sabato 28 gennaio 2023

Papato…Roma…Parigi: PROFEZIE IN ATTO di Don Bosco


Nino Musio

Sebirblu, 28 gennaio 2023

Il contesto politico, sociale e religioso in cui visse Don Bosco, al secolo Giovanni Melchiorre Bosco, nato a Castelnuovo D'Asti il 16 agosto 1815 e deceduto a Torino il 31 gennaio 1888, fu estremamente tumultuoso.

Prima perciò di riportare alcune delle sue numerose profezie sul destino della Francia, dell'Italia e del Papato, pubblico due stralci significativi contenuti nel primo e quarto volume, entrambi al cap.1, tratti dalle "Memorie biografiche di Don Bosco" raccolte dal sacerdote salesiano Giovan Battista Lemoyne", scaricabili QUI, che rendono bene l'idea del clima profondamente ostile alla Chiesa che diverse sette, ma soprattutto la Massoneria, avevano messo in atto sin da allora per distruggerla.




«Gli avvenimenti che funestarono l'Europa sul finire del secolo XVIII e nella prima metà del XIX si compendiano in un sol motto: Guerra al Papato. Prìncipi protestanti, arricchiti delle spoglie della Chiesa, dominanti su nazioni che avevano apostatato dalla vera religione, usurpatori della supremazia spirituale, si ostinavano nella superba ribellione contro il Vicario di Gesù Cristo.

I nobili cattolici, insofferenti ad un'autorità che spiritualmente aveva su di essi giurisdizione, ad ogni istante pretendevano che il papa tradisse i suoi doveri per obbedire alle loro prepotenze. La Massoneria intanto, animata dallo spirito di Satana, con i suoi adepti ebrei, protestanti e cristiani rinnegati, aveva giurato di cancellare dalla terra il Regno e il nome di Gesù Cristo.

E per giungere a questo scopo, essa giudicava mezzo più sicuro togliere al Pontefice di Roma il potere temporale per vincolarne così la libertà e diminuirne, per quanto si poteva, l'azione sociale. Pronta a tradire re, principi e nazioni, la Massoneria riuscì a trarre ai suoi disegni, o ad introdurre nei gabinetti dei Sovrani, perfidi consiglieri, che risvegliassero contro Roma le gelosie assopite e le facessero più vive se già accese.»


 La rimozione dei crocifissi nelle scuole della città di Parigi  

«I corifei delle sette (i capi, in senso negativo) studiavano di stabilire uno Stato il quale non governasse più in nome di Dio, né secondo Dio facesse le leggi, ma in nome del popolo, e secondo il suo volere mutevole, che essi stessi con le loro arti avrebbero formulato. (Proprio come ha fatto e fa Bergoglio, il Falso Profeta; ved. QUI, QUI, QUI, QUI e QUI; ndr).

Volevano rovesciare poco a poco ciò che ipocritamente avevano fino ad allora predicato doversi rispettare, in modo però che i popoli non se ne avvedessero, o solo allorquando già vi fossero preparati per corruzione di costumi, per errori di mente, bevuti nei giornali, nei libri, nei teatri, nelle scuole, e nelle adunanze politiche. [...]

A tale fine, predicando la necessità dell'indipendenza della nazione, si facevano apostoli della libertà di pensiero, di coscienza, di religione e di stampa.

Era quella libertà definita da San Pietro: "Velamen habentes malitiae libertatem" (usare della libertà per far velo alla malizia; I Pietro 2,16), cioè null'altro in fondo che guerra contro tutto ciò che da lontano o da presso ricorda la superbia umana, che vi è un Dio al quale si deve assoluta obbedienza.

È per questo che i legislatori settari proclamavano e proclamano: "Noi siamo la legge e sopra la legge non sta alcuno, né Dio, né Chiesa".




Consideravano la Chiesa Cattolica come una semplice società privata, senza valore, senza diritti, senza interesse per la vita civile, separata dallo Stato e, peggio ancora, nemica da doversi combattere incessantemente.

"Rex sum ego!" (Il Re sono IO) dichiarò Gesù Cristo: ma i Suoi concittadini lo odiavano e gli mandarono a dire: "Nolumus hunc regnare super nos" (Non vogliamo che costui regni su di noi) ‒ (Luca 19,14).

Ma "vae qui condunt leges iniquas" (Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive) ‒ minacciava Isaia al cap. 10,1 ‒ 

La politica d'ogni genere, dice Bonald (ved. QUI), si rende forte da tutto ciò che concede alla religione e si impoverisce da tutto ciò che lo nega. Dove viene meno il rispetto verso il Papato, il rispetto verso il Sovrano si estingue.

Il celebre Colbert (ved. QUI) nel suo testamento così parlava a Luigi XIV aizzato contro la Chiesa da perfidi consiglieri: "Non mai impunemente il figlio si rivolta contro il padre. Tutte le imprese che Ella condurrà contro il Sommo Pontefice, ricadranno sulla stessa Maestà vostra."

E purtroppo i reggitori dei popoli disprezzarono la Chiesa e furono avvinti dalla Rivoluzione, la quale vuole la sovranità del popolo, per rendere il monarca schiavo del parlamento, e il parlamento schiavo delle masse.

L'ultima sua parola (della Rivoluzione appunto; ndr): Non più Dio, non più re, non più padrone. Abolizione della proprietà! Socialismo e comunismo! ‒ La Voce e la preghiera della santa Chiesa e l'onnipotente braccio di Dio renderan vano l'insensato disegno, ma non tanto che le nazioni apostate non abbiano da pagare il fio della loro ribellione.»

Ebbene, non è forse impressionante quest'ultimo brano per la similarità con ciò che stiamo vivendo oggi all'interno della Chiesa Cattolica, in mano alla Massoneria ecclesiastica? (Cfr. QUI, QUI, QUI e QUI). Ma "il braccio di Dio" vanificherà ogni trama, perché "le Tenebre non prevarranno su di Essa" (Mt. 16,18).


Greg Olsen

Ecco, quindi, la seconda parte del post riguardante il carisma profetico che sin da piccolo il Santo pedagogo mostrò di avere essendo dotato di qualità eccezionali che gli permettevano di "vedere" e "prevedere" quello che gli altri ignoravano. (cfr. QUI).

Ben conoscendo come sia facile prendere abbagli in questo campo, egli argutamente diceva: "Non ritenetemi profeta finché tutto non si sia avverato". Fu attribuita a lui, infatti, la famosa frase: "I cavalli cosacchi si abbevereranno alle fontane di S. Pietro".

Il 5 gennaio 1870, dunque, don Bosco ebbe una visione durante il sonno, riguardante la Francia, il Papato e l'Italia, che per la sua importanza fu inviata a Pio IX nello stesso anno.

Questo è ciò che scrisse di suo pugno:

«Dio solo può tutto, conosce tutto, vede tutto. Dio non ha né passato, né futuro; ma a Lui ogni cosa è presente come in un sol punto. Davanti a Dio non v'è cosa nascosta, né presso di Lui esiste distanza di luogo o di persona. Egli solo nella Sua infinita Misericordia e per la Sua Gloria può manifestare le cose future agli uomini.

La vigilia dell'Epifania dell'anno corrente 1870 scomparvero tutti gli oggetti materiali della camera e mi trovai alla considerazione di cose sopranaturali. Fu cosa di brevi istanti, ma si vide molto. Sebbene di forma, di apparenze sensibili, tuttavia non si possono se non con grande difficoltà comunicare ad altri con segni esterni e visibili.

Se ne ha un'idea da quanto segue. Ivi è la parola di Dio accomodata alla parola dell'uomo.

Dal Sud viene la guerra, dal Nord viene la pace.

Le leggi di Francia non riconoscono più il Creatore, ed il Creatore si farà conoscere e la visiterà tre volte con la verga del suo furore.

Nella prima abbatterà la sua superbia con le sconfitte, col saccheggio e con la strage dei raccolti, degli animali e degli uomini.

Nella seconda la grande prostituta di Babilonia, quella che i buoni sospirando chiamano il postribolo d'Europa, sarà privata del capo in preda al disordine. Parigi... Parigi!!... invece di armarti del Nome del Signore, ti circondi di case d'immoralità.

Esse saranno da te stessa distrutte:  l'idolo tuo, il Pantheon, sarà incenerito, affinché si avveri che "mentita est iniquitas sibi" (l'iniquità ha mentito a se stessa). I tuoi nemici ti metteranno nelle angustie, nella fame, nello spavento, e nell'abominio delle nazioni. (Cfr. QUI e QUI; ndr).


Notre-Dame in fiamme

Ma guai a te se non riconoscerai la mano che ti percuote! Voglio punire l'immoralità, l'abbandono, il disprezzo della Mia legge, dice il Signore.

Nella terza cadrai in mano straniera: i tuoi nemici di lontano vedranno i tuoi palagi in fiamme, le tue abitazioni divenute un mucchio di rovine, bagnate dal sangue dei tuoi prodi che non sono più.

Ma ecco un gran guerriero dal Nord porta uno stendardo, sulla destra che lo regge sta scritto: Irresistibile mano del Signore. In quell'istante il Venerando Vecchio del Lazio gli andò incontro sventolando una fiaccola ardentissima.

Allora lo stendardo si dilatò e di nero che era divenne bianco come la neve. Nel mezzo dello stendardo in caratteri d'oro stava scritto il nome di COLUI che tutto può.

Il guerriero coi suoi fece un profondo inchino al Vecchio e si strinsero la mano.»




Ora la voce del Cielo è al Pastore dei pastori: «Tu sei nella grande conferenza coi tuoi assessori (il Concilio Vaticano I; ved. QUI); ma il 'nemico' del Bene non rimane un istante in quiete; egli studia e pratica tutte le arti contro di te. Seminerà discordia tra i tuoi assessori; susciterà nemici tra i figli Miei.

Le potenze del secolo vomiteranno fuoco, e vorrebbero che le parole fossero soffocate nella gola ai custodi della Mia Legge. Ciò non sarà. Faranno male, male a se stessi. Tu accelera; se non si sciolgono le difficoltà, siano troncate.

Se sarai nelle angustie, non arrestarti, ma continua finché non sia troncato il capo dell'idra dell'errore (la definizione dell'Infallibilità Pontificia). Questo colpo farà tremare la terra e l'inferno, ma il mondo sarà assicurato e tutti i buoni esulteranno.

Raccogli dunque intorno a te anche solo due assessori, ma ovunque tu vada, continua e termina l'opera che ti fu affidata. I giorni corrono veloci, gli anni tuoi si avanzano al numero stabilito; ma la Gran Regina sarà sempre il tuo aiuto, e come nei tempi passati così per l'avvenire sarà costante (il suo soccorso) "magnum et singulare in Ecclesia prasidium" (grande e singolare il presidio – la protezione – nella Chiesa).»




E qui, riporto ciò che si riferisce al nostro Paese, a Roma e alla Chiesa.

«E tu, Italia, terra di benedizioni, chi ti ha immersa nella desolazione? Non dire i nemici; ma gli amici tuoi. Non odi che i tuoi figli domandano il pane della Fede e non trovano chi loro lo spezzi?

Che farò? Batterò i pastori, disperderò il gregge, affinché i sedenti sulla cattedra di Mosè* cerchino buoni pascoli e il gregge docilmente ascolti e si nutrisca.

* [Perché la cattedra di Mosè e non di Pietro? Evidentemente perché il riferimento (importante) è sia a Malachìa 1, 6-2,9 (ved. QUI), che a Matteo 23, 1-12 (ved. QUI), ossia sono i farisei e gli scribi, uomini indegni ed iniqui, che siedono sul seggio di Pietro oggi, come di Mosè allora. Ndr].

Ma sopra il gregge e sopra i pastori peserà la Mia mano; la carestia, la pestilenza, la guerra faranno sì che le madri dovranno piangere il sangue dei figli e dei martiri morti in terra nemica.

E, di te, o Roma, che sarà? Roma ingrata, Roma effeminata, Roma superba! Tu sei giunta a tale punto che non cerchi altro, né altro ammiri nel tuo Sovrano, se non il lusso, dimenticando che la tua e la sua gloria stanno sul Golgota.

Ora egli è vecchio, cadente, inerme, spogliato; tuttavia colla schiava parola fa tremare il mondo. Roma! Io verrò quattro volte a te!

Nella prima percuoterò le tue terre e gli abitanti di esse.

Nella seconda, porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura. Non apri ancora l'occhio?

Verrò la terza, abbatterò le difese e i difensori e al comando del Padre subentrerà il regno del terrore, dello spavento e della desolazione.

Ma i miei savi fuggono, la Mia Legge è tuttora calpestata, perciò verrà la quarta visita.

Guai a te se tale Legge sarà ancora un nome vano per te! Succederanno prevaricazioni nei dotti e negli ignoranti. Il tuo sangue e il sangue dei tuoi figli laveranno le macchie che tu fai alla Legge del tuo Dio.

La guerra, la peste, la fame sono i flagelli con cui verrà percossa la superbia e la malizia degli uomini. Dove sono, o ricchi, le vostre magnificenze, le vostre ville, i vostri palagi? Sono divenute la spazzatura delle piazze e delle strade!




Ma voi, o sacerdoti, perché non correte a piangere fra il vestibolo e l'altare, invocando la sospensione dei flagelli? Perché non prendete lo scudo della Fede e non andate sopra i tetti, nelle case, nelle vie, nelle piazze, in ogni luogo anche inaccessibile, a portare il seme della Mia Parola?

Ignorate che questa è la terribile spada a due tagli che abbatte i Miei nemici e che rompe le ire di Dio e degli uomini? Queste cose dovranno inesorabilmente venire l'una dopo l'altra. Esse accadranno in sequenza graduale. (Cfr. QUI, QUI, QUI, QUI e QUI).

Ma l'Augusta Regina del cielo è presente. La Potenza del Signore è nelle sue mani; disperde come nebbia i suoi nemici.

Il venerando Vecchio si riveste di tutti i suoi antichi abiti. Ci sarà ancora un violento uragano. L'iniquità estinta, il peccato avrà fine e, prima che trascorrano due pleniluni del mese dei fiori, l'iride di Pace (l'arcobaleno) comparirà sulla Terra.

Il gran Ministro vedrà la Sposa del suo Re vestita a festa. In tutto il mondo apparirà un sole così luminoso quale non fu mai dalle fiamme del Cenacolo ad oggi, né più si vedrà fino all'ultimo dei giorni.» 




Infine, ecco il terzo sogno profetico (avvenuto tra il 24 maggio e il 24 giugno 1874) che sembra riferirsi ad un evento specifico che si manifesterà prima che appaia il suddetto "sole luminoso" e che perciò concerne in modo particolare i nostri tempi e quelli futuri.

«Era una notte oscura, gli uomini non potevano più discernere quale fosse la via da tenere per ritornare sui propri passi, quando apparve in cielo una splendidissima luce che rischiarava il percorso dei viaggiatori come a mezzodì.

In quell'attimo fu vista una moltitudine di uomini, donne, vecchi, fanciulli, monaci, monache e sacerdoti, guidati dal Pontefice, uscire dal Vaticano e schierarsi in forma di processione.

Ma ecco un furioso temporale... oscurando alquanto quella luce pareva ingaggiarsi una battaglia fra luce e tenebre. Intanto, si giunse ad una piccola piazza coperta di morti e feriti, di cui parecchi domandavano ad alta voce conforto.

Le fila della processione si diradarono assai. Dopo aver camminato per uno spazio corrispondente a duecento levate di sole, ognuno si accorse di non essere più a Roma. Lo sgomento invase l'animo di tutti, che si raccolsero intorno al Pontefice per tutelarne la persona ed assisterlo nelle sue necessità.

Da quel momento furono veduti due angeli che, portando uno stendardo, l'andarono a consegnare al Papa dicendo:

"Ricevi il vessillo di Colei che combatte e disperde i più forti popoli della Terra. I tuoi nemici sono scomparsi; i tuoi figli con le lacrime e coi sospiri invocano il tuo ritorno".

Volgendo poi lo sguardo al labaro, da una parte si vedeva scritto "Regina sine labe concepta", e dall'altra "Auxilium cristianorum". (Rispettivamente: "Regina concepita senza peccato" e "Aiuto dei Cristiani"; ndr).

Il Pontefice prese con gioia lo stendardo, ma rimirando il piccolo numero di quelli che erano rimasti intorno a sé divenne afflittissimo. I due angeli soggiunsero:

"Va' tosto a consolare i tuoi figli. Scrivi ai tuoi fratelli dispersi nelle varie parti del mondo che è necessaria una riforma dei costumi e degli uomini.

Ciò non si può ottenere se non spezzando ai popoli il pane della Divina Parola. Catechizzare i fanciulli, predicare il distacco dalle cose della Terra. È venuto il tempo, conchiusero i due angeli, che i popoli saranno evangelizzatori dei popoli. (Cfr. QUI, QUI e QUI; ndr).

I leviti (la classe ebraica destinata al sacerdozio; ndr) saranno cercati fra la zappa, la vanga e il martello, affinché si compiano le parole di Davide: "Dio ha sollevato il povero dalla terra per collocarlo sul trono dei principi del suo popolo".

Ciò udito il Pontefice si mosse, e le fila della processione cominciarono ad ingrossarsi. Quando poi pose piede nella Santa Città si mise a piangere per la desolazione in cui erano i cittadini, di cui molti non erano più.

Rientrato poi in San Pietro intonò il Te Deum, cui rispose un coro di angeli cantando: "Gloria in Excelsis Deo, et in Terra pax hominibus bonae voluntatis". Terminato il canto, cessò del tutto ogni oscurità e si manifestò un fulgidissimo sole.




Le città, i paesi, le campagne erano diminuite moltissimo di popolazione; la terra era  pesta  come da un uragano,  da un'acquazzone o dalla grandine,  e  le genti  andavano le une verso le altre con animo commosso dicendo: "Est Deus in Israel". (È Dio in Israele).

Dal cominciamento dell'esilio al canto del Te Deum, il sole si levò duecento volte. Tutto il tempo che passò per il compiersi di quelle cose corrispondono a quattrocento levate di sole.»

Ad maiorem Dei gloriam

Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it

Fonte delle profezie:  pdf scaricabile QUI,  ai numeri 75 e 77 dell'indice.

martedì 24 gennaio 2023

Tenebra o Luce? Siamo all'Atto finale della Storia!

 


Sebirblu, 23 gennaio 2023

Dietro il fosco scenario in cui siamo immersi, bersagliati da tutte le parti e privi della visuale giusta per poter riconoscere gli eventi, una luce nuova appare all'orizzonte della storia, rendendosi palese, per ora, soltanto a chi ha sguardo lungimirante e spirito sveglio.

Quello che ci aspetta "dietro l'angolo" è meraviglioso, e basterebbe documentarsi un po' di più per lenire il morale di coloro che, stremati, non riescono a intravvedere l'uscita del labirinto  in cui sono stati spinti  a loro insaputa. (Cfr. QUI, QUI e QUI).

In piccolo ci provo io, presentando due brani di fonte diversa annuncianti il periodo felice che affiora dalle quinte del mondo per portare speranza agli esausti e giustizia a chi in Dio confida.


Gioacchino da Fiore e l'era dello Spirito Santo

Il beato Gioacchino da Fiore profetizzò l'avvento di una nuova era nella storia del genere umano. La sua influenza fu così profonda che Dante Alighieri lo citò nella Divina Commedia.

Fu un austero monaco cistercense riformatore della sua Congregazione, ispirato ai modelli degli eremi della Tebaide da lui visitati. Visse dal 1130 al 1202 in Calabria, sua terra natale, e fu abate nel cenobio di Corazza.

Scrisse libri sulla profezia della Sibilla Eritrea, sui vaticini di Merlino, commentò i profeti e l'Apocalisse, ma ciò che lo rese più famoso fu il testo "I Vaticini del Vangelo Eterno".

Ebbe l'intuizione di una nuova epoca nascente e, come in una visione profetica, sentì i preparativi cosmici del grande evento. La sua opera, che comprende le note profezie, fu stampata per la prima volta verso il 1484, ma senza data né luogo.

Successivamente furono fatte altre edizioni di cui alcune col testo italiano a fronte di quello originale latino. In alcune, vi sono pure aggiunte le profezie attribuite ad Anselmo vescovo di Marsico, e vi sono riprodotti simboli, immagini ed oracoli arabi e turchi.

Dante credeva in Gioacchino e, come Francesco d'Assisi, si ispirò a lui. Lo incontra nel Paradiso (Par. XII) e fa dire di lui a S. Bernardo:

"... e lucemi da lato / il calavrese abate Gioacchino / di spirito profetico dotato."

Annunciò l'avvento di una nuova Chiesa dello Spirito Santo, dopo l'era del Padre e quella del Figlio. Sostanzialmente, egli affermava che il mondo avesse tre età:

la prima, quella dell'Antico Testamento, età del Padre, della Legge e del timore;

la seconda, del Nuovo Testamento, età del Figlio, della fede e del perdono;

la terza, dello Spirito Santo, dell'amore scambievole e della pace.

Quest'ultima età, secondo Gioacchino, sarà preceduta da persecuzioni e da calamità, dopo le quali verrà proclamato il Vangelo Eterno. Tutto l'assetto della Chiesa, a suo dire, avrà un cambiamento, e prenderà piede l'interpretazione spirituale dei Vangeli.

"Pietro cederà il passo a Giovanni, perché l'era dello Spirito sarà il regno dei «liberi»".


"Pietro e Giovanni corrono al sepolcro" di Eugène Burnand - cfr. QUIQUI e QUI.

Il tempo iniziale fu costituito da schiavi, il secondo, in prevalenza da tiepidi e fedeli, il terzo, da comunità consapevoli e unite. Nel primo dominò la Legge, nel secondo la Grazia, nel terzo la presa di Coscienza più ampia e decisiva.

E ancora...

Fase uno: schiavitù e paura, flagelli, dominio dei vecchi, notte, inverno e gelo.

Fase due: sapienza, figliolanza, luce dell'aurora, primavera, spighe e vino.

Fase tre: inizio della vera libertà, contemplazione, carità fraterna, amici, meriggio, estate, grano e olio, totale cambiamento".

Per il dotto abate, alla Sacra Istituzione dogmatica sarebbe succeduta quella della Verità sostanziale.

Innovatore nei concetti, ma sempre deferente e rispettoso verso la Chiesa Madre, Gioacchino da Fiore sosteneva che, come il simbolo lascia il posto alle realtà figurate, così la Struttura gerarchica ecclesiale avrebbe ceduto il posto a quella Mistica dello Spirito, quando l'ora sarebbe scoccata.

"Tutto in essa è una simbologia transeunte... tuttavia non deve essere abbandonata anzitempo, in quanto possiede una profonda virtù formativa.

Nella terza era veniente, a differenza del passato, vi saranno quelli che, nell'acquisita noncuranza del mondo e nell'umiltà, annunceranno come unica Legge quella dello Spirito, basato sull'Amore.

L'intensità dell'esistenza culturale e teologica della Chiesa di Pietro rimarrà solo un pallidissimo e oscuro prodromo di quella futura di Giovanni che si radicherà sulla Rivelazione dello Spirito di Verità e di Sapienza."

Queste concezioni gioachimite ebbero molti seguaci; si diffusero largamente negli ambienti mistici ed ebbero anche numerosi interpreti. Il loro influsso fu notevole sull'Alighieri e su diversi scrittori successivi.

Alcuni le ritengono attuali, benché il famoso monaco le avesse elaborate al tempo suo. I Francescani ad esempio sostennero che tali profezie si stessero attuando con il loro Ordine.


Il "Liber Figurarum" di Gioacchino da Fiore. (Dettagli inediti al post scriptum)


I suoi argomenti furono adottati anche da S. Bonaventura e da S. Bernardino da Siena. Oggi, coloro che non accettano le vecchie strutture e maggiormente sentono la necessità di un urgente cambiamento nella Chiesa riportano il suo pensiero.

La grande attesa per l'avvento e l'affermazione dei veri valori spirituali sulla Terra unificano il vero significato del messaggio di Gioacchino da Fiore. La sua attualità si fonda sull'aspirazione al rinnovamento spirituale degli esseri, molto percepita ora.

Il presupposto del suo ardore, come quello di coloro che oggi sentono imminente una radicale mutazione nella vita degli uomini, è la certezza di un piano divino epocale in ciò che si sta svolgendo ed attuando al nostro tempo.

Concetto questo divenuto comune, adesso, fra coloro che hanno una fede più aperta. Non è avvenuto così per quelli che nel passato condannarono le sue idee. Non ebbe modo di avvedersene il santo monaco. Era trapassato, infatti, da una decade quando Innocenzo III, nel Concilio Lateranense 1212, riprovò le sue illuminate visioni.

Per Gioacchino, il terzo periodo realizzerà in pienezza la Verità esposta nel Nuovo Testamento. In questa significativa concordanza si ritrovano le più antiche predizioni come in quelle più vicine a noi.

Un esempio sono le affermazioni di Louis M. Grignion de Montfort che scrisse:

"Il Regno del Padre durò fino al diluvio e si concluse con un profluvio d'Acqua; il Regno del Figlio si compì con uno spargimento di Sangue, e il Regno dello Spirito si concluderà con una effusione di Fuoco, d'Amore e di Giustizia".



"Gioacchino da Fiore mostra i ritratti di Domenico di Guzman e di Francesco d'Assisi"
Opera di Gregorio Vasquez de Arce y Ceballos (1680)

Ed eccone una versione più attuale, espressa dalle parole ispirate di Pietro Ubaldi.

«Il cammino evolutivo del pensiero religioso umano si può dividere in tre fasi o età.

Fase 1: età del "Dio padrone", anteriore al Cristo. Un Dio forte, terribile, guerriero, vendicativo, geloso, protettore solo del suo popolo. È il Dio degli eserciti. Gli si deve obbedienza servile unicamente per il gran timore che ispira, senza comprensione né amore, per legge spietata del taglione.

Epoca violenta e feroce, in cui l'uomo, nel suo involuto stato di egocentrismo ristretto e di dura insensibilità, non poteva rispondere che per egoismo, interesse o timore del proprio danno, seguendo i suoi istinti di guerra, né tanto meno sapeva ubbidire, comprendendo soltanto la potenza e il comando assoluto del più forte.

Solo per questo Dio veniva rispettato perché, essendo superiore a tutti, poteva anche punire. Se non lo fosse stato, tutti si sarebbero rivoltati contro di Lui. L'Amore e la comprensione non erano ancora sorti nell'animo umano. I popoli potevano capire solo la cieca ubbidienza per forza e terrore.

Fase 2: età del "Dio Padre". Quella dopo il Cristo fino ad oggi. Abbiamo un Dio più buono e pacifico, più universale. Gli si deve una filiale obbedienza per amore e fede. Egli punisce non per vendetta ma solo per giustizia, insegnando con misericordia e bontà per mezzo della Provvidenza, a favore dei Suoi figli.

Si è avvicinato a noi con indulgenza e amore immensi. Concetti prima del tutto ignoti. Ciò è stato possibile per la maggior evoluzione umana, verso la quale si può fare appello ai sentimenti e al cuore, in precedenza quasi sconosciuti o latenti.

Oggi si può contare anche sulla più diffusa cultura e intelligenza che portano ad una dottrina teologica e ad un riassetto filosofico. Epoca della decodificazione, soprattutto a difesa delle verità rivelate e, nel contempo, anche dei "misteri" in cui si deve credere senza chiarimenti razionali; epoca dei dogmi, della obbligata disciplina di pensiero sprovvisti della quale, dato l'uomo qual è, non si mantiene l'ordine.

Egli non sa ancora auto-giudicarsi per libero intendimento e quindi necessita di una coazione, sia pur solo morale, per non perdersi nell'anarchia.

Fase 3: età del "Dio in noi". Quella del Suo Regno in Terra, della Nuova Civiltà del III Millennio, la civiltà dello Spirito. Dio esce dal chiuso dei templi e si rivela presente in ogni animo puro. Abbiamo un Dio amico, col Quale entriamo in collaborazione, perché abbiamo compreso che fare la Sua Volontà significa costruire la felicità nostra.

Egli si è ancor più avvicinato a noi in quanto, per evoluzione, è successo che, tramite un subitaneo "Risveglio" (ved. QUI, QUI e QUI; ndr), tanti fra noi hanno preso coscienza di averLo nell'intimo: infatti noi, come Spiriti, siamo una piccola Particella di Lui.




In questo modo, cadono non solo le costrizioni della forza inerenti alla prima età, ma anche quelle morali della seconda età, perché l'uomo ha progredito ed è capace di auto-guidarsi per libera comprensione, senza bisogno di coercizioni affinché l'ordine sia mantenuto.

La disciplina è autonoma, costituita solo da intelligenza e amore poiché l'essere ha compreso. Cadono i misteri e i dogmi di fede perché sensibilità, cultura ed intelletto saranno più sviluppati in lui che potrà direttamente intuire il Vero da sé, sentire la Presenza di Dio o perlomeno comprendere, per vie razionali, le verità che saranno tutte chiaramente dimostrate, perché i tempi dei veli o delle esclusioni iniziatiche saranno finiti.

Questa sarà l'epoca della Luce dello Spirito, della Conoscenza, dell'obbedienza libera e vera perché convinta e consapevole. Il Regno di Dio nascerà in noi per naturale evoluzione, con un "Risveglio" interiore.

Dio allora non punirà più, in quanto ogni uomo si auto-correggerà per la necessità di armonizzarsi nella Legge in cui solo è felicità. Epoca della libertà cosciente, della disciplina spontanea, della convinta adesione all'ordine di Dio.

Questa ascensione è logica, come è lo sviluppo di un seme. Così si passa dal terrore della prima fase, alla fede della seconda, alla conoscenza della terza; si passa da un regime di forza, ad uno di amore, e infine ad un ultimo di intelligenza e spiritualità.

È un processo di progressiva liberazione che può attuarsi soltanto quando l'umana evoluzione lo permetta. Tutto è in funzione di questa.

Le religioni non possono essere né più elevate né più libere di ciò che è la natura dell'uomo che tutto, fino al concetto di Dio, abbassa al suo livello. Questo scatto finale verso la spiritualizzazione è il grande accadimento che si aspetta all'alba del terzo millennio: la grandiosa instaurazione del Regno di Dio in terra. 

E questo è quanto ci viene annunciato dall'Apocalisse di Giovanni.»


Il credito dell'immagine va al prof. Johannes De Parvulis QUI.

Post scriptum

Ho letto or ora QUI (l'articolo è stato pubblicato proprio ieri) che è in lavorazione un film sulla vita del santo monaco calabrese; dal testo ho tratto le righe seguenti che arricchiscono il significato dell'immagine stessa. 

«Nel Canto XXXIII del Paradiso, Dante Alighieri raffigura nella Divina Commedia il mistero della Trinità in versione gioachimita. (Documentarsi sul pdf a questo link):

http://www.thomasproject.net/wp-content/uploads/2020/05/TP2_1_Andrea-Tagliapietra_Gioacchino-da-Fiore-Millennio-e-Utopia.pdf

Quando egli scrive:

"Nella profonda e chiara sussistenza / dell'alto Lume parvermi tre giri / di tre colori e d’una contenenza; / e l'un da l'altro, come iri da iri, / parea reflesso, e il terzo parea foco, / che quinci e quindi igualmente si spiri"...

sta illustrando i tre cerchi trinitari presenti nel Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore; si tratta di un rarissimo codice miniato medievale, la più bella e importante raccolta di teologia figurale e simbolica del Medio Evo, di cui si conoscono solo tre copie, la più antica delle quali si conserva ad Oxford, in Inghilterra.»

Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it

Fonte del primo brano QUI.

Il secondo, di Pietro Ubaldi, è tratto dal suo testo inedito "Profezie".


martedì 17 gennaio 2023

"Pensieri in Libertà" di Giorgio Agàmben

Sebirblu, 16 gennaio 2023

Per chi non conoscesse ancora la mente e la preparazione intellettuale del filosofo, saggista e pluri-premiato scrittore, nonché docente universitario Giorgio Agàmben, può documentarsi QUI e QUI sul sito composto da alcuni suoi allievi dal quale provengono i brani esposti.

La sua posizione ferma contro i soprusi e le prevaricazioni del mondo, soprattutto negli ultimi tempi pandemici, gli ha inviso i mezzi di comunicazione più importanti, boicottandone il pensiero e l'espressione a più riprese... ma la Verità, in barba a qualsiasi potere umano, non potrà MAI essere taciuta del tutto, perché un germoglio inatteso affiorerà sempre, anche dal cemento più duro...




La Verità e il Nome di Dio

È da quasi un secolo che i filosofi parlano della morte di Dio e, come spesso accade, questa verità sembra oggi tacitamente e quasi inconsapevolmente accettata dall'uomo comune, senza che ne siano tuttavia misurate e comprese le conseguenze.

Una di queste – e certamente non la meno rilevante – è che Dio – o, piuttosto, il suo nome – era la prima e ultima garanzia del nesso fra il linguaggio e il mondo, fra le parole e le cose.

Di qui l'importanza decisiva nella nostra cultura dell'argomento ontologico, che stringeva insolubilmente insieme Dio e il linguaggio, e del giuramento pronunciato sul nome di Dio, che obbligava a rispondere della trasgressione del vincolo fra le nostre parole e le cose.

Se la morte di Dio non può che implicare il venir meno di questo vincolo, ciò significa allora che nella nostra società il linguaggio è diventato costitutivamente menzogna.

Senza la chiara garanzia del nome di Dio, ogni discorso, come il giuramento che ne assicurava la verità, non è più che vanità e spergiuro.

È quanto abbiamo visto apparire in piena luce in questi ultimi anni, quando ogni parola proferita dalle istituzioni e dai media era soltanto vacuità e impostura.

Viene ora al suo termine ultimo un'epoca quasi bimillenaria della cultura occidentale, che fondava la sua verità e i suoi saperi sul rapporto fra Dio e il logos, fra il nome sacrosanto di Dio e i semplici nomi delle cose.





E non è certo un caso se solo gli algoritmi e non la parola sembrano ancora custodire un qualche legame col mondo, ma questo soltanto nella forma della probabilità e della statistica, perché anche i numeri non possono alla fine che rimandare ad un uomo parlante, implicando ancora in qualche modo dei nomi.

Se abbiamo perduto la fede  nel nome di Dio,  se non  possiamo più  credere nel Dio del giuramento e dell'argomento ontologico, non è, però, escluso che sia possibile un'altra figura della verità, che non sia soltanto la corrispondenza teologicamente obbligata fra la parola e la cosa.

Una verità che non si esaurisca nel garantire l'efficacia del logos, ma faccia in esso salva l'infanzia dell'uomo e custodisca ciò che in lui è ancora muto come il contenuto più intimo e vero delle sue parole.

Possiamo ancora credere in un Dio infante, come quel Gesù bambino che, come ci è stato insegnato, i potenti volevano e vogliono ad ogni costo uccidere.




Il Lecito, l'Obbligatorio e il Proibito

Secondo i giuristi arabi, le azioni umane si classificano in cinque categorie, che essi elencano in questo modo: obbligatorio, lodevole, lecito, riprovevole, proibito.

All'obbligatorio  si oppone il proibito,  a ciò  che merita lode  ciò che  è da riprovare. Ma la categoria  più importante  è quella  che  sta  al centro e che costituisce  per  così dire l'asse della bilancia che pesa le azioni umane e ne misura la responsabilità (quest'ultimo termine nel linguaggio giuridico arabo equivale a «peso»).

Se lodevole è ciò il cui compimento è premiato e la cui omissione non è proibita, e riprovevole è ciò la cui omissione è premiata e il cui compimento non è proibito, il lecito è ciò su cui il diritto non può che tacere e non è pertanto né obbligatorio né proibito, né lodevole né riprovevole.

Esso corrisponde allo stato paradisiaco, nel quale le azioni umane non producono alcuna responsabilità, non sono in alcun modo «pesate» dal diritto.

Ma – e questo è il punto decisivo – secondo i giuristi arabi è bene che questa zona di cui il diritto non può in alcun modo occuparsi sia la più ampia possibile, perché la giustizia di una città si misura proprio dallo spazio che lascia libero dalle norme e dalle sanzioni, dai premi e dalle censure.

Nella società in cui viviamo sta avvenendo esattamente il contrario. La zona del lecito si restringe ogni giorno di più e una ipertrofia normativa senza precedenti tende a non lasciare alcun ambito della vita umana fuori dall'obbligo e dalla proibizione.





Gesti e abitudini che erano sempre stati considerati indifferenti al diritto vengono ora minuziosamente normati e puntualmente sanzionati, al punto che non vi è quasi più una sfera dei comportamenti umani che si possa considerare semplicemente lecita.

Prima non meglio identificate ragioni di sicurezza e poi, in misura crescente, ragioni di salute hanno reso obbligatoria un'autorizzazione per compiere gli atti più abituali e innocenti, come passeggiare per strada, entrare in un locale pubblico o recarsi nel luogo di lavoro.

Una società che restringe a tal punto l'ambito paradisiaco dei comportamenti non pesati dal diritto è non soltanto, come ritenevano i giuristi arabi, una società ingiusta, ma è propriamente una società invivibile, in cui ogni azione deve burocraticamente essere autorizzata e giuridicamente sanzionata e l'agio e la libertà dei costumi, la dolcezza delle relazioni e delle forme di vita si riducono fino a scomparire.

La quantità delle leggi, dei decreti e dei regolamenti è inoltre tale, che non soltanto diventa necessario ricorrere a degli esperti per sapere se una certa azione è lecita o proibita, ma perfino i funzionari incaricati di applicare le norme si confondono e contraddicono.

In una simile società, l'arte della vita non può che consistere nel ridurre al minimo la parte dell'obbligatorio e del proibito e nell'allargare per converso al massimo la zona del lecito, la sola in cui se non una felicità, almeno una letizia diventa possibile.

Ma questo è proprio quanto gli sciagurati che ci governano si ingegnano in ogni modo ad impedire e a rendere difficile, moltiplicando le norme e i regolamenti, i controlli e le verifiche.

Finché la tetra macchina che hanno costruito rovinerà su se stessa, inceppata dalle stesse regole e dagli stessi dispositivi che dovevano permetterne il funzionamento.



Una buona notizia

Nella cupa situazione in cui ci troviamo ci sono a volte delle buone notizie. Una di queste è per me la decisione della stampa cosiddetta del mainstream di non recensire i miei libri e di non nominare in alcun modo il mio nome.

Che il mio nome compaia su quelle pagine che nei due ultimi anni hanno mostrato il loro servilismo sarebbe per me causa di disagio e non posso che essere molto grato ai giornalisti per la loro decisione.

Il contegno dei media in questi due anni resterà infatti come una delle pagine più vergognose nella storia del nostro paese.

Quando un giorno gli storici indagheranno su quanto è avvenuto, i media figureranno in prima linea fra i complici di crimini politici di cui soltanto allora si potrà forse misurare pienamente l'entità.

Apparirà allora senza possibili scusanti la responsabilità dei giornalisti che, com'era avvenuto nel ventennio fascista, sapevano e nondimeno hanno obbedito senza porsi problemi agli ordini dei loro direttori.

Perché hanno taciuto? Perché hanno obbedito?




Sul tempo che viene

Ciò che sta oggi avvenendo su scala planetaria è certamente la fine di un mondo. Ma non – come per coloro che cercano di governarla secondo i loro interessi – nel senso di un trapasso a un mondo più consono alle nuove necessità dell'umano consorzio.

Tramonta l'età delle democrazie borghesi, coi suoi diritti, le sue costituzioni e i suoi parlamenti; ma, al di là della scorza giuridica, certo non irrilevante, a finire è innanzitutto il mondo che era iniziato con la rivoluzione industriale e cresciuto fino alle due – o tre – guerre mondiali e ai totalitarismi, tirannici o democratici, che le hanno accompagnate.

Se le potenze che governano il mondo hanno ritenuto di dover ricorrere a misure e dispositivi così estremi come la biosicurezza e il terrore sanitario, che hanno istaurato ovunque e senza riserve, ma che minacciano ora di sfuggir loro di mano, ciò è perché temevano secondo ogni evidenza di non aver altra scelta per sopravvivere.

E se la gente ha accettato le misure dispotiche e le costrizioni inaudite cui è stata sottoposta senza alcuna garanzia, ciò non è soltanto per la paura della pandemia, ma presumibilmente perché, più o meno inconsapevolmente, sapeva che il mondo in cui aveva vissuto fin allora non poteva continuare, era troppo ingiusto e inumano.

Va da sé che i governi preparano un mondo ancora più inumano, ancora più ingiusto; ma in ogni caso, da una parte e dall'altra, si presagiva in qualche modo che il mondo di prima – come si comincia ora a chiamarlo – non poteva continuare.

Vi è certamente in questo, come in ogni oscuro presentimento, un elemento religioso. La salute si è sostituita alla salvezza, la vita biologica ha preso il posto della vita eterna e la Chiesa, ormai da troppo tempo abituata a compromettersi con le esigenze mondane, ha più o meno esplicitamente acconsentito a questa sostituzione.

Non rimpiangiamo questo mondo che finisce, non abbiamo alcuna nostalgia per l'idea dell'umano e del divino che le onde implacabili del tempo stanno cancellando come un volto di sabbia sul bagnasciuga della storia.

Ma con altrettanta decisione rifiutiamo la nuda vita muta e senza volto e la religione della salute che i governi ci propongono.

Non aspettiamo né un nuovo dio né un nuovo uomo – cerchiamo piuttosto qui e ora, fra le rovine che ci circondano, un'umile, più semplice forma di vita, che non è un miraggio, perché ne abbiamo memoria ed esperienza, anche se, in noi e fuori di noi, avverse potenze la respingono ogni volta nella dimenticanza.

Giorgio Agamben

Susan Seddon Boulet 1941-1997

Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it