domenica 13 aprile 2025

L'INGRESSO a Gerusalemme VISTO da Caterina Emmerick


Brian Jekel
 
Sebirblu, 12 aprile 2025

La volta scorsa ho esposto uno scritto, QUI, mirato a far riflettere sull'importanza di decidere da che parte stare: o con il Creatore dell'Universo al Quale dobbiamo tutto, inclusa la nostra vita per chi ci crede, o con il mondo (chiamato anche "Mammona" dal Cristo, nel Vangelo), stigmatizzando come repellente la "tiepidezza" che affligge tantissimi "credenti", il più delle volte senza che se ne rendano conto.

Questo richiamo è necessario per tante anime che si ritengono "a posto" ma che, purtroppo si dimenticano del famoso ammonimento cristico: ... "se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli"... Ossia se vi sarà l'ipocrisia loro, presumendo di essere nel giusto.

Sant'Agostino diceva: "Affinché siano senza scuse" (ved. QUI) per cui, specialmente ora, all'inizio della "Settimana Santa" e con i venti di guerra già sibilanti intorno a noi, invito tutti a rivedere la propria posizione spirituale davanti a Dio, proponendo dei brani della beata Caterina Emmerick su quello che ha "veduto" intorno all'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, prima di essere tradito e messo a morte. 

Di questa mistica ho già parlato QUI, dove ho tracciato anche un breve quadro biografico oltre che profetico, come QUI e QUI.


Anna Katharina Emmerick (1774-1824)

Insidie

Il divin Maestro parlò della profonda miseria e perversità umana, e dichiarò che, senza sofferenze nessuno si sarebbe giustificato. Alluse a certi suoi discepoli non ritenuti tali, perché essi dovevano compiere una missione, che non avrebbero potuto svolgere in altra condizione.

Mentre si trovava solo con gli Apostoli, Gesù confidò quanto sarebbe loro successo dopo il suo ritorno al Padre celeste. Disse a Pietro che avrebbe dovuto soffrire, ma gli raccomandò di non spaventarsi e di mantenersi fedele.

Lo incaricò di governare la piccola Comunità, la quale sarebbe poco a poco sempre più aumentata; gli precisò di restare per tre anni con Giacomo, il minore, e con Giovanni a Gerusalemme, per dirigere la Chiesa in formazione. Alluse al discepolo che avrebbe versato per primo il sangue per Lui, ma senza nominare Stefano.

Parlò di un altro, che si sarebbe convertito e avrebbe poi lavorato per Lui più di tanti altri, ma non nominò Paolo. Predisse che sarebbero stati perseguitati anche Lazzaro e le pie Donne, e precisò dove sarebbero dovuti andare gli Apostoli sei mesi dopo la sua morte. Gli Apostoli si stupirono nell'udire che la Vergine sarebbe andata a dimorare ad Efeso.

Il Nazareno parlò inoltre di un mago di Samaria, che avrebbe operato molti prodigi con l'aiuto di Satana. Poi aggiunse che se quell'uomo avesse voluto convertirsi, lo ricevessero pure, poiché anche il demonio doveva dar gloria a Dio.

Quando Gesù lasciò il Tempio, i farisei stavano appostati a una porta per lapidarlo, ma Egli non si lasciò vedere e si diresse verso Betania. Poi per tre giorni non ritornò più al Tempio. A Betania parlò agli Apostoli della loro missione. Il suo colloquio, prima della Domenica delle palme, perdurò circa quattro ore.

Durante quella conversazione, Gesù predisse che quanti avrebbero tagliato i rami, per gettarli sul suo cammino, non sarebbero rimasti fedeli a Lui, bensì lo sarebbero stati quelli che si fossero spogliati dei propri indumenti per tappezzare, con essi, la strada dalla quale avrebbe dovuto passare.

E poiché non disse che avrebbe montato un somarello, si pensava che sarebbe entrato a Gerusalemme sopra un superbo destriero, o sulla groppa di un cammello come i re Magi.

Ma queste predizioni causarono agitazione tra gli scribi e i farisei, che si riunirono in consiglio presso la dimora di Caifa,  e poi pubblicarono un decreto  per  vietare  a tutti di accogliere Gesù e i suoi discepoli in casa propria. Essi mandarono inoltre spie, affinché custodissero le porte della città. Ma Gesù rimase a Betania in casa di Lazzaro.



Trionfali acclamazioni
 

Il Salvatore restò nascosto in casa di Lazzaro con Pietro, Giacomo e Giovanni, vi erano anche sei pie Donne con la Vergine, poiché l'abitazione era ampia e comoda. In quel tempo, Gesù preannunziò la propria entrata trionfale a Gerusalemme.

Parlò assai con tutti gli Apostoli e discepoli che andavano da Lui, anche con Giuda si mostrò amorevole, e lo mandò perfino ad avvisare gli Apostoli che mancavano.

Il mattino seguente, il Redentore mandò a Gerusalemme i discepoli Eremenzear e Silas tra i giardini e i poderi di Betfage, per sentieri solitari, al fine di aprire cancelli e serrande che potessero impedire il passo verso la città.

Precisò loro che, lungo la strada di Betfage, avrebbero incontrato una giumenta con il suo puledro; chiese poi loro di legarli, e se qualcuno ne avesse domandato il motivo, avrebbero dovuto rispondere che quello era il comando del Signore.

Intanto Gesù aveva mandato alcuni Apostoli, per la strada principale, a Gerusalemme affinché annunziassero agli amici la sua entrata trionfale; poi si avviò a Betfage con gli altri Apostoli.

Mentre la Vergine e le pie Donne Lo seguivano a distanza, il Salvatore si fermò presso una dimora attigua alla via, per impartire vari ordini a coloro che l'abitavano. Quella casa era tutta adorna di rami di palme e fiori, le cui pareti erano illeggiadrite con festoni.

Di là, il Nazareno ordinò il corteo. Volle che gli Apostoli camminassero ai suoi lati, poiché dovevano rappresentarlo dopo la sua morte futura. Pietro era il primo, e tutti portavano rami e palme.

La giumenta, sulla quale sarebbe salito il Trionfatore, fu coperta con una gualdrappa, in modo che le si poteva vedere appena la testa. Gesù indossò una bianca tunica, che si strinse ai fianchi con una lunga fascia adorna di fregi e lettere; si mise inoltre una stola che giungeva fino ai piedi.

Egli aveva  ai  lati  Eliud e Silas;  Eremenzear  Lo seguiva con parecchi altri discepoli. La Vergine, che di solito se ne stava ultima, in quel giorno si mise invece alla testa delle pie Donne. A seguire iniziarono i canti e, man mano che il corteo procedeva, accorrevano tante persone a renderlo più imponente.

Intanto a Gerusalemme, gli stessi mercanti fatti allontanare dal loro posto di vendita, non appena vennero a sapere che il Nazareno sarebbe entrato solennemente in città, si apprestarono ad ornare la via per la quale Egli sarebbe passato.

Anche i discepoli diffondevano ovunque la notizia dell'imminente entrata trionfale di Gesù; molti forestieri accorrevano per vederlo, anche perché avevano appreso che Egli aveva richiamato in vita l'amico Lazzaro.

Alcuni sacerdoti, invece, avrebbero voluto impedire quel tipo d'ingresso fastoso al loro odiato Avversario. Dal momento che quei figuri si volsero a Lui per chiedergli ragione del suo procedere, in quanto non impediva i canti e le acclamazioni della moltitudine, Gesù dichiarò che se quella gente avesse taciuto, "avrebbero gridato le pietre".

Tom Dubois  (dettaglio)

Intanto molti non solo acclamavano il divino Trionfatore, ma ricoprivano anche di rami e di palme il suolo su cui Egli passava; altri invece vi stendevano i propri manti. Perciò il cammino era ricoperto di verde e di stoffe; migliaia di bambini pregavano e seguivano l'imponente corteo, inneggiando all'«Amico dei pargoli» che passava sotto archi trionfali, intessuti di ramoscelli fioriti.

Ma il Redentore fremeva al riflettere che molti di coloro che in quel frangente Lo osannavano avrebbero, pochi giorni dopo, chiesto la sua morte; piangeva inoltre nel pensare alla futura distruzione del Tempio.

Quando Egli arrivò alle porte della città, il giubilo e il clamore di quanti Lo seguivano giunsero all'apogeo. Il Nazareno si fermava, di tratto in tratto, per guarire senza distinzione tutti gli ammalati che incontrava nel corso del suo trionfale passaggio.

Gli ornamenti, che pavesavano gli edifici attigui al Tempio, erano più vistosi di quelli che si ammiravano altrove;  per la via saltellavano perfino agnellini  adorni di nastri. Il tragitto dalla porta di Gerusalemme al Tempio, che in tempi normali si poteva percorrere in mezz'ora, durante il trionfo del Redentore richiese invece almeno tre ore.

Rosi dalla gelosia e dall'invidia, i nemici del divin Trionfatore fecero chiudere tutte le porte della città, le quali non si apersero che tardi; perciò molti subivano sgradite conseguenze per tali disposizioni.

Maddalena era molto preoccupata di non poter offrire al Signore di che ristorarsi; soltanto più tardi ella poté preparare a Betania una buona cena per Lui e i suoi discepoli. 

Quando il Salvatore entrò nel cortile di Lazzaro, a tarda ora, la stessa Lo attese in casa per lavargli i piedi. Allorché Egli sedette a mensa, ella sparse nuovamente sulla testa di Lui un unguento assai prezioso.

Allora vidi Giuda Iscariota con una smorfia alle labbra, perché scontento di quello «spreco». Ma Maria di Magdala gli diceva, per placarlo, che non avrebbe mai potuto dimenticare quanto il Salvatore avesse fatto per lei e per il suo caro fratello (Lazzaro; ndr).


La "Penitente"

Giunto al Tempio, Gesù Redentore congiunse le mani e guardò verso l’alto. Allora vide irradiare da una piccola nube un raggio di Luce che scese ad aureolarLo. Contemporaneamente si udì l'eco di una Voce misteriosa. Anche gli astanti videro quella Luce straordinaria e abbagliante.

Tutti perciò osservavano verso l'alto con ammirazione e si rivolgevano domande. Anche mentre il divin Maestro continuò a parlare, quel fenomeno si ripeté varie volte.

Ma durante la sua predicazione al Tempio, i giudei ebbero ordine dal Sinedrio di chiudere le proprie case, e la proibizione di ricevere il Nazareno e i suoi discepoli, nonché il divieto di dar loro da mangiare.

A Betania si era intanto preparata una lauta cena in casa di «Simone il lebbroso». Maddalena, tutta compassione per le pene del Redentore, era vestita da penitente, con una fascia, e i capelli sciolti sotto un ampio velo; ella Lo accolse alla porta del convito.

Al comparire di Lui, si gettò ai suoi piedi per togliere da essi la polvere, con i suoi capelli. Poiché i convitati si disponevano al sabato, indossarono le vesti rituali e pregarono. Poi sedettero a mensa. Verso la fine del banchetto, riapparve la penitente, tutta amore per Colui che l'aveva così generosamente perdonata.

Ella dissuggellò un vasetto di unguento assai prezioso per spargerlo, in parte, sulla testa di Gesù e, il resto, sui suoi piedi, che poi asciugò con la sua morbida chioma. Dopo avere reso questo omaggio al Salvatore, Maddalena lasciò la sala.

Alcuni convitati, specialmente Giuda, si erano scandalizzati di quanto aveva fatto la penitente, ma il Redentore lodò invece l'operato di lei, perché aveva agito per puro amore e per gratitudine verso Chi l'aveva tanto beneficata.

Avversari

Vidi, dopo quella cena, Giuda Iscariota, livido d'invidia e roso dall'avarizia, errare per l'Orto degli ulivi tra le tenebre della notte. Mi pareva che il suo cammino fosse, a tratti, rischiarato da una luce sinistra: era quella di Satana che lo guidava.

Egli andò alla casa di Caifa per parlar brevemente con il sommo sacerdote; poi si avviò verso l'abitazione di Giovanni Marco per chiedergli alloggio, come se giungesse con gli altri Apostoli per intrattenersi con Gesù.

Mentre, il giorno dopo, il Nazareno insegnava al Tempio, Gli si avvicinarono alcuni sacerdoti scribi per sapere chi mai Lo autorizzasse a parlare alla gente nel Tempio.

Ma Gesù dichiarò:"Anch'io voglio farvi una domanda e se risponderete ad essa, pure io risponderò: il Battesimo di Giovanni proveniva dal Cielo o dagli uomini?"

I suoi avversari risposero che non lo sapevano; perciò Egli concluse: "Neppure io dirò a voi con quale autorità agisco, come vedete"...

Al pomeriggio, il divin Maestro raccontò, a quanti Lo ascoltavano, la parabola del «padrone della vigna». Poi spiegò che i lavoratori omicidi erano i farisei, i quali avrebbero ucciso il Figlio del Re come erede della vigna. Per questo i farisei si adirarono talmente, che stavano per mettergli le mani addosso, ma non osarono farlo perché il popolo era favorevole a Lui.



Un altro giorno, a Gesù, ritornato al Tempio, si avvicinarono 5 farisei per chiedergli se fosse lecito pagare il tributo a Cesare. Allora il Nazareno disse loro:

"Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo!" Quando gli fu presentato un denaro, domandò di chi fossero l'effige e l'iscrizione. "Di Cesare!" risposero. E il Salvatore: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio!"

Poi parlò del Regno di Dio e dichiarò che soltanto i convertiti vi sarebbero arrivati. Soggiunse che il Regno sarebbe passato ai gentili e concluse con queste parole: – Verrà il tempo in cui sull'Oriente incomberà l'oscurità, e in Occidente splenderà invece la luce! Tutti si meravigliavano dei suoi insegnamenti.

Mentre, il giorno dopo, il Nazareno ritornava al Tempio, i discepoli Gli chiesero il preciso significato delle parole: – Venga a noi il tuo Regno!

Allora Gesù affermò di essere Uno con il Padre Suo, al quale sarebbe presto ritornato. Colloquiava così amorevolmente e con termini così convincenti che gli Apostoli, entusiasti di Lui, esclamarono: – "Noi vogliamo propagare il tuo Regno sino agli ultimi confini della terra".

Al pomeriggio Egli fu circondato da molti farisei e scribi, gli Apostoli si ritrassero indietro. Gesù parlò severamente contro i suoi avversari, tra l'altro Lo udii dir loro: – "Adesso non mi potete prendere, poiché l'ora vostra non è ancora venuta."

Veraci Predizioni

Il Salvatore rimase tutto il giorno a casa di Lazzaro con i Dodici e le pie Donne. La mattina seguente, insegnò e, alla sera, la cena fu consumata in una sala sotterranea.

Intanto il divin Maestro parlava; disse, tra l'altro, che a casa di Lazzaro non sarebbe più tornato a ristorarsi, che avrebbe partecipato ad un banchetto nella dimora di «Simone il lebbroso», ma senza la tranquillità di cui gli ospiti godevano quella sera.

Raccomandò che Lo si trattasse con la massima confidenza, e che Gli si rivolgessero domande come se Egli fosse stato un commensale qualunque. 

Quando Gesù rivelò come Lo si sarebbe tradito, Pietro non riusciva a persuadersi che uno di loro potesse essere il suo traditore, quindi garantiva che, tra i Dodici, non v'era assolutamente nessuno capace di tradirlo.

Disse questo come offeso nel suo onore da capo degli Apostoli, ma ricevette questa risposta, più severa di quelle avute fino ad allora: – "Allontanati da me. Satana!" – gli intimò Gesù, asserendo poi che se la Sua Grazia non avesse soccorso i Discepoli, questi sarebbero caduti.

Predisse inoltre che durante l'ora del pericolo tutti Lo avrebbero abbandonato, e che fra loro uno solo sarebbe ritornato dopo la fuga. Nell'esprimersi così, il Redentore si riferiva a Giovanni.


"Gesù e i Dodici" di Walter Rane

Anche al Tempio, nel parlare ai farisei, il Salvatore svelò come Lo avrebbero trattato: cioè, Lo avrebbero fatto morire come un delinquente ma, tuttavia, non sarebbero riusciti ad estinguere il Suo ricordo dopo la Sua dipartita.

Parlò anche dei "giusti" assassinati, i quali sarebbero risorti, e precisò perfino il sito, da dove quegli estinti sarebbero usciti redivivi; dichiarò pure che i farisei non avrebbero conseguito il loro intento, ma sarebbero rimasti sotto l'incubo del timore e dell'angustia.

Alluse ad Eva, responsabile del primo peccato commesso nel mondo, ma dichiarò che la salute dei mortali proveniva da un'altra Donna: cioè dalla Vergine sua Madre. Poi il Nazareno trascorse la notte presso l'Orto degli ulivi.

Mentre Egli procedeva con il seguito dal torrente Cedron al Getsemani, indicò agli Apostoli la zona più bassa dell'Orto degli ulivi e disse loro: – "Là sarò abbandonato, un po' più in là, sarò arrestato!" Quindi si diresse verso Betania per andare alla casa di Lazzaro e poi all'alloggio dei discepoli, con i quali s'intrattenne passeggiando per i dintorni della stessa Betania.

Volle così confortare tutti come per licenziarsi da ognuno. Il mattino seguente il divin Maestro ritornò ad insegnare al Tempio dove parlò della sua spirituale unione con gli Apostoli: unione che si sarebbe attuata durante l'ultima Cena.

Quando trattò del Battesimo e degli altri Sacramenti, annunziò ai suoi uditori che avrebbe mandato lo Spirito Santo sopra i purificati, dopo che li avesse resi tutti "figli della Redenzione". 

Dichiarò che, come un tempo scendeva un Angelo a rimuovere le acque, in avvenire sarebbe disceso lo Spirito Santo su di essi, dopo che Egli avesse sparso il proprio sangue per l'umanità peccatrice.



Parlò pure della penitenza, della Confessione e dell'assoluzione, della fine del mondo e dei Segni che l'avrebbero preceduta. Disse finalmente che un suo Apostolo avrebbe avuto una visione di quei tempi ultimi.

Prima di separarsi dai Dodici, il Nazareno dichiarò di voler lasciar loro quanto aveva: non oro né argento, ma la Sua Forza e il Suo Potere. Disse che avrebbe fondato con essi una "società", destinata a perdurare sino alla "fine dei tempi", che voleva unirli spiritualmente tra loro, in modo da formare con Lui delle membra di un unico corpo.

Siccome espresse agli Apostoli tanti propositi, Pietro Gli fece notare che, per svolgere tutto quel vasto progetto d'azione, sarebbe dovuto rimanere con loro sino al termine dei giorni.

Gesù parlò anche dei misteri dell'ultima Cena, e Pietro, dopo averlo udito discorrere così misteriosamente, Gli chiese se avrebbe associato al suo vasto programma anche la Sua Santa Madre che tutti amavano di un rispettoso affetto. 

Il divin Maestro rispose che la Vergine sarebbe rimasta con loro, poi continuò a parlare di Lei in un modo incomparabilmente elogiativo.

Allorché, a tarda ora, Egli lasciò il Tempio, dichiarò a chi Lo accompagnava che non sarebbe più tornato corporalmente tra quelle mura, lo disse con voce così commossa, che tutti singhiozzarono, ad eccezione di Giuda. 

La sera seguente, a casa di Lazzaro, Gesù parlò ai Dodici della sua morte prossima. Svelò che il traditore Lo avrebbe venduto per consegnarlo ai farisei e che per pattuire il prezzo quel disgraziato non avrebbe neppure discusso...

Eppure – soggiunse – quando i farisei comperano uno schiavo, domandano quanto pretenda il suo proprietario, invece il traditore venderà il Figlio dell'Uomo per la cifra che gli si offrirà: un valore più vile che per la vendita di uno schiavo!

Il Redentore dichiarò inoltre che la Sua Santa Madre avrebbe sofferto con Lui ogni martirio e che, per l'amarissimo dolore avrebbe potuto morire anche Lei, ma che sarebbe vissuta con gli Apostoli ancora parecchi anni.


Ad Maiorem Dei Gloriam


Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it

Fonte da: "Le Rivelazioni di Caterina Emmerick" di Eugenio Pilla. Ed. Cantagalli.


mercoledì 9 aprile 2025

Sei né freddo né caldo? Ti vomiterò dalla Mia Bocca!

 
Giovanni Apostolo nell'isola di Patmos

Sebirblu, 8 aprile 2025

Le Sette Chiese dell'Apocalisse (ai capitoli 2 e 3) erano situate nella provincia romana dell'Asia Minore, l'odierna Turchia, e furono fondate dai primi cristiani risalenti al primo secolo d.C.

I loro nomi erano Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea.

Sull'isola greca di Patmos, il "discepolo amato" in esilio venne incaricato direttamente dal Cristo di scrivere ed inviare un messaggio a ciascuna di quelle comunità che, ancor oggi, rappresentano simbolicamente le chiese di ogni epoca storica, in quanto raffiguranti il Corpo Mistico di Gesù, fino al termine dei giorni.

Vista l'indifferenza generale della gente verso il «sacro», e l'apostasia dilagante nella Chiesa di Roma che adesso ‒ per mano di Bergoglio, il Falso Profeta ‒ ha cambiato il Vangelo, ho deciso di evidenziare ciò che Giovanni scrisse per comando divino all'ultima di tali Chiese:

«All'angelo della chiesa di Laodicea scrivi: Queste cose dice l'Amen, il Testimone fedele e veritiero, il Principio della Creazione di Dio. "Io Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né caldo io ti vomiterò dalla Mia bocca."

Tu dici: "Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente!" Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo. Perciò Io ti consiglio di comperare da Me dell'oro purificato dal fuoco, per arricchirti; e delle vesti bianche per vestirti e perché non appaia la vergogna della tua nudità; e del collirio per ungerti gli occhi e vedere.

Tutti quelli che amo, Io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti. "Ecco, Io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la Mia voce e apre la porta, Io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con Me. Chi vince lo farò sedere presso di Me sul Mio trono, come anch'Io ho vinto e Mi sono seduto con il Padre Mio sul Suo trono. Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese".» (Ap. 3, 14-22).

Necessita sapere che non meno di sei città, portavano il nome di Laodicea. Quella menzionata nel testo, si chiama 'Laodicea sul Lido', perché era sulle rive dell'affluente del Meandro.

Si trovava a 65 chilometri a sud-est di Filadelfia ed era vicina a Colosse e a Ierapoli, sicché era posta su un'importante arteria commerciale che univa la principale via dell'interno con le due maggiori strade della costa: quella diretta verso Efeso ad est e quella che andava verso nord-ovest e conduceva a Pergamo.

Fu fondata verso il 250 a. C. da Antioco II, re di Siria e la città portò il nome della sua terribile moglie Laodice. Da qui 'Laodicea', appunto, che significa "come piace al popolo", e questo stigmatizza molto bene lo stato effettivo in cui vivevano i cittadini.



Vestigia di Laodicea, oggi

Un gigantesco ippodromo e tre lussuosi teatri, uno dei quali era grande una volta e mezzo il campo di calcio, era l'orgoglio della città. Le sue ricchezze ci sono descritte dallo storico romano, Tacito. La disponibilità finanziaria permetteva agli abitanti di non dipendere da nessuno.

L'ostentazione delle dovizie e dell'egoismo di massa era tale che, similmente a quanto ho spiegato altre volte QUI, QUI e QUI, nel 60 d.C. si produsse, di conseguenza, un rovinoso terremoto che la smantellò quasi del tutto. Venne restaurata ed abbellita poi, senza sovvenzione alcuna da parte dello stato, durante l'impero di Tiberio e di Nerone.

Vi sono almeno 3 cose che possono essere ricordate come fonti di risorse economiche:

1) La città era nota per le sue operazioni bancarie, e a quell'epoca tutte le transazioni avvenivano soltanto con l'oro. Questo creava un'atmosfera di sicurezza economica.

2) Era conosciuta per la sua fiorente industria tessile. Si producevano tappeti e vestiti pregiati confezionati con lana di Frigia, il cui principale prodotto era una specie di soprabito senza cuciture chiamato "mantello" (2 Timoteo 4, 13).

3) Era la sede di una scuola medica rinomata non soltanto per la presenza di acque termali nella vicina Ierapoli, ma perché si curavano i problemi della vista con un collirio approntato con una 'polvere' detta «balsamo di Frigia».

A nessuna delle Chiese, alle quali il Cristo rivolge il Suo messaggio, sono state fatte menzioni così insistenti sull'economia e sulla relativa condizione sociale come per Laodicea, ma tutte queste notizie sono importanti perché ci aiutano a capire meglio certe allusioni e riferimenti contenuti nella "Lettera" ad essa indirizzata.



Nell'anno 1402 la città fu distrutta interamente (come quella di Efeso) dal brutale esercito di Tamerlano, conquistatore Tartaro. Il suo luogo è oggi un cumulo di macerie, chiamato Eski-Hissar (ossia «vecchio castello») ed è tutto ciò che rimane della fiorente società di un tempo, dopo il "giudizio di Dio" cadutole addosso.

Purtroppo, la comunità cristiana di Laodicea, come spesso accade, si era lasciata influenzare e contaminare dal mondo esterno. Per mancanza di vigilanza, nel giro di pochi decenni, si era del tutto "mondanizzata" tanto da perdere le sue caratteristiche ed acquisire il triste primato di Chiesa peggiore dell'Asia.

Nonostante questa brutta situazione, Dio, nella Sua Grazia, parla ancora per offrire la Sua Salvezza a chi è sensibile alla Sua Voce.

Per questa Chiesa spiritualmente decaduta, disposta ai compromessi, apostata, il Signore non ha una sola parola di lode. Si sarebbe potuto pensare che Gesù trovasse qualcosa per elogiare Laodicea, ma Egli mal sopporta il compromesso e l'apatia spirituale così intensamente da non voler incoraggiare in nessuna maniera una tale specie di cristiani.

La condotta a cui i laodicesi si erano abbandonati richiedeva un trattamento energico: la "Lettera" indirizzata a loro è in gran parte un rimprovero divino progressivamente duro: Egli comincia innanzitutto parlando della Sua Onniscienza, a conferma che il Suo Giudizio è perfetto: "Io Conosco le tue opere"...

Al Signore non sfugge nulla, proprio nulla. Sia che siamo sinceri o falsi, mossi da buoni o cattivi sentimenti, desiderosi o no di fare la Sua volontà, semplici o astuti, il Signore tuona dicendo: "Io Conosco le tue opere"...

"Dove potrei andarmene lontano dal Tuo Spirito, dove fuggirò dalla Tua presenza? Se salgo in Cielo Tu vi sei; se scendo nel soggiorno dei morti, eccoTi là. Se prendo le ali dell'alba e vado ad abitare all'estremità del mare, anche là mi condurrà la Tua mano e mi afferrerà la Tua destra. Se dico: "Certo le tenebre mi nasconderanno e la Luce diventerà notte intorno a me", le tenebre stesse non possono nasconderTi nulla e la notte per Te è chiara come il giorno; le tenebre e la Luce Ti sono uguali" (Salmo 139, 7-12).





Cosa conosce il Cristo di questa Chiesa?

A.  La sua Tiepidezza.

E necessariamente ripeto:

"Tu non sei né freddo né caldo. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido, e non sei né freddo né caldo, Io ti vomiterò dalla Mia bocca" (Apocalisse 3, 15-16).

Prima dell'annuncio evangelico, tali credenti erano stati dei 'freddi', quando avevano accettato il Cristo erano divenuti ardenti e zelanti suoi seguaci. Poi, però, erano caduti in uno stato di assoluta apatia, in una condizione di "tiepidezza". Non erano freddi al punto da rendersi conto del loro bisogno spirituale e non erano caldi abbastanza per piacerGli.

In questo modo non c'era niente che si potesse fare per loro. Il Signore non accetta persone che non può né impiegare né benedire.

Egli, quindi, rigetta un tal genere di persone. Perché il Cristo preferisce che un'anima sia "fredda" piuttosto che "tiepida"? Alcuni studiosi della Scrittura, hanno offerto dei suggerimenti sul motivo per cui un credente "freddo" potrebbe essere preferito ad uno "tiepido".

Essere indifferente è lo stato dell'uomo naturale, agnostico, estraneo all'esistenza spirituale. Il fervoroso è l'essere pervaso interamente dal Fuoco dello Spirito di Dio. Il tiepido è colui che conosce il Vangelo, ma che i mezzi di Grazia e l'Amore infinito del Salvatore non sono riusciti a strapparlo dal mondo e da sé stesso.

Uno stato di freddezza è più schietto, più sincero, più diretto. Non c'è inganno, non c'è simulazione, non c'è pretesa. La persona tiepida, invece, è quasi sempre ipocrita... e spesso risulta pure apparentemente onorevole.

Il tipo freddo o indifferente è qualcuno che, pur nel suo errato modo di ragionare, ha deciso di rigettare il Cristo. Al contrario, colui che sostiene di avere un'idea spirituale e poi non vive in conformità ad essa è una persona incoerente e imprevedibile.

Si può classificare Giuda come un individuo sostanzialmente tiepido. Egli, sebbene legato al Cristo con una pubblica professione di fedeltà, mai si era dato davvero a Lui e, pertanto, alla fine, la sua esperienza cristiana fu un terribile fallimento.

Molto diverso, invece, fu il caso dell'«Apostolo delle genti», Paolo di Tarso: questi era ferocemente avverso al cristianesimo, ma quando si trovò di fronte alla Verità, l'accettò con la massima apertura mentale.


Folgorazione di "Saulo" sulla via di Damasco. Ved. QUI.

E ancora, nel caso di completa freddezza, c'è maggiore speranza di conversione e di ripensamento perché una persona apatica e avulsa ragiona sulla sua posizione ed è abituata a riflettere per accogliere, applicandola a sé stessa, la Realtà allorché riesce a vederla.

Al contrario, lo stato di tepore non porta dal freddo al caldo, ma percorre il cammino inverso. Nel 'tiepido' non c'è né lo zelo, né l'entusiasmo. Egli non è avverso al Cristo ma non è neppure acceso di ardore per conoscere il Vero, per l'amore verso Dio e i suoi simili. Si adagia sulla mediocrità senza smuoversi da lì.

Quelli di Laodicea avevano conosciuto la Verità ed avevano manifestato una fede sincera, poi si erano progressivamente allontanati da tutto ciò... Come l'acqua tiepida è disgustosa e repellente da ingerire, così la tiepidezza spirituale è ostica all'Eterno Padre.

L'unico modo per gioire della vicinanza di Dio è quello di diventare ardenti, operando prima su sé stessi e poi sugli altri, servendoLo, vibranti d'amore e di fede: "Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore" (Romani 12, 11).


B.  Il suo Orgoglio:

Emerge in modo chiaro ed evidente l'orgoglio di tale Chiesa: "Tu dici: "Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente!" Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo" (Apocalisse 3, 17).

L'economia della città di Laodicea era molto florida ed è assai probabile che i credenti del posto partecipassero a tale prosperità. Poiché tutti, in quel luogo, accumulavano ricchezze, nessuno considerava il benessere dei cristiani come una minaccia agli interessi altrui.

Giudei e Gentili erano così indaffarati nell'amministrazione dei beni materiali, che non pensavano affatto ad infastidire o a perseguitare i seguaci del Cristo. A Laodicea non c'erano neppure false dottrine che disturbassero la Chiesa perché i falsi maestri capitati in città si erano dati da fare per arricchirsi, dimenticando qualsiasi altra cosa.

Quell'agglomerato di fedeli, in realtà, si trovava nella più squallida miseria perché ricco unicamente di beni materiali. Data la facilità di procurarsi comodità e ricchezze, i laodicesi cristiani arrivarono a sentirsi completamente soddisfatti. Il denaro e tutte le cose che per mezzo suo ci si poteva procurare li fecero smettere di perseguire quelle spirituali.

Paolo di Tarso aveva appreso a vivere sia nella miseria quanto nell'abbondanza. Egli sapeva sopportare la persecuzione e la perdita di qualsiasi bene, senza amareggiarsi troppo o sentirsi per questo dimenticato da Dio.


Paolo di Tarso, chiamato "Saulo" da Gesù allorché gli è apparso.

Quando aveva oltremisura tutto ciò che gli occorreva, non pensava di averlo meritato e non si lasciava prendere dal materialismo fino ai punto di perdere il suo ardore per la diffusione del Vangelo:

"Non lo dico perché mi trovi nel bisogno, poiché io ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo. So vivere nella povertà e anche nell'abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato ad essere saziato e ad aver fame; ad essere nell'abbondanza e nell'indigenza. Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica" (Filippesi 4, 11-13).

Purtroppo, i cristiani di Laodicea non avevano imparato questo semplice segreto. La cosa più triste era che ormai essi non si rendevano nemmeno conto di avere delle necessità spirituali. Avendo perduto il desiderio di acquisirle, di conoscere meglio la Parola di Dio, di essere dotati appieno della Potenza dello Spirito Santo, di godere maggiormente la presenza di Gesù, non realizzavano di aver fatto naufragio e di trovarsi in una condizione miserabile.

Vivevano in case bellissime, indossavano vesti eleganti, possedevano mezzi lussuosi per spostarsi, ma tutto questo non era che superficiale apparenza. Il Cristo vedeva sotto la patina, al di là della maschera, li vedeva con gli occhi di Dio. I loro successi e la loro prosperità materiale non facevano testo. Egli considerava quegli pseudo-credenti al pari di compiaciuti individui che ingannavano sé stessi.

Quando gli esseri umani diventano schiavi della loro presunzione e del loro orgoglio, allora possono affermare le peggiori sciocchezze ed asserire: "Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente!"

Queste parole fanno pensare al ricco insensato della parabola. Aveva fatto tutti i suoi piani: nuovi granai, scorte sufficienti, si sentiva al sicuro, ma il Signore gli disse:


"Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio".  (Lc. 12, 13-21).  E questo è ciò che avveniva nella Chiesa di Laodicea.


"Il ricco stolto che la stessa notte morì" di Rembrandt Harmensz van Rijn (1627)

Ma i rimproveri di Dio non sono mai fini a sé stessi. Egli non scarta nessuno, non respinge chi non gli è utile, ma continua a sperare in lui:

«Tutti quelli che amo, Io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti. Ecco, Io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la Mia voce e apre la porta, Io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con Me» (Apocalisse 3, 18-20).

Malgrado la Tiepidezza e l'Orgoglio di quella comunità di 'credenti', il Signore rivolge ad essa parole di esortazione colme di Grazia. Dio rimane fedele, nonostante la rovina generale della cristianità professante e incoraggia la fede individuale che vi scorge. 

Questo però non modifica in nulla la sentenza pronunciata su uno "spirito spento": lo vomiterà dalla Sua bocca.

Ai cristiani di Laodicea, divenuti tiepidi nei rapporti con l'Altissimo, il Cristo rivela la necessità di scuotersi e di ravvedersi, dimostrando un profondo impegno in un deciso cambiamento di vita e di pensiero. 

Se invece avessero continuato nel tepore o nella cieca indifferenza, seppur con tutto il Suo Amore, Egli li avrebbe "rigettati dalla Sua bocca": questa era la scelta che essi avevano davanti e non c'era altra via di mezzo.

Perciò, non vi è nulla di esagerato nel sostenere che la Lettera alla Chiesa di Laodicea, situata in Asia al tempo di Giovanni, oltre a descrivere il suo stato morale, illustra pure, drammaticamente, l'attuale condizione pietosa in cui giace la cristianità d'oggi, che si crede ancora "Chiesa", ma che in realtà non riconosce più il suo Signore, Gesù Cristo.

Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it

Spunti e brani rivisitati, corretti e accorciati, presi da QUI.


venerdì 4 aprile 2025

Thomas Merton presenta "La Saggezza del Deserto"

"San Bruno pregante nel Deserto" di Jean Bernard Restout (1763)
 

Sebirblu, 3 aprile 2025

Thomas Merton nacque a Prades, nei Pirenei francesi, nel 1915. Figlio di un pittore neozelandese e di una quacchera americana, studiò in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove si laureò in lettere alla Columbia University.

Da un entusiasmo giovanile per le idee comuniste, nel 1938 passò alla religione cattolica. Durante il periodo della conversione, e sotto l'influenza della poesia di T.S. Eliot e della filosofia di J. Maritain, iniziò a scrivere versi, pubblicando nel 1944 la prima (Thirty Poems) di una decina di raccolte che continuò periodicamente a pubblicare per tutto l'arco della sua vita.

Nel 1941 entrò nel monastero trappista di Gethsemani, nel Kentucky, assumendo il nome di Father Maria Louis. Le esperienze che lo condussero a questo passo sono narrate ne La montagna dalle sette balze, che, edito nel 1948, ebbe immediatamente un grande successo. Morì all'improvviso nel corso di un incontro tra monaci cristiani e orientali a Bangkok, nel 1968.

Tra le altre sue opere, dedicate prevalentemente alla revisione in chiave moderna dei grandi temi della tradizione monastica medievale, si ricordano: Le acque di Siloe (1949), Semi di contemplazione (1949), Il segno di Giona (1952), Nessun uomo è un'isola (1953), Mistici e maestri Zen (1967).


Thomas Merton e il Dalai Lama

Qui, in sintesi, ecco alcuni brani scelti dall'introduzione del suo libro: 

"La Saggezza del deserto".

«Nel quarto secolo dopo Cristo i deserti dell'Egitto, della Palestina, dell'Arabia e della Persia erano popolati da un genere di uomini che si lasciavano alle spalle una strana reputazione. Erano i primi eremiti cristiani, che abbandonavano le città pagane per vivere in solitudine.

Quella società, chiusa dentro gli orizzonti e le prospettive della vita mondana, era considerata da loro come un naufragio da cui ogni individuo doveva cercare scampo per sopravvivere. Erano convinti che lasciarsi andare alla deriva, accettandone passivamente i dogmi e i valori ad essi noti, fosse un vero e proprio disastro.

Ciò che a tutt'oggi può sembrarci curioso è che questa paradossale fuga dal mondo raggiunse le sue massime dimensioni (direi quasi il parossismo) quando il "mondo" divenne ufficialmente cristiano.

Ovviamente riconoscevano l'autorità benevola dei loro vescovi, ispirata a principi gerarchici: ma quelli erano molto lontani e parlavano poco di ciò che accadeva nel deserto fino al grande conflitto suscitato dal pensiero di Origène alla fine del quarto secolo.

Ciò che i Padri ricercavano, più di ogni altra cosa, era l'assimilazione a Cristo. Per ottenerla dovevano rifiutare completamente quella falsa e formale delle convenzioni di allora.

La loro evasione verso gli aridi orizzonti del deserto significava anche il rifiuto di accontentarsi di argomentazioni, concetti e verbosità tecniche. Stiamo parlando esclusivamente di eremiti. Questi erano più liberi da ogni punto di vista. Non c'era alcunché a cui dovessero "conformarsi", tranne la segreta, nascosta, imperscrutabile volontà di Dio, che poteva essere notevolmente diversa da una cella all'altra.

L'eremita doveva essere un uomo maturo nella fede, umile e distaccato da sé ad un livello addirittura terribile. Un Padre del deserto non poteva permettersi di essere illuminista, non poteva rischiare di attaccarsi al proprio "io" o di provare la pericolosa estasi della volontà personale; né mantenere la benché minima identificazione con il proprio sé umano, transitorio, auto-costruito.


Immagine tratta dalla copertina de "La Saggezza del Deserto"

Doveva morire ai valori dell'esistenza transitoria come Cristo era morto ad essi sulla Croce e Risorto dai morti alla Luce di una saggezza completamente nuova: una vita di solitudine e fatica, di povertà e digiuno, di carità e preghiera, che metteva il vecchio "io"  superficiale  nella  condizione  di purificarsi  e consentiva  la  graduale  comparsa del VERO "IO" segreto, in cui il credente e Cristo erano "un solo Spirito". (Cfr. QUI, QUI, QUI, QUI e QUI; ndr).

Alla fine, il risultato immediato di tutti questi sforzi era la "purezza di cuore" una chiarissima e libera visione del reale stato delle cose, la comprensione istintiva che la propria realtà interna era ancorata a Dio, o piuttosto perduta in Lui tramite la Figura del Cristo.

Da numerosi punti di vista, i Padri del deserto hanno molto in comune con i seguaci dello Yoga in India o con i monaci del Buddismo Zen della Cina e del Giappone. In loro si trovano tutte le caratteristiche di una netta rottura con un contesto sociale stereotipato per cercare scampo in un "vuoto" apparentemente irrazionale.

Essi furono pionieri, senza altri esempi da seguire che quello di alcuni profeti, come san Giovanni Battista, Elia, Eliseo, e gli Apostoli, che pure servirono loro da modelli. Per il resto, scelsero la vita degli angeli e i sentieri che percorsero furono quelli difficili degli spiriti invisibili.

Tali Padri distillavano per se stessi una saggezza decisamente pratica e senza pretese, al tempo stesso primitiva e senza età. L'epoca nostra ha un disperato bisogno di questo tipo di semplicità, ha bisogno di recuperare un po' dell'esperienza riflessa in queste righe: la parola da mettere in rilievo è «esperienza».

Da quando san Benedetto da Norcia nella sua Regola prescrisse che le "parole dei Padri" fossero lette ad alta voce prima della Compieta, esse furono patrimonio della tradizione monastica.

Chi andava nel deserto alla ricerca della "salvezza" chiedeva agli anziani una "parola" che lo potesse aiutare un verbum salutis, una "parola di salvezza". Le risposte non intendevano essere ricette generali, universali; piuttosto erano in origine chiavi concrete e precise per certe porte, attraverso le quali dovevano passare, in un dato tempo, determinati individui.

I Padri erano umili e silenziosi, e non avevano molto da dire; rispondevano alle domande in pochissime  parole, in modo puntuale. Piuttosto che fornire un principio astratto, preferivano raccontare una storiella pratica.

Le realtà fondamentali della vita interiore sono: fede, umiltà, carità, mansuetudine, prudenza, negazione di sé. Ma la qualità più rilevante delle "parole di salvezza" è il loro senso comune.

Erano individui semplici, tranquilli, sensibili, che avevano raggiunto una profonda conoscenza della natura umana e una tale comprensione delle cose divine da rendersi conto che riguardo a Dio sapevano ben poco.


"San Girolamo nel Deserto", di Giovanni Bellini

Per questo non erano molto disposti a fare lunghi discorsi sull'Essenza Divina o a dissertare sul significato mistico delle Scritture. Se parlavano e parlano poco di Dio è perché sanno che, quando si è stati vicinissimi alla Sua dimora, il silenzio vale più di molte parole.

Il fatto  che  l'Egitto  in  quel  tempo  fosse in subbuglio  per  le  controversie  religiose e intellettuali era la ragione migliore per tenere la bocca chiusa. Era l'epoca dei Neoplatonici, degli Gnostici, degli Stoici e dei Pitagorici.

Era l'epoca dei vari gruppi di Cristiani ortodossi ed eretici. Quella degli Ariani, a cui i monaci del deserto resistevano con veemenza ed era il tempo dei discepoli di Origène (di cui alcuni monaci erano fedeli seguaci).

In tutto questo frastuono, il deserto non aveva altro da offrire che un silenzio discreto e distaccato. I grandi centri monastici del quarto secolo si trovavano in Egitto, Arabia e Palestina. Molte delle storie che riporto (scrive sempre l'Autore; ndr) riguardano eremiti di Nitria e Sceta, nell'Egitto settentrionale presso le coste del Mediterraneo e ad ovest del Nilo.

La Palestina aveva anticamente attratto monaci da tutte le parti del mondo cristiano: il più famoso di loro fu san Gerolamo, che visse e tradusse le Scritture in una spelonca a Betlemme. C'era anche un'importante colonia di monaci nei pressi del Monte Sinai in Egitto, ossia i fondatori del "Monastero di Santa Caterina" venuto recentemente alla ribalta per la "scoperta" delle opere d'arte bizantine che vi sono conservate.

I Padri del deserto, ispirati da Clemente, da Origène e dalla tradizione neo-platonica, talvolta erano sicuri di potersi ergere al di sopra di tutte le passioni e di diventare inaccessibili alla collera, alla lussuria, all'orgoglio e a tutto il resto.

L'elogio ai monaci, come esseri "al di sopra di tutte le passioni", in verità sembra provenire da viaggiatori di passaggio nel deserto che in seguito ne scrivevano libri, piuttosto che da coloro che vi avevano trascorso l'intera vita.

Carità e ospitalità erano di primaria importanza e avevano la precedenza sul digiuno e le singole pratiche ascetiche. I numerosissimi racconti che testimoniano questa accoglienza calorosa sarebbero sufficienti a far giustizia delle accuse mosse a questi uomini di odiare la loro specie. Anzi, c'era più amore vero, comprensione e cordialità nel deserto che nelle città, dove, allora come adesso, ogni uomo pensava a sé.

Questo è molto rilevante, perché la vera essenza del messaggio cristiano è la carità, l'unità in Cristo. L'Amore rappresenta di fatto la vita spirituale, e senza di esso tutti gli altri esercizi dello spirito, per quanto elevati, risultano interamente privi di contenuto, diventando pure illusioni.

"Amare" significa identificazione profonda con un fratello, in modo che questi non venga visto come "qualcuno" a cui si "fa del bene".

La carità dei Padri non si presenta a noi in forma di effusioni poco persuasive. L'Amore richiede un completo mutamento interiore, perché senza di questo non è possibile arrivare ad immedesimarci nei nostri simili. E ciò comporta una specie di morte a noi stessi, del nostro "io" tanto amato.

Per quanto ci sforziamo, opponiamo resistenza a tale morte: reagiamo con rabbia, con recriminazioni, pretese ed ultimatum; cerchiamo qualsiasi pretesto adatto a litigare e ad abbandonare questo compito difficile.

La preghiera è il vero cuore della vita nel deserto e consiste nella salmodia (preghiera memorizzata e cantata nella recitazione dei Salmi e di altre parti delle Scritture) e nella contemplazione.


Andrey Shishkin

Il monaco doveva rimanere tranquillo il più possibile in un solo luogo. Alcuni Padri disapprovavano persino coloro che cercavano lavoro al di fuori delle loro celle e che lavoravano per gli agricoltori della valle del Nilo durante la stagione estiva.

In conclusione, in queste pagine incontriamo parecchie personalità note e sobrie, come l'Abate Antonio che è proprio il grande sant'Antonio (patrono degli animali; ndr), Padre di tutti gli eremiti. Esiste una sua biografia, opera di sant'Atanasio, che fece ardere di vocazioni monastiche la civiltà romana di quel tempo.

Tali monaci insistevano nel rimanere "umani" e "normali". Questo può apparire paradossale, ma è molto importante. Se riflettiamo un poco, ci accorgeremo che fuggire nel deserto per porsi al di fuori della norma significa unicamente portarsi il mondo dentro come implicito modello di riferimento.

Gli uomini semplici che vissero la loro esistenza fino ad una bella età, tra rocce e sabbie, lo fecero solo perché erano venuti nel deserto per essere sé stessi com'erano normalmente, e per dimenticare una compagine che li allontanava dal loro sentire.

Non ci può essere nessun'altra ragione valida per ricercare la solitudine e per lasciare l'ambiente in cui si è nati. Così, lasciandolo, vuol dire di fatto aiutarlo a "salvarsi", emendando sé stessi. Questo è il punto d'arrivo, ed è fondamentale.

Gli eremiti copti che abbandonavano i loro luoghi natii come per salvarsi da un "naufragio" non intendevano semplicemente conquistare il Paradiso. Sapevano di essere nell'impossibilità di fare del Bene ad altri finché si aggiravano fra i "relitti". Ma una volta che avevano messo piede sulla "terraferma", le cose cambiavano. Allora non avevano solo il potere ma anche l'obbligo di trarre in salvo l'umanità intera dietro di loro.

Questa è la sconcertante lezione da trarre per il nostro tempo. Sarebbe forse troppo dire che la Terra ha bisogno di un altro movimento come quello che portò questi uomini nei deserti dell'Egitto e della Palestina. La nostra è certamente un'epoca di solitari e di eremiti. Ma accontentarsi di imitare la semplicità, l'austerità e la preghiera di queste anime belle non è una risposta completa e adeguata.

Noi dobbiamo liberarci, a modo nostro, dai lacci di un contesto che sta naufragando. Ma al contrario dei loro, i vincoli nostri sono più stretti. Il rischio che corriamo è molto più preoccupante. Il tempo che abbiamo a disposizione, forse, è assai più breve di quanto pensiamo.

Non possiamo compiere esattamente ciò che fecero loro. Ma dobbiamo essere decisi ed ostinati nella nostra determinazione a spezzare tutte le catene e a respingere il predominio delle imposizioni esterne, al fine di trovare il nostro VERO IO, per scoprire e far crescere la nostra inalienabile libertà spirituale ed usarla per costruire, sulla Terra, il Regno dell'Eterno Padre.

In poche parole, abbiamo bisogno di apprendere da questi uomini del quarto secolo come ignorare il pregiudizio, sfidare le costrizioni esterne, e lanciarci senza paura nell'ignoto.»


Sant'Antonio Abate esorcizza i demoni nel deserto

Ecco alcuni esempi finali, tratti dal piccolo libro di questo grande uomo:

«L'Abate Anastasio aveva un libro scritto su pergamena finissima, che valeva diciotto soldi, e in esso aveva sia il Vecchio che il Nuovo Testamento in versione integrale. Una volta, un fratello venne a trovarlo e vedendo il libro se ne andò con esso.

Così il giorno in cui l'Abate Anastasio andò per leggerlo, trovò che non c'era più... capì che il fratello l'aveva preso. Ma non gli mandò dietro nessuno, per chiederne notizia, per timore che quello potesse aggiungere una bugia al furto.

Poi il fratello scese nella città più vicina per vendere il libro. E il prezzo che chiese fu di sedici soldi. Il compratore disse: "Dammi il libro, affinché possa scoprire se vale tanto". Con ciò, egli portò il testo da valutare a sant'Anastasio dicendogli: "Padre, dà un'occhiata a questo libro, per favore, e dimmi se pensi che dovrei comprarlo per sedici soldi. Vale dunque così tanto?"

L'Abate Anastasio rispose: "Si, è un bel libro, vale interamente quel prezzo". Così il compratore ritornò dal fratello svelandogli: "Ecco il tuo denaro... Ho mostrato il libro all'Abate Anastasio, il quale ha sostenuto che è bello e che vale almeno sedici soldi".

E il fratello chiese: tutto ciò che ha detto? Ha fatto altre osservazioni?" "No", rispose il compratore, "non ha aggiunto altro". "Beh!" replicò il fratello "ho cambiato idea, e dopo tutto non voglio vendere questo libro".

Allora andò di corsa dall'Abate Anastasio e lo supplicò in lacrime di riprendersi il libro. Ma il sant'uomo non volle accettarlo, dicendo: "Va' in pace, fratello, te ne faccio dono". Ma quegli riprese: "Se non lo riprenderai, non avrò mai più pace".


E dopo quell'episodio il fratello abitò con l'Abate Anastasio per il resto della sua vita.»

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«L'Abate Antonio impartiva all'Abate Ammone questo insegnamento: "Devi fare sempre più progressi nel timore di Dio". E portandolo fuori dalla cella gli mostrò un sasso dicendo: "Va' ad insultare quel sasso e battilo senza sosta". Quando l'Abate Ammone ebbe fatto ciò che gli era stato comandato, sant'Antonio gli chiese se il sasso avesse risposto. Ammone rispose di no. Allora l'Abate Antonio disse: "Anche tu devi arrivare a non offenderti più di niente".»

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Un filosofo chiese a Sant'Antonio: "Padre, come puoi essere così felice quando sei privato della consolazione dei libri?" Antonio rispose: "Il mio libro, o filosofo, è la natura, e ogni volta che voglio leggere le parole di Dio, il libro è davanti a me".»

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«Raccontavano di un vecchio che moriva a Sceta: i confratelli circondarono il suo letto, lo vestirono e iniziarono a piangere; ma quello aprì gli occhi e si mise a ridere, e rise ancora una seconda volta e poi una terza.

I fratelli vedendolo gli chiesero: "Dicci, o Padre, perché mentre noi piangiamo tu ridi?" Ed egli rispose loro: "La prima volta ho riso perché voi temete la morte, la seconda perché non siete pronti a morire; la terza perché dalla fatica approdo al riposo, e voi piangete". Dopo aver detto questo, immediatamente chiuse gli occhi e trapassò.»

Thomas Merton - ritratto di anonimo.

«Un fratello forestiero andò dall'Abate Silvano, sul monte Sinai, e vedendo che i confratelli lavoravano, disse loro: "Perché vi occupate di un cibo che perisce? Maria infatti ha scelto la parte migliore." (Lc 10, 38-42). Allora il vecchio disse al suo discepolo Zaccaria: "Dagli un libro da leggere e prima di tutto mettilo in una piccola cella".

Ma all'ora nona (le tre pomeridiane; ndr) quel fratello guardava nella strada nel caso il vegliardo lo mandasse a chiamare per mangiare. E dopo che fu trascorsa quell'ora nona andò da lui dicendogli: "Forse oggi i confratelli non hanno pranzato, Padre?" Quando questi rispose di sì l'altro disse: "Perché non mi hai fatto chiamare?"

Allora l'Abate Silvano gli rispose: "Tu sei un uomo spirituale e non hai bisogno di questo cibo; noi invece, in quanto fatti di carne ed ossa, abbiamo bisogno di mangiare e perciò lavoriamo, mentre tu hai scelto la parte migliore. Infatti tu leggi tutto il giorno e non vuoi ricevere il cibo materiale".

Dopo aver udito queste parole, quello iniziò a pentirsi e a dire: "Perdonami, Padre"  allora Silvano gli precisò: "Dunque Marta è necessaria a Maria, infatti grazie a Marta anche Maria viene lodata".»


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Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it

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