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| Regina Femrite |
Sebirblu, 4 febbraio 2026
Riprendo oggi ciò che avevo cominciato a scrivere il 15 dicembre scorso, nel giorno della dipartita di mio figlio Emmanuele (ved. QUI e QUI), rivolgendomi a quanti in questi tempi burrascosi cercano disperatamente un faro che illumini il percorso della vita.
A costoro suggerisco di non demordere mai, di insistere a sperare malgrado i venti avversi e le condizioni proibitive dell'esistenza.
Sgorga dal mio cuore, ora più che mai, l'imperiosa necessità di avvertire chiunque si trovi in un momento di massimo sconforto, che la parabola vitale di ognuno non termina con la scomparsa e la disgregazione delle cellule, ma procede ben oltre, in un continuum... inimmaginabile ai più.
La "Conoscenza" vera dell'Essere non si raggiunge solo attraverso letture, formule e riti, svuotati in gran parte della loro sostanzialità e non sostenuti dalla volontà ferrea di sapere davvero «chi siamo, donde veniamo e dove andiamo»*, bensì dall'indagine seria della nostra interiorità che svela il senso dell'esistenza.
* (Sono le domande che l'uomo si pone sin dalla sua remota e tragica "Caduta", che l'ha condotto alla densità della materia. Ved. QUI, QUI e QUI).
Queste parole non scaturiscono da una fede cieca, basata su un costrutto aleatorio ed incerto, ma da esperienze vere e reiterate che ancora vivo nonostante i miei prossimi 85 anni.
La ragione del presente scritto è dovuta ad un insieme di fattori verificatisi che, "unendo i puntini", sono affiorati alla mente a partire da un presagio che ha colpito la psiche, circa un mese prima della scomparsa di mio figlio.
Improvvisamente, durante il sonno, ho vissuto una scena che ben presto avrei inclusa nelle diverse premonizioni avute, riguardanti gli eventi futuri:
«Stretto al petto, tra le mani congiunte, tenevo un piccolo volatile per proteggerlo dalla "contaminazione" di altri uccelli ormai morti, riversi a terra davanti a me. Erano neri dai riflessi bluastri... sembravano cornacchie o corvi... una visione assolutamente infausta.
E quello che temevo è successo perché, divincolandosi, si è prima posato presso di loro per poi, quasi immediatamente, spiccare il volo verso il tetto di una vecchia casa alla mia destra, alta cinque o sei metri.»
Fino ad allora, nessuno di noi era a conoscenza di quale potesse essere il motivo delle sofferenze di Emmanuele, purtroppo poi rivelatesi fatali, ma una cosa è certa: egli SAPEVA che la cosiddetta "morte" non è che un mero passaggio verso un'altra dimensione... ed è proprio per la sua chiara consapevolezza che l'ho visto, sotto forma di piccolo alato, spiegare le ali e volare in alto, piuttosto che giacere al suolo.
Infatti, quando ancora disponeva del suo veicolo fisico, mi accennava di qualche sua esperienza astrale. Me la descriveva come quella di un uccellino che si poggiava rapido da qualche parte e, dopo aver guardato ciò che lo interessava, "zip" ‒ diceva ‒ volava via.
Il motivo basilare di questo articolo è di rendere noto a tutti l'«indispensabile», avvalendomi dell'analogia col film-capolavoro degli anni '70 «Il Gabbiano Jonathan Livingston», che l'ultima generazione non conosce affatto.
Non ho alcuna possibilità di esporlo qui, perché introvabile sul web, completo e in italiano, ma ricorrerò ad alcuni brani essenziali tratti dal noto libretto best-seller di Richard Bach, così come a dei frammenti visivi da cui proviene l'ancor più celebre pellicola.
Per scrivere questa breve novella, Bach ha messo a frutto le sue conoscenze di aviatore professionista e il titolo stesso del testo, come da lui dichiarato, si rifà al pilota acrobatico John H. Livingston (1897-1974).
Il volumetto inizia con la dicitura:
"Al vero Gabbiano Jonathan
che vive nel profondo di noi tutti"
Questa frase introduttiva è esplicita per chi ha gli occhi d'anima aperti, al fine di vedere e comprendere il significato profondo del racconto.
Non a caso l'autore si è servito del traslato riguardante un certo tipo di uccelli marini, prendendo spunto, come ho detto, da un esperto campione aeronautico.
Il Gabbiano Jonathan, infatti, protagonista assoluto dell'allegoria utilizzata da Bach, rappresenta chiunque voglia saperne di più sul senso della vita, prendendo le distanze da tutta la massa di cui fa parte, interamente immersa nella contingenza giornaliera per riuscire ad assicurarsi almeno il necessario per vivere.
Cercando di elevarsi sempre più in alto e nel contempo velocizzando il volo, egli appare al resto del gruppo come un alieno, uno che vuole distinguersi, un ambizioso senza speranze, un'incapace persino a mantenersi...
In cuor suo, invece, mira a mete superiori, convinto che un essere con le ali (ossia lo Spirito di ognuno) non sia stato creato dal "Grande Gabbiano" solo per dar da mangiare al corpo e godere delle bassezze della vita (raffigurate dagli scarti dei pescherecci buttati a mare).
Così, affrontando, soffrendo, e rinunciando al poco per il meglio ‒ che ancora non conosce, ma che sente in cuor suo esistere ‒ si lancia con coraggio nel vuoto, anzi nell'ignoto, rischiando persino di morire.
È persuaso che una volta raggiunta la velocità e l'altezza che normalmente nessun uccello del suo genere ipotizza di poter scoprire, potrà essere accolto dai suoi simili come un eroe, ed insegnar loro tutte le potenzialità che ognuno possiede all'interno di sé stesso.
Purtroppo rimane deluso perché la massa ignorante e materialista lo respinge, lo ostracizza ed infine lo caccia via. (Avevo già spiegato QUI, QUI e QUI la sorte che ineluttabilmente è riservata ai ricercatori del Vero, ai "Risvegliati" d'anima, ai pionieri del terzo Millennio).
Jonathan perciò è un reietto, un isolato che però non rinuncia alle meraviglie che ha scoperto nei suoi voli e, ormai vecchio e vicino al trapasso, viene affiancato da due splendidi gabbiani (in senso letterale in quanto circonfusi da una luce più bianca del solito) che, con suo immenso stupore, non solo hanno la possibilità di compiere le sue stesse acrobazie, ma lo guidano a vie superiori...
Ecco la scena descritta nel prezioso libretto:
«Provenienti dalla Terra, al di là delle nubi, lui e gli altri due gabbiani volavano in formazione compatta, e d'un tratto, egli si accorse che il suo organismo si era fatto splendente come il loro. Sì sì, lui era sempre il gabbiano Jonathan, era lo stesso giovane gabbiano che sempre si era sentito, dentro di sé, di essere: solo che la forma esteriore era cambiata, adesso.
Il suo pareva sempre un corpo di gabbiano, ma già volava molto, molto meglio di quello di prima. Guarda qua, disse a sé stesso, ora con metà fatica vado il doppio più veloce: due volte tanto, rispetto ai miei migliori risultati sulla Terra!
Le sue penne splendevano adesso d'un candore soave, le sue ali erano lievi, lisce come d'argento polito, perfette. Si mise subito, tutto contento, a provarle, a imparare ad usarle, a imprimere potenza alle sue nuove ali.» [...]
Vi era un limite oltre il quale, anche col suo nuovo corpo, non si andava. [...] In paradiso – pensò – non dovrebbero esserci limiti! Si aprì uno squarcio fra le nubi, i due uccelli di scorta gli augurarono: "buon atterraggio, Jonathan!" e svanirono nell'aria. [...] Perché sono così poco numerosi, qui, i gabbiani?...
La sua memoria si faceva labile, sempre più si affievolivano i ricordi della vita terrena. Sulla Terra, certo, lui aveva imparato tante cose, ma i particolari adesso erano tutti sfocati: là ci si affanna per procurarsi il cibo... là una volta era stato esiliato...
I gabbiani della costa, una dozzina, gli volarono incontro, ma nessuno di loro disse niente. Tuttavia, lui avvertì che era il benvenuto, e che lì era di casa. Era stato un gran giorno, per lui, quello, un giorno di cui però non ricordava l'aurora. [...]
Nei giorni che seguirono, Jonathan si avvide che c'eran tante cose da imparare in quel luogo, come nella vita che si era lasciata alle spalle. Ma una differenza esisteva. Qui, gli altri gabbiani la pensavano come lui. Per ciascuno di loro, la cosa più importante era tendere alla perfezione in ciò che più li interessava: il volo. [...]
Passò parecchio tempo e Jonathan pareva proprio essersi scordato dell'altro posto, da dove era venuto, del luogo natìo dove lo Stormo si dibatteva nella sua magra vita, incurante della gioia di volare, usando le ali solamente per ricercare e procacciarsi il cibo. Però di tanto in tanto, per un attimo, se ne ricordava.
E se ne rammentò una mattina, mentre era fuori con il suo istruttore, e insieme riposavano sul lido, dopo una serie di spericolati mulinelli nell'aria.
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| Danny Hahlbohm |
"Ma dove sono tutti quanti?" domandò, senza emettere alcun suono (dato che ormai si era impratichito nella telepatia che quei gabbiani adoperavano per comunicare, anziché strida e gracchiamenti). "Perché siamo così pochi, qui?
"Cosa vuoi che ti dica? Mi sa tanto che tu, Jonathan, sei un uccello come se ne trova uno su un milione. Per lo più, noialtri ci abbiam messo un'infinità di tempo ad arrivare fin qui. Passavamo da un mondo all'altro, ognuno quasi uguale al precedente, e, subito, ci si scordava della provenienza né c'importava dove fossimo diretti.
Si viveva alla giornata. Hai idea di quante vite ci sarà toccato vivere, prima che ci passasse per il cervello che c'è, sulla Terra, qualcos'altro che conta, oltre al mangiare, al beccarci fra noi, al di là della Legge dello Stormo? Mille vite, Jon, diecimila!
E poi, dopo quel primo piccolo barlume, saranno occorse altre cento vite prima che cominciassimo ad intuire che esiste una cosa chiamata perfezione. E poi, altre cento prima di capire che lo scopo della vita è appunto quello di adeguarci il più possibile a quell'ideale. (Cfr. QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, QUI e QUI).
S'intende che per noi vale la stessa regola, anche adesso: scegliamo il nostro percorso successivo in base a ciò che apprendiamo in questo. Se non impari nulla, l'ambiente di poi sarà identico a quello di prima, e avrai anche là le stesse limitazioni che hai qui, gli stessi handicap."
Distese le ali, si girò pronto a levarsi. "Ma tu, Jon" soggiunse "tu hai imparato tante cose in una volta che non sei dovuto passare attraverso un migliaio di vite per arrivare a questa." [...]
Una sera, i gabbiani che non erano impegnati in prove di volo notturno, se ne stavano insieme sulla spiaggia, ciascuno immerso nei propri pensieri. Jonathan, fattosi coraggio, si avvicinò al Gabbiano Anziano (si diceva che costui fosse prossimo ormai a trasmigrare in un piano più evoluto).
"Ciang..." lo chiamò, con un po' di titubanza. Il vecchio lo guardò affabilmente: "Che c'è figliolo?". La tarda età, anziché indebolirlo, gli aveva conferito maggior vigore: volava meglio di qualsiasi altro ed era già padrone di esercizi di cui gli altri dello Stormo conoscevano appena i rudimenti...»
Ecco la parte del video concernente il dialogo tra il saggio Istruttore e Jonathan.
E come dicono le ultime parole proferite da Jonathan nello spezzone di film, egli si avviò verso quella che era stata la sua prima dimora, verso quello stormo che l'aveva rigettato, in cerca di quel "qualcuno" che avesse il suo stesso desiderio di apprendere e di elevarsi ai Cieli, per poi donare ai propri simili i frutti della Conoscenza acquisita, insegnando loro l'Amore e la Bontà.
E laggiù, nel suo antico habitat...
«Il gabbiano Fletcher Lynd era ancora giovane, però era certo che nessun gabbiano avesse mai subito un trattamento più duro del suo, da qualsivoglia Stormo, né avesse mai patito ingiustizia peggiore.
Non me n'importa niente, di come la pensano loro! ‒ Rimuginava fra sé, furioso, mentre volava verso le Scogliere remote, e la rabbia gli offuscava la vista. Dicano quel che gli pare, ma volare non vuol dire soltanto portarsi da qua a là sbatacchiando le ali! Perfino un... una zanzara ne è capace!
Unicamente per aver eseguito qualche evoluzioncella, così, per gioco, sopra il capo dell'Anziano, m'hanno esiliato! Eccomi Reietto! Ma non vedono? Ma sono proprio ciechi? Non si rendono conto dell'ebbrezza che potrebbero provare se anche loro imparassero a volare sul serio?
Che m'importa di come la pensano quelli! Glielo farò vedere io, cosa s'intende per volare! Io sarò un fuorilegge, se è a questo che han voluto ridurmi, ma li farò pentire amaramente...
A questo punto udì dentro di lui una voce e, per quanto soave fosse, ne prese un tale spavento che vacillò e perdette l'equilibrio... "Via, non essere duro con loro, Fletcher. Esiliando te, è a sé stessi che hanno fatto male. Un giorno i loro occhi si apriranno. E allora la vedranno come te. Perdonali, e aiutali a capire."
Guardò e vide alla sua destra – le ali quasi si toccavano – il più splendido e bianco dei gabbiani volare senza sforzo accanto a lui, senza muovere una penna, e sì che lui filava, quasi al massimo. Per un po' regnò il caos nella testa del giovane uccello... Che cosa mi succede? Sono matto? Sono morto? Che cos'è questo?
Dolce e pacata, la voce parlò ancora e domandò: "Gabbiano Fletcher, ora rispondi, tu desideri volare?" "SÌ, DESIDERO VOLARE!"
"Gabbiano Fletcher Lynd, sei disposto ad amare tanto il volo da perdonare i torti subiti, e un giorno tornare là presso lo Stormo, e adoprarti perché gli altri imparino?"
Non sarebbe valso a niente mentire a quell'essere arcano e stupendo, per ferito che uno fosse nel suo orgoglio. "Sono disposto, sì" rispose Fletcher Lynd a voce bassa.
"Allora, Fletcher", gli disse la splendida creatura con un tono di voce molto affabile, "Cominceremo con il volo orizzontale...»
Qui, la scena finale...
Chiosa di Sebirblu
È facile per me accomunare la vita di mio figlio con quella del Gabbiano Jonathan per quanto riguarda l'acquisizione di una Realtà trascendente, sconosciuta ai più.
L'unica differenza è che Emmanuele, sin da piccolo, mostrava già di avere in sé, nei suoi comportamenti, il frutto di conoscenze anteriori che in parte l'avevano plasmato. Era qui sulla Terra solo per completarle... ed è per questo che ha "scelto" suo padre e me... per sintonia vibrazionale! (Cfr. QUI e QUI).
Se n'è andato a soli 52 anni, dieci più del suo papà che ne aveva 42 quando trapassò nel 1973, mentre "Manu" aveva cinque mesi e mezzo. Entrambi evoluti... Entrambi desiderosi di un mondo migliore...
E un mondo migliore sta davvero per arrivare! È alle porte del nostro tempo, se devo tener conto dell'ennesima premonizione avuta proprio qualche giorno fa:
‒ "Mi trovavo in un luogo molto alto, come se fosse la terrazza di un grattacielo; vedevo tutto il panorama, mentre all'orizzonte delle montagne circondavano la pianura e l'intero agglomerato urbano del quale facevo parte anch'io.
In cielo dense nuvole temporalesche, dal grigio scuro al nero (chiamate "cumulo-nembi") minacciavano seriamente di scatenare un grande disastro naturale ma nel medesimo tempo assistevo ad uno spettacolo mozzafiato...
Tutt'intorno, da dietro la catena montuosa stava affacciandosi un'alba delicata dai toni rosa-arancio che lentamente, elevandosi sempre più con la sua pace, serenità e bellezza sembrava prendere il posto del pericolo incombente."
Credo davvero che questo segno preannunzi un imminente intervento divino, se non altro per mettere fine al peggio del peggio che come schiuma infetta sta avanzando per ogni dove sul nostro povero pianeta.
Concludo con una strepitosa conferma da «I Ching» (ved. QUI) che ho consultato, chiedendo come ora si trovasse "Manu" nel suo nuovo stato spirituale, e la risposta è stata incredibile: l'esagramma uscito è il n° 62 che delinea un uccello in volo intento minuziosamente a migliorare sé stesso, cercando di eliminare i difetti rimasti, per poter volare sempre più in alto, verso la Casa del Padre.
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Ecco l'esagramma 62: le due linee spezzate sopra e sotto rappresentano le ali, mentre le due centrali, intere, raffigurano il corpo del volatile. |
Relazione e cura di Sebirblu.blogspot.it
Fonte dei brani dal libro, QUI il pdf.




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