siete affaticati e stanchi, ed Io vi consolerò". (Mt 11, 28). Cfr. QUI e QUI.
Lascio perciò questo prezioso link perché il libriccino, anche se datato, è di una efficacia straordinaria per ritrovare il proprio equilibrio perduto e sollevare nella speranza l'anima frustrata.
...«Quanto poi ai morti e alla loro risurrezione, non avete letto nel libro di Mosè, nel passo del pruno, come Dio gli parlò dicendo: "Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe"? Egli non è Dio dei morti, ma dei viventi. Voi errate di molto». (Mc 12, 26-27).
Relazione cura di Sebirblu.blogspot.it


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