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Nino Musio |
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‒ La rimozione dei crocifissi nelle scuole della città di Parigi ‒ |
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Greg Olsen |
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Notre-Dame in fiamme |
...le Sue ricchezze non le tengo solo per me. Per gli uomini esse sono un tesoro inesauribile. Sap. 7, 13-14
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Nino Musio |
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‒ La rimozione dei crocifissi nelle scuole della città di Parigi ‒ |
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Greg Olsen |
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Notre-Dame in fiamme |
Dietro il fosco scenario in cui siamo immersi, bersagliati da tutte le parti e privi della visuale giusta per poter riconoscere gli eventi, una luce nuova appare all'orizzonte della storia, rendendosi palese, per ora, soltanto a chi ha sguardo lungimirante e spirito sveglio.
Quello che ci aspetta "dietro l'angolo" è meraviglioso, e basterebbe documentarsi un po' di più per lenire il morale di coloro che, stremati, non riescono a intravvedere l'uscita del labirinto in cui sono stati spinti a loro insaputa. (Cfr. QUI, QUI e QUI).
In piccolo ci provo io, presentando due brani di fonte diversa annuncianti il periodo felice che affiora dalle quinte del mondo per portare speranza agli esausti e giustizia a chi in Dio confida.
Gioacchino da Fiore e l'era dello Spirito Santo
Il beato Gioacchino da Fiore profetizzò l'avvento di una nuova era nella storia del genere umano. La sua influenza fu così profonda che Dante Alighieri lo citò nella Divina Commedia.
Fu un austero monaco cistercense riformatore della sua Congregazione, ispirato ai modelli degli eremi della Tebaide da lui visitati. Visse dal 1130 al 1202 in Calabria, sua terra natale, e fu abate nel cenobio di Corazza.
Scrisse libri sulla profezia della Sibilla Eritrea, sui vaticini di Merlino, commentò i profeti e l'Apocalisse, ma ciò che lo rese più famoso fu il testo "I Vaticini del Vangelo Eterno".
Ebbe l'intuizione di una nuova epoca nascente e, come in una visione profetica, sentì i preparativi cosmici del grande evento. La sua opera, che comprende le note profezie, fu stampata per la prima volta verso il 1484, ma senza data né luogo.
Successivamente furono fatte altre edizioni di cui alcune col testo italiano a fronte di quello originale latino. In alcune, vi sono pure aggiunte le profezie attribuite ad Anselmo vescovo di Marsico, e vi sono riprodotti simboli, immagini ed oracoli arabi e turchi.
Dante credeva in Gioacchino e, come Francesco d'Assisi, si ispirò a lui. Lo incontra nel Paradiso (Par. XII) e fa dire di lui a S. Bernardo:
"... e lucemi da lato / il calavrese abate Gioacchino / di spirito profetico dotato."
Annunciò l'avvento di una nuova Chiesa dello Spirito Santo, dopo l'era del Padre e quella del Figlio. Sostanzialmente, egli affermava che il mondo avesse tre età:
‒ la prima, quella dell'Antico Testamento, età del Padre, della Legge e del timore;
‒ la seconda, del Nuovo Testamento, età del Figlio, della fede e del perdono;
‒ la terza, dello Spirito Santo, dell'amore scambievole e della pace.
Quest'ultima età, secondo Gioacchino, sarà preceduta da persecuzioni e da calamità, dopo le quali verrà proclamato il Vangelo Eterno. Tutto l'assetto della Chiesa, a suo dire, avrà un cambiamento, e prenderà piede l'interpretazione spirituale dei Vangeli.
"Pietro cederà il passo a Giovanni, perché l'era dello Spirito sarà il regno dei «liberi»".
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"Pietro e Giovanni corrono al sepolcro" di Eugène Burnand - cfr. QUI, QUI e QUI. |
E ancora...
Fase uno: schiavitù e paura, flagelli, dominio dei vecchi, notte, inverno e gelo.
Fase due: sapienza, figliolanza, luce dell'aurora, primavera, spighe e vino.
Fase tre: inizio della vera libertà, contemplazione, carità fraterna, amici, meriggio, estate, grano e olio, totale cambiamento".
Per il dotto abate, alla Sacra Istituzione dogmatica sarebbe succeduta quella della Verità sostanziale.
Innovatore nei concetti, ma sempre deferente e rispettoso verso la Chiesa Madre, Gioacchino da Fiore sosteneva che, come il simbolo lascia il posto alle realtà figurate, così la Struttura gerarchica ecclesiale avrebbe ceduto il posto a quella Mistica dello Spirito, quando l'ora sarebbe scoccata.
"Tutto in essa è una simbologia transeunte... tuttavia non deve essere abbandonata anzitempo, in quanto possiede una profonda virtù formativa.
Nella terza era veniente, a differenza del passato, vi saranno quelli che, nell'acquisita noncuranza del mondo e nell'umiltà, annunceranno come unica Legge quella dello Spirito, basato sull'Amore.
L'intensità dell'esistenza culturale e teologica della Chiesa di Pietro rimarrà solo un pallidissimo e oscuro prodromo di quella futura di Giovanni che si radicherà sulla Rivelazione dello Spirito di Verità e di Sapienza."
Queste concezioni gioachimite ebbero molti seguaci; si diffusero largamente negli ambienti mistici ed ebbero anche numerosi interpreti. Il loro influsso fu notevole sull'Alighieri e su diversi scrittori successivi.
Alcuni le ritengono attuali, benché il famoso monaco le avesse elaborate al tempo suo. I Francescani ad esempio sostennero che tali profezie si stessero attuando con il loro Ordine.
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Il "Liber Figurarum" di Gioacchino da Fiore. (Dettagli inediti al post scriptum) |
La grande attesa per l'avvento e l'affermazione dei veri valori spirituali sulla Terra unificano il vero significato del messaggio di Gioacchino da Fiore. La sua attualità si fonda sull'aspirazione al rinnovamento spirituale degli esseri, molto percepita ora.
Il presupposto del suo ardore, come quello di coloro che oggi sentono imminente una radicale mutazione nella vita degli uomini, è la certezza di un piano divino epocale in ciò che si sta svolgendo ed attuando al nostro tempo.
Concetto questo divenuto comune, adesso, fra coloro che hanno una fede più aperta. Non è avvenuto così per quelli che nel passato condannarono le sue idee. Non ebbe modo di avvedersene il santo monaco. Era trapassato, infatti, da una decade quando Innocenzo III, nel Concilio Lateranense 1212, riprovò le sue illuminate visioni.
Per Gioacchino, il terzo periodo realizzerà in pienezza la Verità esposta nel Nuovo Testamento. In questa significativa concordanza si ritrovano le più antiche predizioni come in quelle più vicine a noi.
Un esempio sono le affermazioni di Louis M. Grignion de Montfort che scrisse:
"Il Regno del Padre durò fino al diluvio e si concluse con un profluvio d'Acqua; il Regno del Figlio si compì con uno spargimento di Sangue, e il Regno dello Spirito si concluderà con una effusione di Fuoco, d'Amore e di Giustizia".
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"Gioacchino da Fiore mostra i ritratti di Domenico di Guzman e di Francesco d'Assisi" Opera di Gregorio Vasquez de Arce y Ceballos (1680) |
Ed eccone una versione più attuale, espressa dalle parole ispirate di Pietro Ubaldi.
«Il cammino evolutivo del pensiero religioso umano si può dividere in tre fasi o età.
Fase 1: età del "Dio padrone", anteriore al Cristo. Un Dio forte, terribile, guerriero, vendicativo, geloso, protettore solo del suo popolo. È il Dio degli eserciti. Gli si deve obbedienza servile unicamente per il gran timore che ispira, senza comprensione né amore, per legge spietata del taglione.
Epoca violenta e feroce, in cui l'uomo, nel suo involuto stato di egocentrismo ristretto e di dura insensibilità, non poteva rispondere che per egoismo, interesse o timore del proprio danno, seguendo i suoi istinti di guerra, né tanto meno sapeva ubbidire, comprendendo soltanto la potenza e il comando assoluto del più forte.
Solo per questo Dio veniva rispettato perché, essendo superiore a tutti, poteva anche punire. Se non lo fosse stato, tutti si sarebbero rivoltati contro di Lui. L'Amore e la comprensione non erano ancora sorti nell'animo umano. I popoli potevano capire solo la cieca ubbidienza per forza e terrore.
Fase 2: età del "Dio Padre". Quella dopo il Cristo fino ad oggi. Abbiamo un Dio più buono e pacifico, più universale. Gli si deve una filiale obbedienza per amore e fede. Egli punisce non per vendetta ma solo per giustizia, insegnando con misericordia e bontà per mezzo della Provvidenza, a favore dei Suoi figli.
Si è avvicinato a noi con indulgenza e amore immensi. Concetti prima del tutto ignoti. Ciò è stato possibile per la maggior evoluzione umana, verso la quale si può fare appello ai sentimenti e al cuore, in precedenza quasi sconosciuti o latenti.
Oggi si può contare anche sulla più diffusa cultura e intelligenza che portano ad una dottrina teologica e ad un riassetto filosofico. Epoca della decodificazione, soprattutto a difesa delle verità rivelate e, nel contempo, anche dei "misteri" in cui si deve credere senza chiarimenti razionali; epoca dei dogmi, della obbligata disciplina di pensiero sprovvisti della quale, dato l'uomo qual è, non si mantiene l'ordine.
Egli non sa ancora auto-giudicarsi per libero intendimento e quindi necessita di una coazione, sia pur solo morale, per non perdersi nell'anarchia.
Fase 3: età del "Dio in noi". Quella del Suo Regno in Terra, della Nuova Civiltà del III Millennio, la civiltà dello Spirito. Dio esce dal chiuso dei templi e si rivela presente in ogni animo puro. Abbiamo un Dio amico, col Quale entriamo in collaborazione, perché abbiamo compreso che fare la Sua Volontà significa costruire la felicità nostra.
Egli si è ancor più avvicinato a noi in quanto, per evoluzione, è successo che, tramite un subitaneo "Risveglio" (ved. QUI, QUI e QUI; ndr), tanti fra noi hanno preso coscienza di averLo nell'intimo: infatti noi, come Spiriti, siamo una piccola Particella di Lui.
La disciplina è autonoma, costituita solo da intelligenza e amore poiché l'essere ha compreso. Cadono i misteri e i dogmi di fede perché sensibilità, cultura ed intelletto saranno più sviluppati in lui che potrà direttamente intuire il Vero da sé, sentire la Presenza di Dio o perlomeno comprendere, per vie razionali, le verità che saranno tutte chiaramente dimostrate, perché i tempi dei veli o delle esclusioni iniziatiche saranno finiti.
Questa sarà l'epoca della Luce dello Spirito, della Conoscenza, dell'obbedienza libera e vera perché convinta e consapevole. Il Regno di Dio nascerà in noi per naturale evoluzione, con un "Risveglio" interiore.
Dio allora non punirà più, in quanto ogni uomo si auto-correggerà per la necessità di armonizzarsi nella Legge in cui solo è felicità. Epoca della libertà cosciente, della disciplina spontanea, della convinta adesione all'ordine di Dio.
Questa ascensione è logica, come è lo sviluppo di un seme. Così si passa dal terrore della prima fase, alla fede della seconda, alla conoscenza della terza; si passa da un regime di forza, ad uno di amore, e infine ad un ultimo di intelligenza e spiritualità.
È un processo di progressiva liberazione che può attuarsi soltanto quando l'umana evoluzione lo permetta. Tutto è in funzione di questa.
Le religioni non possono essere né più elevate né più libere di ciò che è la natura dell'uomo che tutto, fino al concetto di Dio, abbassa al suo livello. Questo scatto finale verso la spiritualizzazione è il grande accadimento che si aspetta all'alba del terzo millennio: la grandiosa instaurazione del Regno di Dio in terra.
E questo è quanto ci viene annunciato dall'Apocalisse di Giovanni.»
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Il credito dell'immagine va al prof. Johannes De Parvulis QUI. |
Ho letto or ora QUI (l'articolo è stato pubblicato proprio ieri) che è in lavorazione un film sulla vita del santo monaco calabrese; dal testo ho tratto le righe seguenti che arricchiscono il significato dell'immagine stessa.
«Nel Canto XXXIII del Paradiso, Dante Alighieri raffigura nella Divina Commedia il mistero della Trinità in versione gioachimita. (Documentarsi sul pdf a questo link):
Quando egli scrive:
"Nella profonda e chiara sussistenza / dell'alto Lume parvermi tre giri / di tre colori e d’una contenenza; / e l'un da l'altro, come iri da iri, / parea reflesso, e il terzo parea foco, / che quinci e quindi igualmente si spiri"...
sta illustrando i tre cerchi trinitari presenti nel Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore; si tratta di un rarissimo codice miniato medievale, la più bella e importante raccolta di teologia figurale e simbolica del Medio Evo, di cui si conoscono solo tre copie, la più antica delle quali si conserva ad Oxford, in Inghilterra.»
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Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it
Fonte del primo brano QUI.
Il secondo, di Pietro Ubaldi, è tratto dal suo testo inedito "Profezie".
Per chi non conoscesse ancora la mente e la preparazione intellettuale del filosofo, saggista e pluri-premiato scrittore, nonché docente universitario Giorgio Agàmben, può documentarsi QUI e QUI sul sito composto da alcuni suoi allievi dal quale provengono i brani esposti.
La sua posizione ferma contro i soprusi e le prevaricazioni del mondo, soprattutto negli ultimi tempi pandemici, gli ha inviso i mezzi di comunicazione più importanti, boicottandone il pensiero e l'espressione a più riprese... ma la Verità, in barba a qualsiasi potere umano, non potrà MAI essere taciuta del tutto, perché un germoglio inatteso affiorerà sempre, anche dal cemento più duro...
La Verità e il Nome di Dio
È da quasi un secolo che i filosofi parlano della morte di Dio e, come spesso accade, questa verità sembra oggi tacitamente e quasi inconsapevolmente accettata dall'uomo comune, senza che ne siano tuttavia misurate e comprese le conseguenze.
Una di queste – e certamente non la meno rilevante – è che Dio – o, piuttosto, il suo nome – era la prima e ultima garanzia del nesso fra il linguaggio e il mondo, fra le parole e le cose.
Di qui l'importanza decisiva nella nostra cultura dell'argomento ontologico, che stringeva insolubilmente insieme Dio e il linguaggio, e del giuramento pronunciato sul nome di Dio, che obbligava a rispondere della trasgressione del vincolo fra le nostre parole e le cose.
Se la morte di Dio non può che implicare il venir meno di questo vincolo, ciò significa allora che nella nostra società il linguaggio è diventato costitutivamente menzogna.
Senza la chiara garanzia del nome di Dio, ogni discorso, come il giuramento che ne assicurava la verità, non è più che vanità e spergiuro.
È quanto abbiamo visto apparire in piena luce in questi ultimi anni, quando ogni parola proferita dalle istituzioni e dai media era soltanto vacuità e impostura.
Viene ora al suo termine ultimo un'epoca quasi bimillenaria della cultura occidentale, che fondava la sua verità e i suoi saperi sul rapporto fra Dio e il logos, fra il nome sacrosanto di Dio e i semplici nomi delle cose.
Se abbiamo perduto la fede nel nome di Dio, se non possiamo più credere nel Dio del giuramento e dell'argomento ontologico, non è, però, escluso che sia possibile un'altra figura della verità, che non sia soltanto la corrispondenza teologicamente obbligata fra la parola e la cosa.
Una verità che non si esaurisca nel garantire l'efficacia del logos, ma faccia in esso salva l'infanzia dell'uomo e custodisca ciò che in lui è ancora muto come il contenuto più intimo e vero delle sue parole.
Possiamo ancora credere in un Dio infante, come quel Gesù bambino che, come ci è stato insegnato, i potenti volevano e vogliono ad ogni costo uccidere.
Secondo i giuristi arabi, le azioni umane si classificano in cinque categorie, che essi elencano in questo modo: obbligatorio, lodevole, lecito, riprovevole, proibito.
All'obbligatorio si oppone il proibito, a ciò che merita lode ciò che è da riprovare. Ma la categoria più importante è quella che sta al centro e che costituisce per così dire l'asse della bilancia che pesa le azioni umane e ne misura la responsabilità (quest'ultimo termine nel linguaggio giuridico arabo equivale a «peso»).
Se lodevole è ciò il cui compimento è premiato e la cui omissione non è proibita, e riprovevole è ciò la cui omissione è premiata e il cui compimento non è proibito, il lecito è ciò su cui il diritto non può che tacere e non è pertanto né obbligatorio né proibito, né lodevole né riprovevole.
Esso corrisponde allo stato paradisiaco, nel quale le azioni umane non producono alcuna responsabilità, non sono in alcun modo «pesate» dal diritto.
Ma – e questo è il punto decisivo – secondo i giuristi arabi è bene che questa zona di cui il diritto non può in alcun modo occuparsi sia la più ampia possibile, perché la giustizia di una città si misura proprio dallo spazio che lascia libero dalle norme e dalle sanzioni, dai premi e dalle censure.
Nella società in cui viviamo sta avvenendo esattamente il contrario. La zona del lecito si restringe ogni giorno di più e una ipertrofia normativa senza precedenti tende a non lasciare alcun ambito della vita umana fuori dall'obbligo e dalla proibizione.
Prima non meglio identificate ragioni di sicurezza e poi, in misura crescente, ragioni di salute hanno reso obbligatoria un'autorizzazione per compiere gli atti più abituali e innocenti, come passeggiare per strada, entrare in un locale pubblico o recarsi nel luogo di lavoro.
Una società che restringe a tal punto l'ambito paradisiaco dei comportamenti non pesati dal diritto è non soltanto, come ritenevano i giuristi arabi, una società ingiusta, ma è propriamente una società invivibile, in cui ogni azione deve burocraticamente essere autorizzata e giuridicamente sanzionata e l'agio e la libertà dei costumi, la dolcezza delle relazioni e delle forme di vita si riducono fino a scomparire.
La quantità delle leggi, dei decreti e dei regolamenti è inoltre tale, che non soltanto diventa necessario ricorrere a degli esperti per sapere se una certa azione è lecita o proibita, ma perfino i funzionari incaricati di applicare le norme si confondono e contraddicono.
In una simile società, l'arte della vita non può che consistere nel ridurre al minimo la parte dell'obbligatorio e del proibito e nell'allargare per converso al massimo la zona del lecito, la sola in cui se non una felicità, almeno una letizia diventa possibile.
Ma questo è proprio quanto gli sciagurati che ci governano si ingegnano in ogni modo ad impedire e a rendere difficile, moltiplicando le norme e i regolamenti, i controlli e le verifiche.
Finché la tetra macchina che hanno costruito rovinerà su se stessa, inceppata dalle stesse regole e dagli stessi dispositivi che dovevano permetterne il funzionamento.
Una buona notizia
Nella cupa situazione in cui ci troviamo ci sono a volte delle buone notizie. Una di queste è per me la decisione della stampa cosiddetta del mainstream di non recensire i miei libri e di non nominare in alcun modo il mio nome.
Che il mio nome compaia su quelle pagine che nei due ultimi anni hanno mostrato il loro servilismo sarebbe per me causa di disagio e non posso che essere molto grato ai giornalisti per la loro decisione.
Il contegno dei media in questi due anni resterà infatti come una delle pagine più vergognose nella storia del nostro paese.
Quando un giorno gli storici indagheranno su quanto è avvenuto, i media figureranno in prima linea fra i complici di crimini politici di cui soltanto allora si potrà forse misurare pienamente l'entità.
Apparirà allora senza possibili scusanti la responsabilità dei giornalisti che, com'era avvenuto nel ventennio fascista, sapevano e nondimeno hanno obbedito senza porsi problemi agli ordini dei loro direttori.
Perché hanno taciuto? Perché hanno obbedito?
Sul tempo che viene
Ciò che sta oggi avvenendo su scala planetaria è certamente la fine di un mondo. Ma non – come per coloro che cercano di governarla secondo i loro interessi – nel senso di un trapasso a un mondo più consono alle nuove necessità dell'umano consorzio.
Tramonta l'età delle democrazie borghesi, coi suoi diritti, le sue costituzioni e i suoi parlamenti; ma, al di là della scorza giuridica, certo non irrilevante, a finire è innanzitutto il mondo che era iniziato con la rivoluzione industriale e cresciuto fino alle due – o tre – guerre mondiali e ai totalitarismi, tirannici o democratici, che le hanno accompagnate.
Se le potenze che governano il mondo hanno ritenuto di dover ricorrere a misure e dispositivi così estremi come la biosicurezza e il terrore sanitario, che hanno istaurato ovunque e senza riserve, ma che minacciano ora di sfuggir loro di mano, ciò è perché temevano secondo ogni evidenza di non aver altra scelta per sopravvivere.
E se la gente ha accettato le misure dispotiche e le costrizioni inaudite cui è stata sottoposta senza alcuna garanzia, ciò non è soltanto per la paura della pandemia, ma presumibilmente perché, più o meno inconsapevolmente, sapeva che il mondo in cui aveva vissuto fin allora non poteva continuare, era troppo ingiusto e inumano.
Va da sé che i governi preparano un mondo ancora più inumano, ancora più ingiusto; ma in ogni caso, da una parte e dall'altra, si presagiva in qualche modo che il mondo di prima – come si comincia ora a chiamarlo – non poteva continuare.
Vi è certamente in questo, come in ogni oscuro presentimento, un elemento religioso. La salute si è sostituita alla salvezza, la vita biologica ha preso il posto della vita eterna e la Chiesa, ormai da troppo tempo abituata a compromettersi con le esigenze mondane, ha più o meno esplicitamente acconsentito a questa sostituzione.
Non rimpiangiamo questo mondo che finisce, non abbiamo alcuna nostalgia per l'idea dell'umano e del divino che le onde implacabili del tempo stanno cancellando come un volto di sabbia sul bagnasciuga della storia.
Ma con altrettanta decisione rifiutiamo la nuda vita muta e senza volto e la religione della salute che i governi ci propongono.
Non aspettiamo né un nuovo dio né un nuovo uomo – cerchiamo piuttosto qui e ora, fra le rovine che ci circondano, un'umile, più semplice forma di vita, che non è un miraggio, perché ne abbiamo memoria ed esperienza, anche se, in noi e fuori di noi, avverse potenze la respingono ogni volta nella dimenticanza.
Giorgio Agamben
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Susan Seddon Boulet 1941-1997 |
Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it